• Reader for Blind

Un ebreo



La prima sigaretta del mattino ha un sapore diverso dalle altre. Sarà l’aria, il silenzio interrotto solo da sporadici rumori, voci di passaggio. Una pace che par disturbare con lo scatto dell’accendino.

Davide siede in cucina, davanti alla tazzina di caffè vuota. In mutande, con la sigaretta appesa al labbro e un vento fresco che lo solletica tra le gambe. Passa una mano sotto i testicoli e ne viene un odore nauseante, di sudore e unto. Riflette su quanto sia facile lasciarsi andare in certi momenti, senza neanche rendersene conto.

Va a fare una doccia e sceglie con cura gli abiti da indossare, cercando i pantaloni migliori, le scarpe meno rotte, una camicia che non sia troppo stropicciata.

Finito di vestirsi va al tavolo in salotto. Il sacchetto di plastica è ancora là, dove l’hanno lasciato ieri sera. L’ha tenuto d’occhio più volte durante la notte, come se potesse sparire da un momento all’altro insieme alle loro ultime speranze.

Sarebbe una catastrofe, ma non la prima. E forse nemmeno l’ultima, perché se ha imparato qualcosa nei suoi quarant’anni è che la vita può sempre bastonarti ancora, anche quando pensi abbia finito con te.

Cercando le chiavi della macchina e di casa, un pensiero l’ossessiona, lo stesso che l’ha tenuto sveglio per tutta la notte: si augura, prega, spera di non incontrare un ebreo.

Uno di quelli che hanno una moneta al posto del cuore, perché lui e sua moglie stanno facendo un sacrificio, un sacrificio vero.

Per evitare penose scelte hanno deciso di vendere tutto, senza stare a esaminare pezzo per pezzo. Collane d’oro, orologi, anelli, catenine. Tutto ciò che di prezioso gli è stato tramandato è là, in quel sacchetto.

«È un bel bottino!» le ha detto ieri prima di andare a dormire, cercando di stemperare la tensione – Vedrai che con questi stiamo tranquilli per un po’, il tempo di trovare un altro lavoro.

Sono andati a letto insieme, ma ciascuno è rimasto nel suo lato. Lei è riuscita ad addormentarsi alla fine, stremata dai nervi e dai pianti. Lui è rimasto a soppesare il valore del sacchetto, la cifra che può fruttare, incrociando le dita per non incrociare la strada di un ebreo.

Ha calcolato una cifra onesta, in parte figlia dei loro bisogni, ma equa, giusta. A meno di non incontrare un ebreo.

Il pensiero continua a ossessionarlo, mentre brucia le ultime sigarette affacciato al balcone, aspettando che il resto della città si svegli e aprano i negozi.

Deve comunque uscire prima che Veronica si svegli e ci ripensi. La maggior parte della roba di valore appartiene a lei, sono ricordi della sua famiglia.

Schiaccia l’ultima sigaretta nel vaso del basilico, rientra in casa, ficca il sacchetto nella tasca dei jeans ed esce. Il bar di Giuliano ha appena aperto, ma c’è già la fila al banco per i caffè e i cornetti.

«Tu in piedi a quest’ora? È successo qualcosa di grave?» chiede il barista, armeggiando con la Cimbali.

«Devo andare da una parte» risponde lui, scuotendo la bustina di zucchero.

«Hai una faccia. Non dev’essere un appuntamento piacevole».

Giuliano gli serve il caffè. Davide beve, lo saluta e si dirige verso l’auto. Accende il motore con fatica, pentendosi d’aver finito tutte le cicche.

Tasta il sacchetto nella tasca, lo stringe tra le dita callose rinnovando le speranze di un buon guadagno.

Innesta la retromarcia per uscire dal parcheggio, demoralizzato perché sa bene che gli ebrei sono ovunque.

Quei porci comandano il mondo.

È strano. Le persone che abitano il quartiere più ricco della città sembrano vivere in un diverso spazio-tempo dal suo. Sono tutti rilassati, ben vestiti e sorridenti. Uguali e diversi dagli umani che affollano le strade che di solito frequenta lui, quell’umanità sporca e abbandonata a sé stessa che gli è così familiare.

I Compro Oro sono ormai dappertutto, infestano come ratti i quartieri di tutta la città, di tutta la nazione, ma Davide è convinto della bontà dei suoi gioielli e vuole sia un esperto a valutarli. Qualcuno abituato a maneggiare oro e argento, a valutare con uno sguardo peso e taglio delle pietre, anche se questo aumenta il rischio d’incontrare un ebreo.

Per allontanare l’ansia rallenta il passo e cerca con lo sguardo possibili offerte di lavoro, sulle vetrine dei negozi e dei ristoranti del posto. Chiede informazioni in uno o due locali, ma sono le stesse che gli danno ovunque, vaghe e svogliate. Parole che non portano mai a niente.

L’idea, Davide l’ha presa da un conoscente. Un altro stupido bastardo che si agita e agita nel tentativo di galleggiare, contento d’avere le tasche piene di banconote dopo aver venduto i gioielli della nonna.

C’è voluto tempo e parecchia abilità oratoria per convincere Veronica, ma alla fine c’è riuscito. Il loro amore però ne ha risentito, è chiaro. La fiducia, l’affetto e il rispetto che nutriva per lui è svanito di colpo, appena ha detto sì.

La vanità d’avere un uomo come lui al suo fianco è sparita, andata per sempre. Rimane la vergogna, l’odio sottile per averla trascinata nel suo baratro. Non importa quanto ricaverà dalla vendita di questa roba, le cose tra loro sono cambiate per sempre.

Davide cammina con il sacchetto stretto nel pugno, furioso, accecato da una rabbia che cova da anni e non è mai riuscito a sfogare. Ci provino a derubarlo, ci provino pure. Li ucciderebbe, tutti quanti. I ladri, i profittatori, i parassiti che succhiano vita alla brava gente come lui e sua moglie.

Girovaga ancora un po’, fino a trovare un Compro Oro ai piedi di un palazzo antico, un piccolo negozio che pare più una gioielleria che un rozzo banco dei pegni. Rimane fuori qualche minuto, a osservare il movimento nelle strade d’intorno. Non vede barbe lunghe, riccioli o kippah nelle vicinanze.

Tira fuori il sacchetto dalla tasca, lo soppesa con la mano e suona il campanello con l’altra. La porta fa il suo scatto metallico e lo lascia entrare.

«Buongiorno, in cosa posso esserle utile?» chiede l’uomo dietro il banco, sui trent’anni. Ha la barba lunga, ma non gli dà la sensazione d’essere ebreo.

«Vorrei valutare e forse vendere degli oggetti preziosi» fa lui, poggiando il sacchetto sul banco.

«Bene» dice l’uomo prendendo il sacchetto, vuotandolo e smuovendo con la mano il mucchietto di orologi, catenine, anelli, scuotendo la testa, borbottando qualcosa. «Non c’è molto di valore, anzi. Perlopiù si tratta di bigiotteria, paccottiglia. Il valore complessivo è basso, molto basso».

«Gli ha dato un’occhiata appena!» protesta Davide, infettato dall’ansia.

«Conosco il mio lavoro, signore» replica quello, scocciato. «Non ho bisogno di esaminare attentamente questi oggetti per capire che i metalli e le pietre preziose sono in minima percentuale rispetto ad altri materiali scadenti. Si vede a occhio nudo, mi spiace».

Davide passa una mano sulla faccia, infastidito. Ogni briciolo di positività lo abbandona, lasciando campo libero all’amarezza, la rabbia e la paura.

«Lo vede questo?» fa bruscamente, strappando un orologio dal mucchio di roba. «Questo è il regalo di matrimonio di mio padre. È un oggetto di valore, di marca, d’oro!

«Ricoperto d’oro. Un buon acciaio, ricoperto da un sottile strato d’oro» fa l’uomo, lisciando la barba. «E queste collane, questi anelli? Roba da bancarella».

«Senta, ho davvero bisogno di qualche soldo» lamenta Davide, provando a far leva sulla coscienza dell’altro per chiudere l’affare. «Quale sarebbe la sua offerta?»

L’uomo sembra rilassarsi, sbuffa e contempla il mucchio di roba sul banco. Stringe i pugni sul banco, guarda Davide e sbuffa:

«Posso offrirle cinquecento euro, non di più. Non li valgono neanche, ma voglio venirle incontro».

A queste parole Davide s’incarognisce e chiede:

«Da dove viene lei?»

L’uomo è stupito, non capisce il senso della domanda ma risponde:

«Sono nato e cresciuto in questo quartiere, signore. Perché?»

«Non credo proprio» fa Davide, puntandogli un dito contro. «Dì la verità, sei un cazzo di ebreo».

«Come scusi?» fa l’uomo, sgranando gli occhi.

«Un ebreo. Vi si riconosce a vista. Avete anche lo stesso odore, tutti quanti».

L’uomo raccoglie tutto il mucchio e lo rimette nel sacchetto.

«Prenda le sue cose e vada fuori dal mio negozio, per favore», dice.

Davide ci pensa su, con una scintilla che brucia in fondo agli occhi, sbuffando come un animale ferito e pronto a colpire con tutto quel che gli rimane. Conta fino a dieci e riesce a mettere insieme una frase compiuta, parole nervose e sputate fuori con fatica.

«Ottocento», sospira. «Facciamo ottocento».

«La prego di andarsene dal mio negozio, signore».

«Va bene» fa lui, rimettendo il sacchetto nella tasca. «Mi tolga solo una curiosità: lei come si chiama?»

«Il mio nome è Geremia, signore».

Davide fa una smorfia, arricciando il labbro superiore.

«Tu sei un fottuto ebreo!» dice. «UN MALEDETTO, SCHIFOSO EBREO!»

L’uomo preme il bottone per aprire la porta, senza rispondergli. Basta questo. Davide esce in strada, furioso, le lacrime spuntano dagli occhi a bagnargli le guance.

Per tutta la strada di ritorno non dice una parola. Ha lo stomaco marcio che ribolle, sferzato da morsi come di un serpente.

Scende dall’auto dieci minuti dopo aver parcheggiato, perché si sente in disordine e non riesce a mettere tutto a posto.

Si dirige verso il bar di Giuliano. Il barista gli mette tre cornetti al cioccolato in un sacchetto, ma non gli rivolge la parola, solo un mezzo sorriso di comprensione quando Davide chiede di fargli credito.

A Veronica piacciono queste piccole sorprese, le piace fare colazione con dei buoni cornetti freschi. È una donna buona, che meriterebbe molto più di quanto lui possa darle. Sta ingrassando, ma lui ha molto da farsi perdonare.

Il minimo che può fare è portarle la colazione, qualcosa di dolce con cui iniziare la giornata.

Le prenderà le mani, la bacerà sulla fronte e sulle labbra.

Le dirà che oggi sono stati sfortunati, oggi hanno incontrato un ebreo.

Domani andrà meglio.

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