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Danze di guerra



Sherman Alexie, classe 1966, nasce presso la riserva della comunità indiana di Wellpinit (Washington) ed è autore di romanzi, racconti, poesie e sceneggiature. Considerato uno dei migliori scrittori americani viventi, è anche uno degli autori più premiati del Nordamerica. Tra gli altri riconoscimenti ricordiamo i più prestigiosi, come il PEN/Amazon.com Short Story Award (2000), lo Shelley Memorial Award (2001) e il Premio O. Henry (2005).

Danze di guerra è una raccolta di racconti pubblicata nel 2009 che vedrà la luce in Italia il 1 febbraio 2018 grazie a NN Editore e la minuziosa traduzione di Laura Gazzarrini. Il libro è suddiviso in undici racconti alternati regolarmente da dodici brevi poesie. Le opere di Alexie sono spesso influenzate da dettagli e curiosità sui nativi americani, complice l’esperienza nella riserva di origine. Le storie che compongono questa raccolta contengono infatti diversi elementi autobiografici. Il modus operandi dell’autore è semplice, ma efficace: egli parte da situazioni quotidiane per poi evolvere le storie e sollevare temi più complessi, portando in alcuni casi il lettore a interrogarsi su questioni più o meno etiche e morali.

Le tematiche trattate sono molteplici e universali: razzismo, famiglia, morte, religione e politica sono i principali strumenti di cui Alexie si avvale per raccontarci il mondo; il suo mondo, ma anche il nostro, quello che ci circonda e quello in cui viviamo. Tutto ciò è arricchito da un’ironia disarmante e un’ottima proprietà di linguaggio, che dona a queste storie una piacevole fluidità e non smentisce lo stile inconfondibile dell’autore.

Nel racconto Furto con scasso troviamo la brutta esperienza vissuta da un uomo che, intento a lavorare al montaggio di un film, subisce l’irruzione in casa di un ragazzo; in pochi secondi il protagonista si trova a dover scegliere se farsi da parte evitando una colluttazione, o difendersi con una mazza da baseball in alluminio. L’uomo vive in un quartiere di neri, ma non è nero. Non è nemmeno bianco. Egli è un membro ufficiale della tribù indiana Spokane, nonostante non ne abbia le sembianze. In seguito a quella vicenda il protagonista dovrà affrontare questioni razziali, etiche e, per un momento, anche i dubbi della propria moglie. Ma la prova più ardua, quello che lo coinvolgerà più di ogni altra, sarà il confronto con sé stesso, quesiti esistenziali che lo accompagneranno e solleveranno in lui controversie su cosa sia effettivamente giusto o sbagliato.

«Avrei potuto lasciarlo scappare, lo avrei fatto, ma lui si è fermato e si è girato verso di me. Perché ha agito così? Non lo so. Era giovane e spaventato e ha preso una decisione irrazionale. O forse non era irrazionale per niente. Si era tagliato la mano destra intrufolandosi dalla finestra rotta, quindi deve aver deciso che quel varco, con i bordi di vetro scheggiato, non fosse una via d’uscita abbastanza sicura – chi potrebbe mai pensare a una finestra rotta come a una via d’entrata o d’uscita sicura? – così ha cercato una porta. Ma la porta era dietro di me».

La vita dell’uomo è piena di scelte da prendere, in ogni momento. Queste possono essere più o meno importanti, e commettere un errore può di conseguenza essere più o meno grave. Nel racconto Figlio di un senatore un ragazzo e i suoi amici picchiano selvaggiamente una coppia omosessuale. Le vittime offrono però due versioni diverse alla polizia, impedendo così a chi di dovere di procedere con le indagini. La storia finirebbe qui, se non fosse che il protagonista non solo era legato – in passato – a una delle vittime da un profondo legame di amicizia, ma porta anche il “peso” – e la responsabilità – di un padre eletto a senatore degli Stati Uniti con aspirazioni presidenziali.

«Cinque ore dopo aver colpito Jeremy in faccia, sedevo nel salotto della mia casa d’infanzia a Seattle, da solo. Bernard, Eddie e Spence se n’erano andati. Stavo malissimo. Ho pregato di essere perdonato. No, non meritavo il perdono. Ho pregato di essere giudicato correttamente. Ho chiamato l’uomo più corretto che conoscessi – mio padre – e gli ho raccontato cos’avevo fatto. Stava sorgendo il sole quando mio padre ha attraversato la stanza a grandi passi e mi ha schiaffeggiato: una, due, tre volte». […] «”Che cos’hai fatto?” ha chiesto mio padre. “Non lo so” ho risposto. “Ero ubriaco e ho fatto una stupidaggine, non so cosa sia successo”.

“Questo rovinerà tutto. Mi hai rovinato con questa... questa cosa, lo capisci?”».

Una sorta di riscatto è in qualche modo ambizione dei personaggi di questi racconti: un uomo ricorda con affetto misto a rancore il padre morto alcolizzato; un marito non riesce più a provare attrazione sessuale verso la bellissima moglie, trovando in altre donne ciò che da anni non riesce più a vedere il lei; un figlio si annulla totalmente per badare a un padre aggressivo ma allo stesso tempo rabbonito dalla demenza. Ognuno di loro parte da un dilemma, un’ostilità, un contrasto. E allora Sherman Alexie non ci racconta solo il mondo, ma ci narra le storie di chi lo abita, l’uomo odierno che in quanto essere umano è debole e insicuro e, contro ogni probabilità, in cerca di una vera e propria redenzione.

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