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Non risponde mai nessuno



Simone Ghelli, classe 1975, è uno scrittore italiano di origini toscane. Laureato in Lettere e Filosofia, si dedica in seguito alla narrativa dopo aver intrapreso la carriera del critico, arrivando finalista al Premio Loria con L’ora migliore e altri racconti. Ghelli è tra i fondatori del collettivo Scrittori precari, e nel 2013 viene selezionato per l’antologia Toscani Maledetti. Molti dei suoi racconti appaiono su diverse riviste letterarie, come Minima et Moralia e Nazione Indiana; collabora inoltre con Cadillac Magazine. Nel 2012 esce per CaratteriMobili il romanzo Voi, onesti farabutti.

Non risponde mai nessuno è la sua ultima fatica, edita da Miraggi Edizioni e uscita nel 2017.

Noi di Reader For Blind ci abbiamo scambiato due chiacchiere recentemente, nell’intervista uscita sul nostro sito lo scorso 18 gennaio.

Dopo qualche anno dall’ultimo lavoro, Ghelli torna con una raccolta di racconti dalla particolare sensibilità, con un linguaggio semplice che non ha bisogno di alcun secentismo stilistico; la scrittura è anzi spesso arricchita da espressioni vagamente dialettali, proprie del luogo di nascita dell’autore e scenario palpabile di questi dieci racconti. La raccolta trasuda sofferenza e insoddisfazione; i personaggi di queste storie portano delle ferite invisibili ma profonde; ognuno di loro vive la propria quotidianità, ed essa risulta semplice e lineare, tanto da sembrare reale, tanto che ognuno di loro potrebbe essere uno di noi. E allora Ghelli ci offre storie come quella di Livio che torna alla vecchia casa dove è cresciuto – ormai disabitata – per controllare che sia tutto a posto, e rievoca ricordi che sembravano ormai essere sepolti; storie come quella del signor Tamberi, che passa la vita a crescere un figlio con gli evidenti segni di una malattia che seppur gli permetta di crescere fisicamente, lo renderanno per sempre simile a un bambino. Allora l’uomo dovrà lottare contro un altro male, quello della discriminazione subita dal figlio a causa della sua diversità; storie come quelle di una coppia che cercano disperatamente di togliere un gatto dalla strada, una lotta per salvare l’animale e forse anche un po’ sé stessi.

Storie come quelle nel racconto che dà il titolo alla raccolta, dove Cesare è un uomo come tanti, un uomo che potremmo pensare abbia una vita perfetta; un estraneo – guardandolo camminare per le strade del paese – potrebbe credere che Cesare abbia tutto: chi non si è mai soffermato a immaginare le storie di chi ci circonda, magari durante una passeggiata, e non si sia convinto che in fondo gli altri abbiano sicuramente una vita migliore della nostra, pur non sapendo assolutamente nulla di quelle persone?

La vita di Cesare invece sta degenerando. Vive a casa con un padre affetto da demenza senile da accudire; vive, suo malgrado, nella sporcizia e in un degrado esistenziale che sicuramente non gli invidieremmo, perché purtroppo non può permettersi di pagare una badante che possa accudire suo padre, mentre gli assistenti sociali – che regolarmente gli fanno visita – promettono aiuti concreti che in realtà non riescono a fornire.

«Che vuol capire, lei? Tra un po’ uscirà da quella porta e sarà libera. Sono io che resto qui con lui, con la sua malattia che non farà che peggiorare. Io una badante non me la posso permettere. Che devo fare? Lasciarlo sotto un ponte come un barbone? Se continuo così divento matto anch’io, così ci divertiamo».

Allora Cesare e suo padre vivono così, intrappolati in una gabbia astratta che si dimostra più reale di ciò che sembra, una gabbia che giorno dopo giorno si restringe, li opprime, li soffoca. Tutto ciò non giova al rapporto padre-figlio che con il passare del tempo si corrode sempre di più, mentre le istituzioni di riferimento non si dimostrano tali.

Abbandonati a loro stessi, Cesare e gli altri protagonisti di queste storie chiedono aiuto, ma non risponde mai nessuno.

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