• Reader for Blind

Non solo i salici piangono, non solo gli uomini sanguinano



Il sole aveva appena passato la linea dell’orizzonte, lasciando nient’altro che una striscia rossastra, un’ultima prova luminosa del suo passaggio. Le prime stelle avevano cominciato a mostrarsi, stanche, sul cielo striato di varie tonalità di blu, riverberando una luce fioca, ostentando timidamente nell’aria umida la loro capacità di bruciare. La luce più decisa proveniva da quelle più in alto, quasi sopra di noi, dove il cielo aveva già iniziato a tingersi del colore della notte. Le teste piegate all’indietro, quasi perpendicolari al terreno fangoso, sedavamo con la schiena appoggiata ad un masso di dimensioni modeste, parlando nell’aria ormai invernale di fine novembre.

«Ehi, ci sei?».

«Sì, credo».

Percepii il suo abbassare lo sguardo, tenderlo verso di me con un movimento lento ed energico, come di qualcuno che avesse dovuto compiere uno sforzo enorme per distogliere gli occhi da un qualcosa di quasi ipnotico. «Sembra di essere a casa, non trovi?»

Non ebbi la stessa premura, e tenni la testa rivolta verso le stelle, lanciandogli qualche occhiata di tanto in tanto con la coda dell’occhio. «Stronzate», dissi, «E poi qua l’aria puzza di merda, come il loro formaggio».

La sua espressione aveva assunto un’aria vagamente delusa, camuffata malamente sotto un sorriso obliquo. L’avevo già vista fin troppe volte, quella faccia lì. L’angolo destro della bocca leggermente rialzato formava una piccola ruga che dal labbro inferiore arrivava quasi giù fino al mento, facendolo sembrare molto più vecchio di quello che fosse.

Aveva un costante bisogno di essere rassicurato che quanto pensasse fosse vero, o perlomeno plausibile. Io non me ne preoccupavo molto, prendendo quella sua necessità come un capriccio e continuando a non dargli quella piccola soddisfazione, un piccolo dispetto di cui avevo imparato a godere, col tempo, nonostante la nostra amicizia. In quel momento, forse troppo tardi, mi resi conto di tutta la solitudine celata in quella vaga espressione di delusione, tutta la sofferenza in equilibrio su un angolo della bocca. L’equilibrio non aveva retto e la sua sofferenza cadde frantumandosi con uno schianto per terra, liberandosi nell’aria umida e gelata. Guardai il paesaggio intorno, e mi concentrai sulla sagoma di un albero, uno scheletro intorpidito contro un cielo al tramonto. Aveva ragione, sembrava di essere nel New England. Mi sentii infantile e stupido, e in un attimo percepii il sangue diffondersi nelle gote già arrossate da quel vento gelido. Provai a rimediare al mio cinismo, cercando, per quanto potessi, di esprimere nelle mie parole la stessa spontaneità con cui avevo cambiato idea riguardo a quel luogo, che ad ogni stanca occhiata mi sembrava sempre più familiare. Capii di esserci riuscito dal modo in cui i suoi occhi si illuminarono e le sue palpebre, mosse da un’energia imprevista, si spalancarono lasciando entrare quegli ultimi raggi rossastri. Ma la fierezza di quello sguardo si spense rapidamente, come rapidamente era nata. La sua attenzione era ora rivolta a tenere la testa diritta nel tentativo di non lasciarsi addormentare, di non cedere alla tentazione di chiudere gli occhi, una volta per tutte. «Non ci avevano preparati a tutto questo», le parole gli uscirono piano, gentilmente, senza tradire lo sforzo che il suo viso, al contrario, palesava nei suoi lineamenti. Era più vecchio ormai, di almeno cent’anni. L’avevo visto invecchiare inesorabilmente, alla stessa velocità dei proiettili che per mesi avevano rimbombato nelle nostre orecchie e con la stessa intensità del fischio che producevano a pochi metri dalla nostra testa. «Dicono che la bellezza sia negli occhi di chi guarda, ma negli occhi di un soldato non c’è altro che la propria casa. E non solo negli occhi, ma anche nelle orecchie, nel naso e nelle dita. Puoi essere in Egitto, in Russia o anche in Spagna. Non importa. Ci sarà sempre un odore che ti ricorderà lo stufato di tua madre, o una ragazza che ti farà venire in mente il tuo primo bacio. All’inizio non ci fai caso, è vero, ma una volta che succede, quella sensazione non te la stacchi più. Ma è solo un’illusione, spezzata dalle grida dei feriti. Ci hanno insegnato a sparare, quello sì, ma non ci hanno mai insegnato a non vedere l’America in tutto ciò che ci circonda». Rimasi in silenzio. Nei suoi occhi intrisi di tristezza vidi il ragazzo che era, e che non aveva mai smesso di essere. Nonostante il dolore. Nonostante la morte.

Aveva gli occhi gonfi, lucidi, pieni di lacrime che non sarebbero mai uscite. Mi ritrovai a pensare all’ultima volta che vidi qualcuno piangere, e con mio grande stupore notai di non riuscire a ricordare nessuno di noi soldati che, da quando sbarcammo in Europa, l’avesse fatto. D’altronde non potevamo permetterci nessun tipo di lusso, nemmeno quello di dar sfogo alle nostre emozioni. Bisognava nasconderle, soprattutto a noi stessi. Una sola lacrima avrebbe dato il via a un torrente emotivo capace di travolgerci, di spazzare via l’unica parte di noi che ancora era in grado di affrontare la realtà, di aggrapparcisi come un bambino alla sottana della madre. E in fondo quello eravamo, bambini.

La terra aveva cominciato a rilasciare il calore che aveva assorbito con cura durante il giorno, dando vita a una leggera foschia che conferiva al paesaggio un’atmosfera di funerea solennità. Il cinguettio degli uccelli aveva lasciato spazio a un silenzio sacrale, quasi come se il sole, ormai praticamente invisibile, si avesse portato via con sé – insieme alla luce del giorno – anche i suoni, lasciandoci soli con i nostri pensieri. Perfino il rumore delle bombe e degli spari era cessato. Chiusi gli occhi assaporando quel breve momento di serenità, e il fervore di quella melodia muta mi diede i brividi. Un leggero tremito mi partì dal fondo della schiena fino ad arrivare ai piedi e alla testa, aumentando di intensità con l’ampliarsi della distanza dal punto da cui era partito. Come un sasso lanciato in uno stagno, i cui cerchi si allargano allontanandosi, così quel fremito arrivò alle estremità del mio corpo con una forza devastante. Mi resi conto di battere i denti in modo convulso, distruggendo il silenzio che la terra si era faticosamente guadagnata, e cercai di rilassarmi, di non pensare ai miei denti che si stavano sfracellando fra di loro. Quel ticchettio assordante rendeva tuttavia impossibile concentrarsi su qualcos’altro e per un attimo ebbi paura, un impulsivo e angosciante terrore, che da lì a poco avrei perso tutti i denti, i cui pezzi, frantumatosi dal costante urto, mi sarebbero finiti in grembo, stagliando il loro bianco perlaceo contro il verde militare della mia divisa. La sua mano sfiorò la mia e d’un tratto smisi di tremare. I suoi occhi grigi, resi gialli dalla debole luce crepuscolare, erano colmi di una sincera preoccupazione. «Stai bene?». Chiusi gli occhi, appoggiando la testa lentamente contro il masso. «Sì». Lo sentii prendere un respiro profondo per quello che mi sembrò un lasso interminabile di tempo. Una bomba esplose a qualche miglio di distanza da noi. Un tonfo e una leggera vibrazione nell’aria furono tutto ciò che percepimmo. Niente urla, niente spari. Solo l’eco ritardato di un colpo portato dal vento. Ambasciator non porta pena, pensai, e mi tolsi l’elmetto lasciando che l’aria mi accarezzasse i capelli, riempiendoli di un leggero odore di termìte. «Forse sta arrivando qualcuno» dissi, «spero solo non siano i tedeschi». «Di sicuro non sono gli inglesi, sono le cinque, è quasi l’ora del tè». La voce gli uscì con fatica, accompagnata da un sorriso stanco ma compiaciuto. Sorrisi anche io, cercando di non tradire il panico che mi aveva preso nel sentire quelle parole, il cui suono, nonostante il contenuto, era carico di dolore e di morte. Non ci riuscii. Un’epifania di morte mi colpì allo stomaco, e provai una fitta lacerante a livello dello sterno. Sentii il cuore saltare un battito, forse più di uno. Ebbi come l’impressione che si stesse rilassando, accartocciandosi su sé stesso prima di prendere la rincorsa. Mi esplose nelle orecchie con una veemenza e una velocità che mi fece spaventare. Me lo sentii in gola e cercai di deglutire per paura di vomitarlo. Mi alzai e guardai il fianco destro del mio compagno. Rabbrividii nell’accorgermi di quanto fosse pallido ora che il mio corpo si era intromesso tra lui e quella fragile luce serale. Mi lasciai sfuggire un’imprecazione, seguita da una serie di parole completamente sconnesse, impenetrabili perfino a me stesso. Non erano passati nemmeno dieci minuti dall’ultima volta che l’avevo controllata, eppure la benda era ormai quasi invisibile e completamente inzuppata del suo sangue. La terra sfoggiava una piccola pozza color rubino, con la stessa malcelata civetteria di una ragazza perbene intenta a mostrare al mondo il suo anello di fidanzamento. Dalla pozza fuoriusciva un rigagnolo scarlatto, con un flusso lento e sinuoso. Seguii la striscia di sangue con gli occhi. Pochi metri più in là un ruscello serpeggiava tranquillo, praticamente immobile sotto la luce scura del tramonto. Vidi il sangue fluire verso di esso, aumentando leggermente la sua velocità in prossimità dell’acqua, dove il terreno si faceva impercettibilmente più inclinato.

Un passero atterrò sul bordo dell’acqua, a qualche passo da me. Inclinò la testa, da una parte e dall’altra, tenendo fissi i suoi occhietti attenti sulla mia figura. Sembrava non avere paura, come se fosse abituato alla presenza dell’uomo, o come se non lo fosse affatto, ignorante della malvagità di cui siamo capaci. Cinguettò con arroganza e con uno scatto mise la testa e il corpo nell’acqua, scrollandosela di dosso subito dopo con un movimento irrequieto. Fu solo allora che mi accorsi di come l’acqua aveva perso la sua trasparenza, tramutandosi di un colore opaco, che tuttavia non riuscii a individuare immediatamente. Quando capii fui scosso da un fremito d’orrore. L’uccello si stava lavando nell’acqua resa viscosa e opalescente dal sangue del mio amico. Gridai, furioso contro quello che ai miei occhi pareva un atto abominevole, lo scherno di una natura che aveva smesso di amarci ormai da troppo tempo. Volò via senza emettere alcun suono, solo lo sbattere nervoso delle ali che fremeva nell’aria. Lo seguii con lo sguardo oltre agli alberi spogli fino a quando scomparve dalla mia vista. Tornai con gli occhi al ruscello che nel frattempo aveva preso un colore vermiglio. Lo guardai scorrere lungo la pianura, perdersi verso l’orizzonte.

Il sole intanto stava completando la sua discesa, esibendo il suo miglior cremisi, esattamente sopra il filo argentato del ruscello. Vidi quel minuscolo corso d’acqua nutrire quella stella milioni di miglia lontana dalla terra, lontana dalla guerra, lontana da me. E per un attimo mi parve di vedere il sole ricevere con grazia quel dono sacrificale, e il cielo, nella sua parte più bassa, farsi ancora più rosso, quasi porpora. Restai ancora qualche secondo a fissarlo, guardandolo sprofondare sempre più veloce oltre la linea che ai miei occhi delimitava la fine del mondo.

Il buio arrivò in un attimo, e con esso una strana consapevolezza. Mi girai e vidi il corpo del mio amico rigido, nient’altro che una sagoma scura nell’ombra del crepuscolo. Il suo viso livido mostrava ora il sorriso di una serena arrendevolezza. Gli chiusi gli occhi, prima che diventassero troppo rigidi per la morte e per il freddo che ora, senza nemmeno più la tiepida opposizione di quei deboli raggi solari, era diventato quasi insopportabile. Poi mi sedetti accanto a lui e cominciai ad aspettare.

Una lacrima mi rigò il volto indurito dal fango ormai secco finendomi sul dorso della mano. La guardai, e senza emettere un suono cominciai a piangere. E vidi quel ruscello divenire un fiume, che riempì il mare, e sommerse il mondo con tutte le lacrime che non avevamo mai potuto versare.

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