• Reader for Blind

Una strada secondaria


Questo post rappresenta la quarta tappa del The Mississippi Blogtour!


Mantieni la strada maestra, finché non arrivi a una deviazione che ti porta a girare sulla destra.

I

Nell’alba serena di settembre una voce risuonava chiara e melodica: la voce d’un uomo che cantava un’arietta popolare. C’era qualcosa in quella melodia che suggeriva che si trattava d’un giovane e allegro, e che era un innamorato felice.

A oriente, al di sopra della cintura di legno e foglie, una grandiosa sfera d’oro pallido si innalzava rapida e silenziosa. Le ghiandaie mandavano richiami nel boschetto dove gli aceri fiammeggiavano di chiazze rosse e arancio tra le querce verdi. L’erba incrostata di brina scricchiolava sotto i piedi, la strada era liscia e di color grigio-bianco, l’aria indescrivibilmente pura, sonora e frizzante. Non c’è da stupirsi che l’uomo cantasse.

Comparve alla curva del viottolo. Portava una forca sulla spalla, un arnese lucido e ben fatto. Portava il cappello di paglia all’indietro, la giacca scolorita e ruvida era abbottonata fino al mento e alle mani indossava guanti di sottile pelle di cervo. Aveva un aspetto vigoroso e intelligente, e di certo non poteva avere più di ventidue anni.

Quando ebbe fatto ancora un po’ di strada incontro all’aurora che si appressava, smise di cantare. I cieli che si aprivano avevano una maestà e una dolcezza che gli facevano dimenticare la gioia fisica della giovinezza felice. Divenne quasi triste ai vaghi grandi pensieri e sentimenti che si susseguivano nel suo animo man mano che la meraviglia del mattino cresceva.

Rallentò il passo, seguendo meccanicamente la strada, con gli occhi fissi alle strisce fluenti e cangianti di rosa e di verde pallido che facevano dell’est un luogo talmente pieno di gloria da non poter essere descritto a parole. L’aria era così ferma che pareva aspettare trepidante l’arrivo del sole.

Allora il suo pensiero passò ad Agnes. Lo avrebbe visto lei tutto questo? In quel momento era al lavoro, a preparare la colazione, ma sperava che avesse tempo di vederlo. Si trovava nello stato d’animo, ormai così normale per lui, di non poter completamente godere di un qualsiasi spettacolo o suono a meno che non potesse condividerlo con lei. Laggiù sulla strada, udì chiaramente l’acciottolio di un carro. Vicino e lontano i galli si chiamavano in toni e chiavi diversi. I cani abbaiavano, i campanacci del bestiame tintinnavano nei pascoli boschivi e, quando il giovane passava davanti alle fattorie, la luce della finestra della cucina mostrava le donne indaffarate a preparare la colazione, mentre il suono di voci e il fregar di striglie nella stalla dicevano che gli uomini erano occupati alle loro faccende mattutine.

Intanto l’oriente risplendeva più ampio. La sfera d’oro divenne più brillante, le nuvole leggere qua e là fiammeggiarono di una vampa rossa e la brina cominciò a rifletterne il colore. Il giovane camminava e sognava; la sua faccia larga e gli occhi profondi e ardenti coglievano e riflettevano una parte della bellezza e della maestosità del cielo.

Ma una nube venne sulla sua fronte quando, nel passare davanti al cancello di un podere, fu raggiunto da un giovane che poteva avere all’incirca la sua età. Era anch’egli attrezzato per il lavoro.

«Salve, Will!»

«Salve, Ed!»

«Vai ad aiutare Dingman a trebbiare?»

«Sì!», rispose Will, asciutto. Era facile capire che non gradiva compagnia.

«Anch’io. Chi ti farà la trebbiatura? Dave McTurg?»

«Sì, credo lui. Non ho ancora parlato con nessuno»

Proseguivano l’uno fianco all’altro. Will era assai poco disposto a simili sgarbate intrusioni. I due erano rivali, ma Will, essendo il vincitore, si sarebbe comportato con magnanimità, solo che voleva esser lasciato ai suoi sogni d’innamorato.

«Quando rientri a scuola?», chiese Ed dopo un po’.

«L’anno scolastico comincia la settimana prossima. Farò un’interruzione nella seconda settimana»

«Dì un po’: ti diplomi l’anno prossimo, no?»

«Lo spero, se non mi va male»

Continuarono a camminare fianco a fianco, bei giovani entrambi; sebbene Ed fosse più appariscente in viso, con una finezza di lineamenti e una caratteristica pelle bianca che non s’abbronzava mai al sole. Masticava tabacco con vigore, una delle sue più evidenti cattive abitudini.

A un tratto, si poteva sentire il rumore dei carri provenienti da diverse strade, insieme a voci gioviali che cantavano. Da un carro che stava sopraggiungendo veloce dietro ai due, il conducente urlò a mo’ di bonario avvertimento: «Ehi voi, toglietevi di mezzo!», e con una risata e un fischio spronò i cavalli per sorpassarli.

Cogliendo a volo l’ironia del conducente, Ed allungò la mano sinistra e afferrò il cancelletto posteriore, gettò la forca nel carro e ci saltò dentro. Will continuò a camminare, ignorando il carro. Da tutte le parti, ora, carri di contadini e trebbiatori stavano uscendo per recarsi ai campi con un brontolio rumoroso e pesante.

Il sole di un color rosso tenue saettava luce attraverso le foglie riscaldando i tronchi delle grandi querce che si ergevano sull’aia, sciogliendo la brina gelata sulla grossa trebbiatrice, piazzata in mezzo alle pile del grano. Il lato attraente, il pittoresco della scena fece presa su Will Hannan, per quanto ci fosse abituato. Le case sembravano sorgere per formare un cerchio, collegate tra loro da sei steccati. Il tutto, sotto lo splendore della brina.

Il conducente oliava le ruote dentate della trebbiatrice, mentre alcuni uomini si azzuffavano allegramente per l’aia. Ed Kinney si era arrampicato sul mucchio più alto ed era pronto a lanciar giù il primo covone. Il sole, illuminandolo in pieno, faceva risplendere il manico della sua forca come oro opaco. Battute, scherzi e ritornelli di canzoni si levavano da ogni parte. Dingman era impegnato a dare ordini e a sistemare gli uomini, e si udiva la voce del grosso David McTurg che si rivolgeva a quelli che sollevavano il lungo elevatore per metterlo a posto:

«Alzatelo, forza! Eccolo che ci va!»

Ma, più di ogni altra cosa, a far palpitare il cuore di Will fu la fugace visione di un volto sorridente di ragazza alla finestra della cucina.

«Salve, Will!», suonò il saluto di tutti, concesso con un certo sforzo dalla maggior parte dei giovani dato che Will andava a scuola a Rock River da alcuni anni e c’era una punta di gelosia da parte di coloro che fingevano di farsi beffe di “collegiali come Will Hannan e Milton Jennings”.

Dingman si avvicinò. «Will, è meglio che tu vada sul mucchio con Ed».

«Tutti pronti. Vai!» disse David, con la sua voce piana ma sonora di basso che aveva un tono gioviale. «Su, fannulloni, ognuno di voi prenda qualcosa! Siete pronti?». Fece un cenno con la mano al conducente che salì sulla piattaforma. Ognuno s’arrampicò al proprio posto.

«Iih-ah! Pronti ragazzi? Buono, là, Dan! Iih-ah! Mettetevi al vostro posto! Fermi voi! Andiamo!». I cavalli cominciarono a tirare con tutte le loro forze alle stanghe. Il cilindro cominciò a ronzare.

«Prendi quella radice, là! Dov’è quello che taglia? Qui, tu, arrampicati qui!», e David si sporse e con la sua gigantesca mano tirò su Shep Watson prendendolo per la spalla.

Bu-uu-uum! Bu-uu-uu-uum, iarrr, iarrr! Sembrava che il ronzio del cilindro si tramutasse in un ringhio, man mano che aumentava di velocità. Alla fine, quando il suo tono divenne un urlo assordante, David fece segno agli uomini di buttare giù i covoni e si fregò le mani. I covoni cominciarono a venir giù dal mucchio; il tagliatore, coltello alla mano, ne recideva il legaccio in due e il porgitore con un movimento sicuro e maestoso li raccoglieva sotto braccio e li faceva rotolare in una fascia di immissione, sulla quale il cilindro passava con il suo latrato spaventoso e feroce.

Will godeva in silenzio di quel modo quieto di vivere. Gli dava piacere la liscia rotondità dei suoi muscoli e la forza che sentiva nelle sue mani mentre sollevava, rivoltava e lanciava i grossi covoni a due alla volta sulla tavola dove l’uomo ne trinciava i legacci con furia. Il suo profilo, più robusto che alto, non gli negava una certa agilità, donandogli una figura bella a vedersi. Così pensò Agnes, che, uscita un momento, salutò sorridendo ambedue i giovani.

Questa scena, che nell’ambiente agricolo del west era una di quelle in cui il cameratismo e la socievolezza si solidificavano, aveva un incanto che prescindeva dall’umano piacere d’essere in compagnia: la bella paglia gialla che entrava nel cilindro; il grano di un lucente giallo bruno che veniva spinto ritmicamente fuori a un lato della macchina; la paglia spezzata, la pula e la polvere che venivano soffiate fuori sul grande elevatore; l’allegro fischiare e vociare del conducente; l’aria fresca e pungente, e la chiarità del sole che infondeva come uno strano incantesimo al passare del tempo.

Will e Agnes erano giunti a un tacito accordo di reciproco amore solo la sera prima, e Will sentiva il desiderio prepotente di guardar spesso verso la casa, ma mai come ora temeva le battute dei compagni. Così, continuava a lavorare metodicamente e con alacrità, ma il suo pensiero andava al futuro. Il fruscio della quercia vicina, le cui foglie secche facevano un rumore che poteva sentire attraverso il ruggito continuo della macchina; nel cielo grandi flotte di nubi navigavano al vento crescente, come vascelli diretti verso qualche terra d’amore e di ricchezza.

Quando i Dingman erano arrivati lì, solo un paio d’anni prima, Agnes era stata subito circondata da uno sciame di ammiratori. Il suo viso grazioso e la sua indole solare e generosa le avevano garantito subito la simpatia di tutti. Will però, disdegnando di diventare uno dei tanti, si era tenuto in disparte, cosa che gli era riuscita facile, perché passava la maggior parte dell’anno a scuola.

Però il secondo inverno, anche Agnes frequentava la scuola normale. Così, l’amore di Will per lei cresceva giorno dopo giorno. Era sempre stato un tantino geloso di Ed Kinney, perché Ed ballava con una certa qual grazia libertina ed era molto bravo e ardito alla guida di un tiro a due, il ché faceva di lui un pericoloso rivale.

Ma, pur lavorandogli accanto tutto quel lunedì, Will era tanto sicuro della carezza che Agnes gli aveva fatto al momento del congedo la sera prima, da sentirsi completamente felice; così felice che non gl’importava di parlare, voleva solo lavorare e sognare mentre lo faceva.

Il malizioso McTurg sembrava allegro quando la macchina si fermò per un paio di minuti: «Bene, ragazzi, lavorate meglio di quello che mi aspettassi dopo esser stati fuori fino a tardi ieri sera. Il primo che vedo sbadigliare lo mando a raccogliere le mele».

«Tienimi d’occhio, allora!» disse Shep Watson.

«Tu? – schernì uno di quegli altri – Ma se tutti sanno che se una ragazza facesse tanto di guardarti di traverso cadresti in convulsioni!»

«Un’altra cosa, – disse David – voi che portate il grano non voglio che andiate ogni minuto a prender frittelle o biscotti in casa».

«Su, vieni fuori, – disse Bill Young da sopra al pagliaio – non vorrai tenertelo tutto per te il divertimento»

A Will il sangue cominciò a salire in volto. Se Bill avesse aggiunto dell’altro o avesse nominato Agnes, lo avrebbe fatto tacere. Era orribile pensare che questi scherzi volgari dovessero toccare così da vicino la più sacra e più bella sera della sua vita. Non erano le parole ma il tono a rendere tutto volgare. Ebbe un sospiro di sollievo quando il rumore della macchina ricominciò.

Questo scambio di battute lo avevano reso più cauto, e quando suonò l’ora del pasto, si rese conto che stava per vedere Agnes. Iniziò a sentirsi intimorito. Non partecipò alla gara di quegli uomini pieni di polvere, mezzi morti di fame, per arrivare primi a lavarsi, né per prendere posto alla prima tavola.

Ogni trebbiatura rappresentava una dura prova per la massaia. Dover cucinare per una dozzina di uomini, affamati come lupi, oltre ad accudire alle solite faccende giornaliere, non era un’impresa facile per due donne. I preparativi cominciavano di solito la sera prima con un’incursione nel pollaio, dato che il pollo lesso era il piatto forte del pranzo. La tavola, allungata con assi, occupava tutto il salotto. Altre assi appoggiate su sedie fornivano posti supplementari e i piatti si prendevano a prestito dai vicini a cui si ricambiava il favore quando veniva il loro turno di trebbiatura.

Talvolta le donne dei vicini venivano ad aiutare, ma Agnes e sua madre erano decise a sbrigarsela da sole quell’anno, e così la ragazza con un lindo abitino scuro, gli occhi scintillanti, le guance arrossate per la fatica, accoglieva gli uomini man mano che entravano, polverosi e sporchi fin dietro le orecchie, ma con un grande sorriso amichevole sul volto.

La maggior parte di loro erano contadini del vicinato e compagni di scuola. L’unico di fronte a cui si ritrasse fu Bill Young, con quei suoi occhi lustri e duri e la faccia rossa, sudicia. Agnes accolse i loro scherzi e il loro chiasso con un sorriso silenzioso che metteva in mostra la sua dentatura regolare e le faceva venire le fossette sulle guance. Era «un balsamo per il bruciore agli occhi», come uno di loro disse a Shep. Appariva deliziosamente carina ed elegante a quegli uomini così rozzamente vestiti.

Tutti si disposero lungo la tavola facendo un gran fracasso, con tonfi di scarponi, cigolii del legno, sferragliare di posate, in un crescendo di voci.

«Stai buono, Steve! Non ti avvicinare troppo al pollo!»

«Vai più in là, Shep! Voglio essere vicino alla porta di cucina! Con te da quella parte non mi arriverebbe nulla».

«Oh, è astuto l’amico! Capisco che cosa tu…»

«No, non ho bisogno di zucchero se mi concedete almeno un sorriso». Questa uscita del galante David, fu accolta con uno scroscio di risa generale.

«Ehi Dave, e se lo venisse a sapere tua moglie?»

«Non gli lascerebbe un capello in testa, ecco cosa gli farebbe».

«Ehi, qualcuno faccia passare di qua la mucca», disse Bill.

«Non la muovere, è troppo vecchia», fece Shep passando la brocca di latte.

Le patate venivano afferrate, tagliate in due, inzuppate nel sugo e mangiate in pochi bocconi. Le focaccine di granoturco venivano gettate nelle fauci come carbone in una locomotiva. Con i coltelli nella mano destra, afferravano la carne e la condivano col sugo. Erano uomini muscolosi, sudici ma sani, che mangiavano come Vichinghi e lavoravano come diavoli. In meno di un minuto dal loro arrivo erano del tutto immersi nel pasto, in parte nascosti dal vapore delle patate e dello stufato.

Per evitare che gli altri avessero commenti sulla sua attrazione per Agnes, Will assunse un tono di superiorità verso i compagni e una curiosa freddezza nei confronti di lei. Quando lui entrò, Agnes gli andò incontro con un sorriso luminoso.

«C’è ancora un posto, Will». Un’inflessione di involontaria tenerezza nella voce la tradì, e Will sentì un’ondata di sangue caldo investirlo mentre gli altri ridevano fragorosamente.

«Ah, ah! Oh, per lui ci sarebbe un posto!»

«Non ti preoccupare, Will! Per te c’è sempre un posto qui!»

Will si sedette con un’improvvisa vampata d’ira. «Perché deve far capire certe cose a quegli sciocchi?» pensò, senza neppure ringraziarla per avergli indicato la sedia.

Agnes arrossì vistosamente, ma rispose con un sorriso. Era così orgogliosa e felice che non le importava molto che gli altri sapessero. Ma, mentre si sedeva, Will le lanciò uno sguardo talmente colmo d’ira da riuscire a ferirla. Raddoppiò allora i suoi sforzi per riuscirgli gradita. Ma il risultato che ottenne fu quello di far aumentare il volume delle risate della compagnia, che intanto rosicchiava ossi di pollo, faceva tintinnar tazze e posate, scherzando e mangiando piuttosto sguaiatamente senza mai fermarsi.

Will se ne stette in silenzio per tutta la durata del pranzo, usando, in netto contrasto con gli altri, la forchetta invece del coltello e bevendo il thè dalla tazzina invece che dal piattino; “raffinatezze” che non sfuggirono all’attenzione della ragazza né agli occhi acuti degli altri lavoratori.

«Visto? In collegio si fa così, guarda! La forchetta per la torta nella destra! Ehy, che non lo sa fare io? Guardatemi!»

Quando Agnes si chinò per chiedergli: «Ancora un po’ di thè, Will?», quelli si diedero delle gomitate e ridacchiarono. «Ah! Che ti dicevo?».

Agnes si rese conto alla fine che per una qualche ragione Will non voleva che lei mostrasse premure per lui, che in un certo qual modo se ne vergognava, e si sentì offesa. Per rimediare ricorse iniziò a rivolgere il suo sorriso per dar confidenza anche agli altri. Domandò a Ed se non volesse un altro pezzo di torta.

«Sì, con una forchetta, per favore».

«Questo è l’unico posto in cui ti va di usarla», disse Bill Young dando l’avvio a una risata generale con il suo largo ghigno.

«Ma… Ma è troppo vecchia» disse Shep Watson. «Non la tirar fuori. Un uomo come Ed non può usarla…».

«Vai Ed, fagli vedere i muscoli».

«Sì, delle mascelle», intervenne Jim Wheelock, il macchinista. «Se tu avessi un po’ più di lavoro con acqua e sapone prima di venire a pranzo sarebbe stata un’idea santa», disse David.

«Non fa bene alla salute, lavarsi».

«Bene, allora tu vivrai in eterno».

«Non si è mai lavato la faccia da che lo conosco».

«Questo è un po’ troppo! Una volta alla settimana si lava», disse Ed Kinney.

«Anche dietro le orecchie?», domandò David che stava masticando una frittella, con gli occhi neri che ammiccavano divertiti.

«E perché mai?»

«Dade dice che lei non lo bacia se non si lava». Tutti scoppiarono a ridere.

«Brava Dade! Io non lo bacerei se fossi al posto suo».

Wheelock impugnò una coscia di pollo senza scomporsi e dopo averla addentata un paio di volte la lasciò scarnita come uno stecchino da denti. Sulla sua faccia risplendevano due zone pulite intorno al naso e alla bocca. Dietro le orecchie il sudicio rimaneva indisturbato. L’unto che aveva sulle mani non sarebbe andato via soltanto con una sciacquata.

Ora Will cominciava a soffrire perché Agnes concedeva troppe attenzioni agli altri compagni. Con quella esigente gelosia che hanno gli innamorati, voleva che lei nascondesse in qualche modo agli altri il loro affetto, e al tempo stesso mostrasse indifferenza a uomini come Young e Kinney. Non si fermò a interrogarsi se una tale pretesa fosse giusta o come fosse possibile attuarla. Voleva soltanto che lei facesse così.

Lasciò la tavola alla fine del pranzo senza averle parlato, senza averle rivolto neppure un tenero sguardo d’intesa. Eppure sapeva che l’aveva turbata e addolorata. Ma anche lui soffriva. Gli sembrava di aver perso qualcosa di dolce, d’averlo perso senza speranza.

Notò che Ed Kinney e Bill Young furono gli ultimi a uscire, appena un momento prima che la macchina fosse rimessa in moto dopo il pranzo, e li vide fermarsi davanti alla soglia e rispondere con una risata ad Agnes che stava sull’uscio. Perché non era capace di tenere a distanza quegli individui, perché era uscita a scherzare con loro?

In un certo qual modo l’esaltazione della mattina si era dissolta. Continuò a lavorare con accanimento, a testa bassa, senza far caso al frusciare delle foglie, senza badare ai colori che il tramonto dipinse sulle nuvole. Naturalmente non pensava che il comportamento di Agnes volesse dire alcunché, però questo lo irritava e lo gettava nello sconforto. Concedeva gentilezze con troppa libertà.

A metà del pomeriggio la macchina si fermò per una riparazione, e Will, mentre se ne stava sdraiato nel suo mucchio di covoni nello illuminato da un dorato raggio di sole, giocando col grano tra le dita e ascoltando il vento tra le querce, sentì il suo nome e quello di lei dall’altra parte della macchina dov’era il misuratore. Si pose in ascolto.

«È piuttosto tenera con lui, non è vero? Hai notato come gli gironzolava intorno?»

«Sì! E hai visto lui quando lei gli ha passato la tazza del thè sopra la spalla?»

Will si alzò, rosso di rabbia, mentre quelli ridevano.

«Però sembrava che quasi non ci godesse, come ci avrei goduto io. Magari m’allungasse il braccio sul collo in quel modo».

Will girò intorno alla macchina e piombò sul gruppo che era sdraiato sulla pula vicino al pagliaio.

«Sentite, cercate di mettervi in testa che questi discorsi non li voglio più sentire. Chiaro?»

Ci fu un profondo silenzio. Poi Bill Young si alzò.

«Che fai altrimenti?», ghignò.

«Ve la faccio smettere io».

La bestia si risvegliò in Young. Fece un passo avanti, la ferocia del suo animo gli fiammeggiava negli occhi.

«Bada, maledetto damerino di uno studente, che ti posso spezzare in due!»

Un bagliore negli occhi di Will fu la risposta. Impugnò con forza la forca, che s’era portato dietro senza accorgersene.

«Se fai un altro passo ti spacco la testa come un guscio d’uovo». La sua voce era bassa ma terribile; c’era in essa un tono che congelò il suo stesso sangue nelle vene. «Se pensi che abbia intenzione di rotolarmi qui per terra con una iena come te, hai scelto male il tuo tipo. Preferisco ammazzarti che battermi con uomini come te».

Bill indietreggiò e se la svignò borbottando epiteti come “vigliacco”.

«Non m’importa come chiami me, ma ricorda quel che ti dico: tieni la lingua a posto sugli affari di quella ragazza».

«Bravo, così si parla», disse David. «Difendi sempre la tua ragazza, ma senza usare la forca. Lo puoi sistemare anche senza quella».

«Non voglio provare», disse Will allontanandosi. Ma come si voltò, colse l’immagine di Ed Kinney al pozzo che pompava un secchio d’acqua per Agnes, la quale, accanto a lui, col sole che le brillava sui capelli biondi, rideva di qualche cosa che aveva detto Ed mentre mandava su e giù lentamente il braccio della pompa.

All’improvviso, la rabbia di Will si riversò su di lei come un fiume torbido e schiumante. «È tutta colpa sua», pensò digrignando i denti. «È una sciocca! Se almeno fosse riservata come le altre ragazze… Ma no! lei deve sorridere e sorridere a chiunque». Era un magnifico quadro, ma gli fece venire i brividi.

Continuò a lavorare a denti stretti, rosso di rabbia. Avrebbe voluto aggredirla, sia a parole che con un coltello. Una terribile furia, fino ad allora era latente, si impossessò del suo corpo. La parte peggiore del suo essere era stata evocata, ma lui era incapace di esorcizzarla. I denti serrati in una morsa gli dolevano per la tensione dei muscoli e gli occhi gli bruciavano per lo sforzo.

Si era sempre vantato di essere freddo, calmo, superiore a quegli assurdi litigi a cui si abbandonavano i suoi compagni. Non avrebbe mai pensato di lasciarsi prendere dalla rabbia fino a tal punto. Mentre continuava a lavorare la sua ira retrocedeva in una sorta di ostinata amarezza per il conflitto tra la sua cattiva natura e il suo io abituale. Era l’istinto di possesso, il senso intimo di proprietà della donna, quasi fosse un animale, che era salito alla superficie e si era impadronito di lui. Essendo giovane, non riusciva a campire come si stava comportando, sebbene fosse più introspettivo del contadino ordinario.

Ebbe molto tempo per riflettere mentre continuava a inforcare e gettar giù i pesanti covoni, ma non riuscì tuttavia a liberarsi dal meschino desiderio di punire Agnes. E così, quando lei, così graziosa col suo cappello di paglia, venne fuori e si avvicinò al suo mucchio, Will, pur sapendo che era venuta a vederlo per avere una spiegazione, un sorriso, continuò a lavorare col cappello calato sugli occhi, quasi non degnandola di uno sguardo.

Ed si portò sull’orlo del mucchio per chiacchierare con lei, e lei, poveretta, consapevole del disinteresse di Will, non poté che far buon viso e mostrare che non gliene importava, rispondendo a Ed con una risata.

Will vide tutto questo, sebbene fingesse di non guardare. E quando Jim Wheelock, Jim il sudicio, con la frusta in mano si avvicinò e fece finta, per scherzare, di versarle olio sui capelli, e lei ridendo lo colpì con una manciata di paglia. Da quel momento Will decise che non l’avrebbe guardata neanche se l’avesse chiamato per nome.

Agnes aveva un aspetto così luminoso e affascinante vestita col suo candido grembiule e col suo cappello di paglia da ragazzaccio, inclinato spavaldamente sull’orecchio roseo, tanto che David, Steve e perfino Shep, cercarono il modo di scambiare una parola con lei, e i poveretti in alto sul pagliaio mostrarono il loro disappunto e agitarono le forche con finta rabbia verso quei cani fortunati che erano giù a terra. Ma Will continuò a lavorare come un demonio, mentre chiazze di luce e d’ombra cadevano sul viso splendente dell’allegra ragazza.

Neppure per salvarsi l’anima dalle pene dell’inferno avrebbe potuto portarsi sull’orlo del mucchio e sorriderle. Era impossibile. Un muro di bronzo era sorto fra di loro. La scorsa notte, sembrava un sogno. La stretta delle mani intorno al suo collo, il tocco delle sue labbra erano come le carezze di un sogno remoto.

Man mano che la sera si avvicinava, gli uomini lavoravano con un ritmo più meccanico e regolare. Nessuno parlava più. Tutti erano concentrati sul loro lavoro e non avevano energia e fiato da buttar via. Il conducente al suo posto di comando appoggiava il peso del corpo ora su un piede, ora sull’altro, fischiando e cantando ai cavalli esausti. Il porgitore, con la faccia grigia di polvere, faceva rotolare il grano nel cilindro in modo così regolare, uniforme e veloce che il cilindro correva senza posa con un cupo fragoroso rimbombo. Lassù, sui pagliai gli uomini lavoravano col ritmo regolare dei rematori su una galea. Le loro figure, vaghe e indistinte nel nugolo di polvere e pula, si profilavano contro le splendide nuvole tinte di giallo e arancio.

«Fi-i-iu-ii!», fischiò il conducente con le gioiose note ascendenti di un uccello. «Fi-i-iu-ii! Avanti, ragazzi! Da questa parte, Dan, avanti! Fi-i-iu-ii! Dai, vai così!»

In casa le donne stavano apparecchiando per la cena. Il sole era ormai dietro le querce, riversando con gloria un tenue rosa ovunque e lanciando splendide ombre arancioni lungo gli orli delle nuvole di un blu lavagna. Agnes si fermò un momento davanti alla finestra della cucina per guardare su verso il cielo e piangere senza che nessuno l’ascoltasse. «Cos’era successo a Will?». Sentiva una specie di sfiducia in lui. Pensava di conoscerlo bene, ma ora si comportava in modo così freddo e distante.

«Andiamo, Agnes», disse la signora Dingman. «Sono quasi in fondo al mucchio e saranno tutti qui tra poco».

«Fi-i-iu-ii! Dai, Doll! Forza, ragazzi! Fi-i-iu-ii!», faceva il conducente fuori nell’ombra della sera saettando allegramente la frusta sulla groppa dei cavalli. Bum-u-u-um! Ruggiva la macchina con un suono soffocato, monotono e solenne. «Forza, ragazzi! Via, via!»

Will aveva lavorato senza sosta tutto il giorno. I muscoli gli dolevano per la fatica. Le mani gli tremavano. Però stringeva i denti e continuava a lavorare, deciso a non cedere. Voleva che capissero che poteva inforcare tanti covoni quanti loro e nel frattempo leggere i Commentari di Cesare. Pareva che ciascun mannello fosse l’ultimo che riusciva a sollevare. I tendini del polso lo facevano soffrire, sembravano gonfi due volte la loro grandezza naturale. Ma continuava a lavorare senza tregua mentre calava l’oscurità e l’aria diveniva fresca.

Alla fine, la forca sollevò l’ultimo mannello, così Will si mise in ginocchio ad aiutare a raccogliere il grano sciolto in panieri. Era un sollievo appoggiarsi sulle ginocchia, lasciare la forca e far riposare i muscoli esausti! Una nota nuova si udì nella voce del conducente, un tono carezzevole, pieno di benevolenza e di ammirazione per il lavoro che i suoi cavalli avevano fatto.

«Wow, giovanotti! Fermi, ragazzi, fermi! Ehy, Dan. Buono, buono, vecchio mio! Ooh, là!». Il cilindro iniziò a ronzare in chiave più bassa, con brevi urli acuti a ogni giro a vuoto. I cavalli erano in moto da così tanto tempo che arrivarono a fermarsi di mala voglia. Alla fine David gridò: «Basta! Staccare!». Gli uomini afferrarono le parti terminali delle stanghe, David staccò i paletti e Shep spinse lentamente un covone nel cilindro soffocandone il rumore fino a ridurlo al silenzio.

La calma e l’oscurità erano solenni. La ruota dentata di metallo aveva così a lungo cantato la sua nenia assordante nelle orecchie di Will, che mentre questi si allontanava nell’ombra ebbe la strana sensazione di essere diventato improvvisamente sordo; aveva inoltre le gambe così intorpidite che a malapena sentiva di toccare terra. Zoppicava come se fosse paralizzato.

Tirò fuori un fazzoletto, se lo passò sulla fronte per ripulirla, per quanto possibile, dalla polvere, scosse la giacca, si spolverò le spalle con un sacco, e quando stava ormai per andarsene via, padron Dingman, un uomo piuttosto fragile e anziano, lo raggiunse.

«Vieni, Will, la cena è pronta. Vieni dentro a mangiare».

«Penso di andare a cenare a casa».

«Oh, no! Non va bene. Le donne contano che tu resti».

Gli uomini ridevano presso il pozzo, una calda luce gialla usciva dalla cucina, l’aria fresca di fuori le dava un’apparenza molto invitante, e lei era là, in attesa. Ma il demone prevalse in lui. Will sapeva che lei l'avrebbe aspettato e che, se lui se ne fosse andato senza degnarla di uno sguardo, lei avrebbe pianto tutta la notte. Tuttavia il suo volto s'irrigidì. «Penso che andrò a casa», disse, e il tono era inflessibile. Si volse e si allontanò, barcollando dalla fame e dalla stanchezza. Era così infelice che si sarebbe messo a piangere.

II

Il giovedì doveva aver luogo la fiera della contea. Ogni anno, la fiera è un giorno di gran festa per le zone agricole dell’Ovest, una di quelle occasioni in cui l’innamorato campagnolo non bada a spese per permettersi il lusso di noleggiare un calesse coperto sul quale portare la propria bella alla città vicina.

Era abitudine prepararsi con un certo anticipo, dato che i calessi erano così richiesti da far sì che il noleggiatore si arrogasse il diritto di assumere atteggiamenti dispotici, e non guardava in faccia a nessuno se si era tentennato troppo. Lentamente, i damerini di campagna iniziavano la loro competizione con gli impiegati di città, e in molti casi si concedevano il lusso si offrire un prezzo più alto di loro, dato che usavano i propri cavalli e quindi potevano offrire di più per la carrozza.

Will si era assicurato l’attacco di suo fratello, e il giovedì si era presentato al lavoro per lavare via il fango dalla carrozza, per spolverare i cuscini, per lustrare le fibbie e le rosette sui finimenti dei cavalli. Era una bella alba limpida e frizzante, un giorno ideale per una cavalcata; e Will cantava mentre lavorava. Aveva ritrovato il suo vero io, e ora che era passato attraverso un amaro periodo di vergogna pregustava nel pensiero la gioia del perdono. Attendeva con ansia quel giorno per le occasioni che gli avrebbe offerto di far mille piccole cose che dimostrassero il suo rincrescimento e il suo amore.

Non vedeva Agnes dal lunedì, perché martedì non era tornato ad aiutare a trebbiare e mercoledì era dovuto andare in città per fissare l’alloggio per il prossimo anno scolastico. Ma era sicuro di lei. Era tutto stabilito la domenica precedente: lei lo avrebbe aspettato e lui sarebbe passato a prenderla alle otto in punto.

Lucidò i puledri con allegri colpi di spazzola e striglia e, dopo l’ultima strigliate sul pelo lucido delle loro zampe, gettò gli arnesi nella cassetta e andò verso la casa.

«Freddino stanotte!» disse suo fratello John, che si strofinava energicamente la faccia alla cisterna.

«Dal velo ghiacciato, si direbbe proprio di sì», rispose Will, immergendo le mani nell’acqua gelida.

«Dovrei stare a casa oggi a scavar le patate», continuò il più anziano, pensieroso, mentre andavano nella legnaia e si asciugavano uno dopo l’altro all’asciugamano a rullo. «Alcune sono a fior di terra e il gelo le rovinerà di certo».

«Oh, non direi. Faresti meglio ad andare, Jack; ti muovi così di rado! E poi, pensa che delusione per Nettie e i bambini. I loro piccoli cuori traboccano di gioia». Fu improvvisamente interrotto dai due bambini che sbatterono la porta per portare al padre una preziosa informazione.

«’lazione, babbo, plonta!»

Il tavolo in cucina era apparecchiato vicino alla stufa e il sole entrava dalla finestra mentre l’odore di salsicce sfrigolanti e l’aroma di caffè riempivano la stanza. La pentola faceva il suo dovere allegramente e la massaia, con la faccia arrossata e gli occhi sorridenti, andava su e giù di corsa pregustando in cuor suo la gioia della gita.

C’era una curiosa ilarità nei bambini, come una strana intossicazione di gioia. Ballavano, chiacchieravano, battevano le mani paffute e correvano in continuazione alla finestra.

«Lo zio Will andlà sul nostlo calesse?»

«Sì! Il carrozzino coi puledri».

«Va a prendele la sua lagazza?»

Will arrossì un po’ e John scoppiò in una risata

«Sì, vado…»

«Agnes è la tua lagazza?»

«Senti, senti! Giovanotto», disse John «stai diventando indiscreto».

«Ehi, a sedere!» disse Nettie, e con gran baccano si disposero intorno all’allegra tavola.

Will notò quanto vi fosse di patetico nella loro gioia per la gita d’una giornata, e si rimproverò un po’ la sua egoistica libertà. Si ripromise di stare a casa qualche volta e lasciar uscire Nettie al posto suo. Non c’era per lei che qualche ora la domenica, tre o quattro vacanze d’estate: il resto dell’anno, per questa gioiosa mogliettina e per il suo paziente marito, era tutto fatto di lavoro. Un lavoro che metteva insieme ben poco e che non lasciava alle loro anime alcunché di bello.

Mentre facevano colazione, si cominciò a udire l’acciottolio dei carri da legna che passavano. Erano enormi, con tre sedili trasversali e con un ragazzo o due che sballonzolavano su e giù insieme ai panieri del pranzo vicino al cancelletto posteriore. I bambini ogni volta correvano alla finestra per annunciare chi passava e in quanti erano.

Ma poiché Johnny diceva “tledici” ogni volta, e “Ned” oscillava tra “sette” e “sedici”, era difficile potersi fidare di loro. Avevano pochissimo appetito, tanto era forte l’attesa per la scarrozzata e per gli spettacoli meravigliosi che li attendevano. I loro piccoli cuori fremevano di gioia a ogni nuovo indizio di preparativi, una gioia che faceva dire a Will: «Poveri ometti!».

Vibravano tra la casa e la stalla, mentre venivano portate a termine le ultime faccende, e le loro grida felici vennero fraintese dai galletti con una nuova gara di canto mattutino. Quando infine il carro fu portato fuori ed i cavalli furono attaccati, si misero a ballare come spiritelli impazziti.

Dopo che i bambini se ne furono andati, Will fece uscire i puledri, legandoli e guidandoli fino a un palo. Poi si vestì con calma, indossando il suo abito migliore, lucidò gli stivaletti con notevole cura e, verso le sette e trenta, salì sulla carrozza e raccolse le redini.

Era di nuovo felice. L’aria frizzante e stimolante e la vigorosa spinta dei giovani animali gli fecero gettare ogni triste pensiero alle spalle. Aveva pianificato tutto: l’avrebbe per prima cosa cinta con un braccio e l’avrebbe baciata; non ci sarebbe stato bisogno di parole per dirle quanto dolore e quanta vergogna provasse: lei avrebbe capito!

Ora che era solo e diretto da lei in una mattinata così bella, l’ira e l’amarezza del lunedì svanivano, diventavano irreali, e la sola realtà che rimaneva era il dolce sogno del commiato domenicale. Lei lo stava aspettando vestita con un grazioso abito blu, con in testa un ampio cappello che le dava sempre un aspetto molto audace. Verso le otto, le aveva detto.

Il veloce tiro a due lo stava portando lungo una strada secondaria poco frequentata, mentre era solo con i suoi pensieri. Piombò così di nuovo ai suoi progetti: un altro anno di studi per entrambi e poi lui avrebbe intrapreso la carriera legale. Il giudice Brown gli aveva detto che gli avrebbe dato… «Bada! Ehy!»

Ci fu un rapido scarto che lo fece volare al disopra della sponda. Una confusa visione di erbacce e cespugli in un fossato al lato della strada, e poi sentì le redini nella mano e udì i cavalli soffiare e scalpitare sul terreno duro della strada.

Si rialzò stordito, contuso e coperto di polvere; tenne con mano ferma i cavalli che presto si quietarono. Capì subito quale fosse la causa dell’incidente: la ruota anteriore di destra era rotolata, via facendo cadere facendo impennare il calesse. Will slegò i cavalli eccitati spingendoli verso la staccionata, dove li assicurò saldamente, poi tornò indietro a cercare la ruota e il dado che, svitandosi, aveva causato l’incidente. Trovò subito la ruota, ma trovare il dado era tutt’altra faccenda. Fece la strada su e giù cercando con gli occhi, rimuovendo la polvere e frugando tra l’erba.

Sapeva che spesso una ruota può girare senza il dado per un bel pezzo prima di venir via, e così ogni volta allargava le sue ricerche. Esaminò tutto un mezzo miglio diverse volte, e ogni volta la rabbia e il disappunto s’inasprivano. Stringeva i denti in una febbre di irritazione e costernazione.

Ebbe una visione di Agnes che lo aspettava, chiedendosi perché non fosse ancora arrivato. Fu quest’immagine che gl’impedì di vedere il dado, parzialmente coperto da una zolla di terra nel solco che la ruota aveva lasciato.

Una volta ci passò accanto, mentre disperato guardava l’orologio che segnava le nove. Un’altra volta lo passò con gli occhi offuscati da una nebbia fatta quasi di lacrime di rabbia.

Non c’è nessun congegno che possa sostituire il dado di una ruota, e nell’aia delle case coloniche non ce ne sono di inutilizzati, così Will dovette continuare a cercare. Continuava a ripetersi: «Ora lascio perdere, monto su un cavallo e vado laggiù ad avvertirla». Ma quella ricerca era come una battuta di pesca: chi cerca qualcosa spera in ogni momento di trovarla. E così Will brancolava e correva avanti e indietro col fiato mozzo, finché non diede un calcio alla zolla che copriva il dado. Allora si affrettò, sudato e impolverato, maledicendo la propria stupidità, per tornare dai cavalli.

Erano le dieci quando salì di nuovo sul carrozzino e spronò gli animali a veloce trotto giù per la strada. Cosa avrebbe pensato lei? La vedeva, senza più una lacrima negli occhi e le labbra in un broncio amaro. Nella sua fantasia era seduta vicino la finestra, con in testa il cappello ed i guanti infilati. Tutti gli altri erano partiti, ma lei era lì ad aspettarlo. Sapeva che qualcosa era accaduto, perché lui aveva promesso di essere là per le otto. Le aveva anche detto quali cavalli avrebbe avuto. Lo sapeva che sarebbe arrivato senz’altro. Ma Will, preso dalle sue fantasie, s’era dimenticato a quel punto dei motivi di dubbio e di sfiducia che le offrì il lunedì precedente.

Non c’erano facce sorridenti o piangenti ad aspettarlo alla finestra quando arrivò dal viottolo in un lampo e si diresse verso l’aia. La casa era silenziosa e le tendine erano abbassate. Il silenzio permise al gelo di farsi strada nel suo cuore. Un nodo gli salì alla gola per soffocarlo.

«Agnes!» gridò «Ehi! Eccomi finalmente!»

Nessuno rispose. Si mise a sedere e gli tornò in mente il comportamento che le aveva riservato solo pochi giorni prima. “Forse è ammalata!”, pensò con un brivido freddo di paura.

Un vecchio spuntò dall’angolo della casa con una forca da patate in mano, i denti scoperti in un sogghigno.

«Non c’è. È andata via».

«Andata via!»

«Sì… più di un’ora fa»

«E con chi?»

«Ed Kinney», disse il vecchio con un ghigno malizioso. «Mi pare che t’abbia fregato».

Will mollò le redini e, girando l’aia, si lanciò fuori dal cancello. Aveva la faccia pallida come quella di un morto e i denti stretti come una morsa, gli occhi fissi davanti a sé. I due animali correvano impazziti verso casa, mentre il loro conducente era come in trans. Nella sua mente infuriava una tempesta di rabbia, disperazione, vergogna.

Non avrebbe mai dimenticato di quella corsa. Fu in quei momenti che buttò all’aria tutti i suoi progetti. Rinunciò al suo anno di studio, alle sue aspirazioni di avviarsi a una carriera legale. Abbandonò suo fratello e i suoi amici. Nel turbine delle passioni che lo stordivano aveva una sola idea chiara: andare via, andare verso ovest, sottrarsi agli scherni e alle risate dei vicini, farla finita di soffrire per tutto ciò.

Arrivato nell’aia, non si fermò a sciogliere i cavalli, ma si precipitò in casa e cominciò a preparare il bagaglio. Aveva un nuovo piano in mente: sarebbe andato con la carrozza a Cedarville e avrebbe pagato qualcuno perché la riportasse indietro. Non pensava ad altro che alla vergogna, all’insulto che Agnes gli aveva gettato addosso. Tornò con la mente all’atteggiamento della ragazza del lunedì precedente, rievocando l’ormai sopito demone. La immaginò ridere con Ed sul suo sconforto. Alla fine si sedette e le scrisse una lettera, una lettera dettata dalla ferocia del selvaggio medioevale che era in lui:

Se vuoi andare all’inferno con Ed Kinney, vacci pure. Io non ho più nulla da dire. È là che lui ti porterà. Non mi vedrai mai più.

La firmò e la chiuse, poi reclinò la testa e pianse come una ragazza. Ma le sue lacrime non addolcirono l’effetto della lettera, che andò diritta al segno così come si era proposto e scavò un cammino di sofferenze e di asperità per un cuore innocente e felice. Da questo pensiero Will traeva un selvaggio piacere mentre se ne andava col treno verso sud.

III

I sette anni trascorsi tra il 1880 e il 1887 portarono grandi cambiamenti a Rock River e negli adiacenti territori agricoli. Le insegne venivano cambiate e le aziende cessavano la loro attività con la facilità del cambiamento tipica dell’occidente. Gli alberi crescevano rapidamente rimpicciolendo le case sotto di loro, e il contrasto tra ciò che era nuovo e ciò che era in declino si faceva sempre più evidente.

Mentre camminava lungo la polverosa strada da Rock River verso “I Quattro Canti”, Will trovò il paese cambiato. Il paesaggio era nel momento di maggior rigoglio e bellezza coi suoi mari verdi di granturco che si muovevano con uno sciabordio lamentoso, in netto contrasto con lo scintillio delle sue lame. I luminosi campi d’orzo, e il grano, erano già macchiati d’un tenue colore dorato che risaltava da quella marea verde pisello.

Il cambiamento era nelle siepi, sempre più alte, nel predominio del granturco e di pascoli per il bestiame, ma specialmente nella rovina delle case. Andando oltre, Will vide che in una dozzina di luoghi l’erba era cresciuta e il bestiame si nutriva laddove un tempo si ergevano abitazioni. Ora, il luogo chiamato casa si era trasferito nella grande fattoria e nella stalla. Nonostante tutto questo, l’intera scena dava un senso d’abbondanza ed era meravigliosa a vedersi.

Una scena gradita, tanto più che Will aveva passato quasi tutti quei suoi anni d’assenza in mezzo alle rocce, alle alture brulle e alle nude rupi del Sud-Ovest. I grilli che saltavano davanti ai suoi piedi polverosi avevano qualcosa di dolce e suggestivo, e il bestiame che pascolava in mezzo al trifoglio lo portava a riflessioni profonde; Quegli animali erano così pacifici e lenti!

Quando giunse al piccolo pioppo presso il margine della strada si fermò, si tolse il cappello a tesa larga, appoggiò i gomiti sulla staccionata e divorò con gli occhi la scena. Il cielo era di un celeste cupo, solo qua e là un’enorme, pesante, lenta nuvola dai contorni ben definiti navigava come un blocco di ghiaccio alla deriva in quel mare azzurro e senza sponde.

Nei campi, gli uomini mietevano l’avena e l’orzo maturi, e il rumore ora più forte ora più tenue delle loro macchine sferraglianti giungeva fino a lui. Le mosche gli ronzavano intorno e i passeri cantavano sopra la sua testa. Notò ancora, come gli era capitato diverse volte da ragazzo, che il rumore attutito della lontana mietitrice in certi momenti assomigliava in tutto e per tutto al ronzio di un moscone che svolazza stordito vicino alle orecchie.

Un uomo assai aitante e snello stava ammucchiando i covoni vicino allo steccato e lavorava così alacremente che non si accorse di Will finché questi non lo salutò. Alzò gli occhi, rispose al saluto, ma continuò il suo lavoro finché non ebbe finito di metter sul mucchio l’ultimo covone, poi si avvicinò all’ombra dell’albero e si tolse il cappello.

«Bella giornata per sedersi sotto un albero a pescare».

Will sorrise: «Credo di conoscervi; vivevo da queste parti anni fa».

«Credo di no, perché siamo qui da tre anni soltanto».

Il giovanotto aveva la lingua sciolta ed era di aspetto davvero gradevole. Will si sentì più a suo agio con lui.

«I Kinney vivono ancora da quelle parti?», domandò accennando a un gruppo di grandi costruzioni.

«Ora Tom vive là. Il vecchio sta con Ed. Tom trovò il modo di mandarlo via, pare che nessuno sappia come fece, così ora vive con Ed».

Will voleva chiedere di Agnes, ma non se la sentiva. «Immagino che John Hannan sia sempre sulla sua vecchia proprietà?»

«Sì, e il raccolto gli è andato bene quest’anno»

Will rivolse ancora lo sguardo ai campi di grano frusciante, sopra i quali le nuvole s’increspavano e disse con aria convinta: «Tutto ciò è molto meglio di quanto si possa trovare in Arizona, sicuro come la morte».

«Venite dall’Arizona, allora?»

«Sì… da un po’ più lontano», rispose Will con un tono che impediva ulteriori domande. «Buona fortuna!», aggiunse, riprendendo il cammino giù per la strada verso il fiume, meditabondo. «E la fonte? Chissà se c’è ancora. Mi piacerebbe bere due sorsate». Il sole sembrava più caldo che a mezzogiorno, ed egli camminava lentamente. Al ponte che attraversava il ruscello del prato, proprio nel punto in cui si allargava in un guado sabbioso, Will si fermò di nuovo. Si appoggiò alla sponda e si mise a guardare i pesciolini che nuotavano sotto di lui.

«Chissà se sono gli stessi che vedevo nuotare e brillare quand’ero ragazzo. Sembrano gli stessi. Gli uomini cambiano da una generazione all’altra, ma i pesci restano uguali. Sempre la medesima, eterna serie di tipi. Darwin direbbe che dipende dalla mancanza di mutamenti nell’ambiente».

Rimase appoggiato al parapetto un bel po’, pensando a una gran quantità di cose, la maggior parte vaghe, proprie del momento, mentre osservava la limpida profondità del ruscello e ascoltava la deliziosa tremula nota di un merlo che si dondolava su di un salice. Gigli rossi giganteggiavano sul prato come piccoli incendi, mentre la verga d’oro e la cicoria crescevano ovunque. Porpora, arancione e verde prevalevano su quella tavolozza ricca di colori.

Improvvisamente una biscia guizzò attraverso lo scuro specchio d’acqua, più in su del guado, ed i pesciolini sparirono sotto l’ombra del ponte. Allora Will sospirò, alzò la testa e riprese il cammino. Sembrava che vi fosse stato qualcosa di profetico in ciò, e tirò un lungo sospiro: era stato in quel modo che i suoi progetti si erano frantumati e dileguati.

La vita umana non si muove con la regolarità di un orologio. Nella vita ci sono lacune e silenzi quando l’anima è sospesa nel suo volo attraverso gli abissi, momenti in cui si è essi a dura prova e altri in cui è necessario lottare. Momenti durante i quali invecchiamo senza rendercene conto. Corpo e anima cambiano in modo tremendo.

Sette anni di duro, intenso lavoro avevano prodotto un mutamento in Will.

Il suo volto aveva preso una espressione vigorosa, risoluta, dura. Un po’ della delicatezza e tutta la sua aria da ragazzo se n’erano andate. La figura gli si era fatta più robusta, eretta come prima, ma meno elegante. Aveva il portamento di un uomo abituato a badare a sé stesso in qualsiasi circostanza. Solo ogni tanto appariva nei suoi occhi profondi un’ombra di preoccupazione, quasi di tristezza, che rivelava affinità con il suo io di un tempo.

Aveva questo sguardo mentre si dirigeva verso un gruppo di alberi sulla destra della strada.

Raggiunto il boschetto di pioppi andò subito verso la fonte. Vederla fu un altro colpo per lui: l’avevano lasciata all’incuria e fatta riempire di foglie e di sporcizia!

Sopraffatto dalle memorie del passato si gettò sulla sponda fresca e ombrosa abbandonandosi ai sogni dolci e amari di un uomo che ritorna ai luoghi della propria giovinezza. Era invaso da una strana e potente sensazione del passaggio del tempo, dal vago senso del mistero e dell’inafferrabilità della vita umana. Le foglie lo sussurravano sopra di lui, gli uccelli lo cantavano in coro con gl’insetti e, lassù lontano, negli spai sconfinati del cielo, il falco lo diceva col silenzio e la maestosità del suo volo di nuvola in nuvola.

Era una sensazione difficile da esprimere a parole; era uno di quei sentimenti le cui fonti prime erano da ricercarsi in esperienze lontane della mente. Giaceva così immobile che gli scoiattolini ardirono avvicinarsi curiosi fino ai suoi piedi, per battersela in gran fretta quando si agitò come un dormiente in pena.

Si era completamente estraniato da quanto accadesse a “I Quattro Canti”. Aveva inviato denaro a John, ma aveva tenuto il suo indirizzo nascosto con cura. L’enormità della sua follia gli si rinfacciò alla mente, torturandolo fino a farlo gemere.

Ad un tratto udì i passi rapidi e il monologo mezzo borbottato di un fanciullo che si avvicinava correndo. Si tirò su e si trovò di fronte a un ragazzino che balzò indietro terrorizzato come un cerbiatto selvatico. Era profondamente sorpreso di trovare un uomo in quel luogo frequentato soltanto da ragazzi e scoiattoli. Si strofinò l’occhio col pugno e stava per fuggire quando Will gli parlò.

«Aspetta, figliolo, nessuno t’ha toccato. Vieni, non ti voglio mica mangiare». Tirò fuori una moneta dalla tasca. «Vieni qua e dimmi come ti chiami. Voglio parlare un po’ con te».

Il ragazzo cominciò a strisciare verso la moneta da dieci centesimi.

Will sorrise. «Dovresti essere un Kinney. Come ti chiami?»

«Thomasc Dickinscion Kinney. Ho scei anni e mezzo, e ho un cavallino», biascicò il più giovane col fiato mozzo, mentre strisciava verso la moneta.

«Ah, sì? Bene, sei figlio di Tom o di Ed?»

«Figlio di Tom. Lo zio Ed ne ha uno piccolino»

«Ha un figlio, Ed?»

«Sci, scignore. La zia Agg me lo fa prendere in braccio»

«Agg! Si chiama così?»

«Lo zio Ed la chiama coscì»

L’uomo reclinò la testa, e passò parecchio tempo prima che facesse un’altra domanda.

«Ad ogni modo, come sta?»

«Asciai bene», fischiò il ragazzo, prolungando l’ultima parola in una specie di trillo. «È malata, però»

«Malata? Da quanto tempo?»

«Oh, da tanto. Ma non a letto. È molto magra, però. Nonno dice che è magra come un chiodo»

«Ah, così dice, eh?»

«Sci, scignore. Lo zio Ed la rimprovera e allora lei sci mettere a piangere»

L’ira e il rimorso di Will scoppiarono in una imprecazione. «Oh, Signore! Ora mi rendo conto di tutto. Quel pezzo d’idiota ha ridotto la sua vita un inferno». Allora gli tornò in mente la famosa lettera. Non era mai stato capace di cancellarla dai suoi ricordi, non avrebbe mai potuto farlo finché non avesse visto lei, Agnes, e non le avesse chiesto perdono.

«Senti, ragazzino, mi devi dire qualcos’altro. Dove abita la zia Agnes?»

«Dal nonno. Lo sciapete dove sta il nonno?»

«Be’, lo sai tu. Ora, voglio che tu le porti questa lettera. Dalla proprio a lei». Scrisse un biglietto e lo piegò. «Ora fila!»

Il ragazzo corse via tra gli alberi come una lepre: quasi non si sentiva il fruscio dei suoi piedi. Era come una bestiolina selvatica. Rimasto solo, l’uomo tornò ai suoi fantasmi fino a che le ombre calarono sul fitto boschetto che circondava la fonte. Alla fine si alzò e, preso il bastone in mano, ripercorse la strada fra gli alberi e si fermò a guardare il cielo. Sembrava riluttante a proseguire. Il cielo era pieno di nubi infuocate, fluttuanti in un mare giallo-verde dove strisce di rosa pallido si allargavano fino a perdersi all’orizzonte.

Mentre restava così immobile di fronte alla maestà dello spazio di fronte a sé, col vento che gli sollevava i capelli e ascoltando il canto onnipresente dei grilli, una strana tristezza e disperazione comparve nei suoi occhi.

Tirò un rapido respiro, saltò lo steccato e stava per proseguire sulla strada, quando udì a poca distanza i campanacci di una mandria di bestie che si avvicinavano. Si mise da parte per farla passare. Esse fiutarono la silenziosa figura accanto allo steccato, si ritrassero, e si allontanarono in fretta con secco rumore di zoccoli: un suono che fece sorridere Will.

Un vecchio guidava le vacche gridando:

«Ehi, ragazzi, venite qua! Avanti, testoni!»

Will riconobbe quel vecchio tenace, dal viso duro, che stava entrando nella sua seconda infanzia e cominciava a zoppicare penosamente. Aveva le mani piene di zolle dure di terra che gettava con impazienza agli animali che avanzavano lenti e pesanti.

«Buona sera, zio!»

«Non sono vostro zio, giovanotto»

I suoi occhi opachi non riconobbero il ragazzo che aveva scacciato dal suo frutteto anni prima.

«E neppure vi conosco», aggiunse.

«Oh, mi conoscerete tra poco. Vengo dall’Est. Sono un po’ parente di John Hannan»

«Voglio vedere se lo siete», esclamò il vecchio scrutandolo da vicino.

«Sì, arrivo ora da Rock River. John sarà dietro alla mietitura?»

«Sì!»

«Dov’è il più giovane, Will?»

«William? Ah, lui è una pecora nera. Se la batté per andare non so dove verso ovest. Era un ragazzaccio. Mi rubò una manciata di susine, una volta. Partì da casa all’improvviso. Eh, eh! Immagino che ne abbia avuto abbastanza di quei giorni»

«Che volete dire?»

Il vecchio ridacchiò.

«Be’, vedete, lui e mio figlio facevano tutti e due la corte ad Agnes a quel tempo, e mio figlio lo soppiantò. Allora Will partì verso ovest, Arizona o California, o in uno di quei posti. Non è mai tornato da allora»

«No, eh?»

«No. Ma dicono che faccia un mare di quattrini», disse il vecchio abbassando la voce. «Ma il modo in cui li fa è assai poco pulito. Dico sempre a mia moglie che se avessi un figlio come quello e mi mandasse a casa uno staio di soldi guadagnati a quel modo, non li vorrei toccare neanche con un dito, nossignore!»

«Non li tocchereste? E perché?»

«Perché non va bene; non sono stati fatti in maniera onesta, voi…»

«Ma in che modo sono stati fatti? Che mestiere fa quell’individuo?»

«È un giocatore, ecco che mestiere fa! Gioca alle carte e ogni centesimo è maledetto. Non ci sarebbe ragione al mondo che me lo farebbe toccare, quel denaro»

«Ah, no, eh?» Il giovane si raddrizzò. «Be’, state un po’ a sentire, vecchio: avete mai sentito parlare di un uomo che impedì a una vedova con due figlioli di riscattare un’ipoteca comprando così i suoi terreni per un quarto di quello che valevano? Vecchio dannato ipocrita! So tutto di voi e di tutta quanta la vostra tribù, vecchio succhiasangue!»

L’uomo rimase con la bocca aperta e cominciò a indietreggiare

«I vostri vicini ne raccontano delle belle sul vostro conto. Svignatevela dietro quelle bestie o ve le faccio muovere io le gambe!»

Il vecchio, spaventato e sorpreso da questo improvviso cambiamento di modi, s’allontanò camminando a ritroso, e alla fine volse le spalle e si mise a correre su per la strada gettando indietro sguardi stralunati, per cui il giovane rise senza rimorso.

«Quel vecchio maledetto!», disse Will riprendendo il cammino. «Così questo è il ritratto che fa di me! Toh, guarda là, un merlo. Mi riporta all’infanzia… No, non beccare il povero Will, ha già avuto quanto gli basta per ora!»

Giunse infine alla piccola proprietà che un tempo era stata dei Dingman, e lì si fermò con dolorosa sorpresa. La stalla non c’era più, il giardino era completamente arato e la casa, trasformata in granaio, aveva tavole inchiodate sulle finestre polverose e coperte di ragnatele. Mentre fissava la scena in silenzio, nei suoi occhi spuntarono delle lacrime.

Davanti quella casa gli ultimi suoi sette anni di vita si rivelavano una pazzesca perdita di tempo. La casa era il simbolo della sua vita sciupata e rovinata. Era come se la rovina della vecchia casa di Agnes in qualche modo lo rappresentasse, toccandolo intimamente.

All’improvviso, gli tornò in mente quel giorno: il fragoroso ruggito della trebbiatrice, l’allegro fischio del conducente, le grida chiassose degli uomini. Ricordava la luce calda della lampada che dilagava dalla porta della cucina mentre andava via stanco, affamato, cupo di collera e di gelosia. Oh, almeno avesse avuto il coraggio che un uomo deve avere!

Poi ripensò alle parole del ragazzo. Lei stava male, Ed la maltrattava: era stata punita. Centinaia di volte si era raffigurata l’intera scena, mille volte l’aveva vista sorridere a Ed Kinney presso la pompa, col sole che le illuminava i capelli. Ogni volta che rievocava quella visione, sentì il cuore indurirglisi in petto.

Davanti quello stesso cancello, sette anni prima, era arrivato con la carrozza quell’ultima mattina per scoprire che Agnes se ne era andata con Ed. Aveva rivissuto quel tremendo e deprimente momento tante volte, ma non abbastanza per sopire l’amara passione che aveva provato allora e che provava anche adesso, mentre tornava a ricordarne tutti i particolari.

Si sentiva così felice e sicuro quella mattina, così certo che tutto sarebbe tornato a posto con un bacio e una battuta scherzosa. Ed ora! Eccolo lì disperato, incerto d’ogni cosa. Volse le spalle a quella casa desolata e riprese il cammino.

«Ma la vedrò… Solo un’altra volta. E allora…», e di nuovo il possente significato, la responsabilità della vita, lo assalirono. Sentì, cosa rara per i giovani, l’irrevocabilità dell’esistenza e il suo definito inalterabile carattere. Decise di ricominciare da capo in qualche altra maniera… Come, non avrebbe potuto ancora dirlo.

IV

Il vecchio Kinney e sua moglie preparavano la lezione della scuola di dottrina domenicale quando Will arrivò il giorno dopo davanti al cancello cadente. Dopo aver legato i cavalli al palo sotto la quercia, Will vide solo la testa del vecchio dalla finestra aperta. Non sembrava esserci nessun altro, sebbene cercasse con ansia Agnes, mentre risaliva il ben noto sentiero. In quel luogo affondava le radici la grande quercia sotto la cui ombra era cresciuto fino a divenire uomo. Mentre il vento ne agitava le foglie, era come se quell’albero frusciasse in segno di saluto.

Tutta la sua famiglia aveva vissuto in quella vecchia, bassa casa, e sua madre vi aveva faticato per trent’anni. Una specie di prigione in fondo. Là tutti erano nati, e là suo padre e la sua sorellina erano morti. E poi era passata nelle mani del vecchio Kinney.

Camminando lungo il sentiero, Will sentì una forte stanchezza nelle membra e fece finta di fermarsi a guardare un’aiuola che non conteneva che erbacce. Dopo sette anni di separazione stava per trovarsi un’altra volta di fronte alla donna la cui vita per poco non era divenuta parte della sua, Agnes, che ora era moglie e madre.

Che aspetto avrebbe avuto? Il suo volto aveva conservato la vellutata freschezza di un tempo? Aveva ancora quella particolare bellezza la curva della sua bocca? Era di corporatura solida e carnagione chiara, ricordava, capelli biondi e lucenti, occhi azzurri… Si riscosse. Che sciocchezza. Stava tremando. Guardò di nuovo in giro per ricomporsi.

«Quel vecchio furfante ha lasciato crescer le erbacce fino a far sparire i fiori e soffocare gli alveari. Il vecchio Kinney non ha mai creduto in nulla che non fosse di meschina utilità»

Will strinse i denti e si diresse verso la porta come se sapesse di andare incontro al suo destino. Bussò al portone come se stesse gettando una sfida. Kinney venne ad aprire e fece un salto indietro spaventato quando vide chi era.

«Come va? Come va?», disse Will entrando, gli occhi fissi su una donna seduta in fondo alla stanza con un bambino in braccio.

Agnes si alzò senza dire una parola. I suoi occhi allarmati, il respiro frequente e la faccia infuocata la facevano sembrare più a un cerbiatto spaventato che a un essere umano. Non poterono parlare, si fissarono per un istante, poi Will rabbrividì, si passò una mano sugli occhi e si sedette.

C’erano solo i vecchi, che lo guardavano stupefatti. Essi non si accorsero della confusione di Agnes, che fu la prima a riprendersi.

«Sono lieta di vederti di ritorno, Will», disse, andando a sistemare il bambino addormentato nella stanza vicina.

«Son lieto d’esser tornato, Agnes. Non avrei dovuto partire». Poi si rivolse ai vecchi: «Sono Will Hannan. Non c’è bisogno di spaventarsi, nonno. Scherzavo ieri sera».

«Ma davvero? Ma guarda!», esclamò nonna Kinney. «Chi l’avrebbe mai detto! Dunque tu sei il piccolo Will che era nella mia classe? Bene, bene! Dì, nonno, non si è fatto alto? Anche bello si è fatto. E dire che io pensavo che fosse spaventosamente brutto da ragazzo; ma perbacco, quei baffi…»

«Be’! Mi fece prendere uno spavento terribile, ieri sera. Per la miseria! Mi hai tolto un anno di vita», borbottò il vecchio.

Questo dette a tutti l’occasione di fare una risata e di rischiarare l’atmosfera, mentre Agnes ebbe tempo di ricomporsi per poter affrontare lo sguardo di Will. Anche Will era fortemente commosso. Gli saliva un nodo alla gola e gli venivano le lacrime agli occhi ogni volta che la guardava.

Era incredibilmente sciupata e deperita. L’azzurro dei suoi occhi aveva perso la lucentezza e il colore a forza di piangere, e il carminio delle sue labbra era sbiadito, quasi scomparso. I tendini del collo risaltavano penosamente quando volgeva la testa, e le mani, che tremavano, erano scarne, esangui, con le giunture gonfie.

Povera ragazza. Sentiva di essere sotto lo sguardo indagatore di lui; gli occhi le bruciavano e si posavano dappertutto, inquieti. Avrebbe voluto scappar via a piangere, ma non osava. Rimase, mentre Will cominciò a raccontarle della sua vita e a farle domande sugli amici di un tempo.

Per fortuna i vecchi entrarono nella conversazione e liberarono lei dal prendervi parte; Will, vedendo che soffriva, raccontò dei buffi aneddoti che fecero ridere i vecchi, loro malgrado.

Ma per Will si trattava di un’allegria forzata. Una o due volte, anche Agnes sorrise, facendo tornare per un attimo il carattere solare che ricordava. Ma non c’erano fossette sulle guance ora, e il sorriso suggeriva l’immagine d’una persona malata, o addirittura di uno scheletro. A Will venne quasi voglia di prendersela tra le braccia e piangere, tanta era la pietà che gli suscitava quel volto.

«Tra poco Ed dovrebbe essere di ritorno, vero, nonno?»

«Direi di sì! È andato dagli Hobrirk a contrattare cavalli. È una tal pena per me che vada fuori di domenica a fare questo lavoro. Potrebbe anche aspettare un giorno di pioggia, oppure farlo alla sera. Non ci ho mai creduto nel commercio di cavalli, io»

«Sei tornato per rimanere, Will?» domandò la vecchia.

«Be’, è difficile dirlo», rispose Will guardando Agnes.

«Su, Agnes, non ti metti a preparare il pranzo? Io sarei quasi pronta per mangiare. Dobbiamo andare in chiesa presto, oggi. Predicherà il pastore Wheat e ci sarà molta gente. Darà la comunione»

«Ti fermi a mangiare, vero, Will?» domandò Agnes.

«Sì, se lo desideri»

«Lo desidero veramente»

«Grazie, voglio stare un po’ a lungo con te. Non so quando ti rivedrò»

Mentre si dava da fare per portare il pranzo in tavola, Will stava seduto con la faccia malinconica ad ascoltare le chiacchiere del vecchio. La stanza era un misero salottino con la mobilia logora e malfatta; a malapena vi si sarebbe potuto trovare un tocco di colore piacevole se non ci fossero stati qua e là i ricami di Agnes. Il divano, ricoperto di calicò, traballava abbinandosi così con la sedia a dondolo; il tappeto fatto di stracci era rattoppato e rammendato con lo spago in venti posti. In ogni cosa c’era lo spirito dei Kinney: in effetti, la mobilia somigliava a loro.

Agnes esteriormente era calma, ma la sua agitazione non sfuggì agli occhi di falco della signora Kinney.

«Ma dico, non hai mica messo il burro in uno dei miei piattini azzurri di porcellana? Sai bene che non permetto a nessuno di prenderli. Non capisco cosa ti salta in mente. Si direbbe che non hai mai visto un ospite prima d’ora… Vero, nonno?»

«Magari lei ti risponde che può usarli», fece li nonno, interrompendo una lunga storia che riguardava Ed. «Sembra che non si possa tener niente di proprio in questa casa. Ed adopera la mia striglia…»

Poi tirò fuori una sequela di lagnanze alle quali Will chiuse quanto più possibile le orecchie; e mentre cercava il mezzo di frenare quella piena, si udì un improvviso fracasso di cocci rotti. Agnes aveva lasciato cadere un piatto.

«Benedetto paese di Cuccagna!», gridò la nonna. «Se non sei la peggio che abbia mai visto, poco ci manca. Scommetto che era il mio piatto con le vite. Se è quello… Oh, per grazia di Dio non è lui. Ma poteva esserlo. Non ho mai trovato una tua pari… Mai! Questo è il terzo piatto da quando son venuta qui»

«Suvvia, nonna», interruppe bruscamente Will, «non fate tanto chiasso per un piatto. Cosa può valere dopo tutto? Eccovi un dollaro»

Agnes insorse, con le lacrime agli occhi: «Non lo fare, Will. Il piatto non è suo, è mio, e io posso rompere tutti i piatti di casa che voglio», gridò con aria di sfida.

«Certo che puoi», consentì Will.

«No, non può! Non finché ci sarò qui io», intervenne il nonno. «Ho messo fuori i quattrini anch’io per pagare quei piatti, anche se lei li chiama suoi…»

«Che diavolo è questa baruffa? Agg, non puoi proprio fare a meno di aizzare i vecchi ogni volta che io son fuori casa?»

A parlare era Ed, ormai un uomo alto, vestito in maniera trasandata, tra i trentadue e i trentatré anni; la sua faccia era ancora piuttosto bella, scura con lineamenti regolari, ma il suo sguardo era arcigno mentre avanzava con una boria insolente, vestito di una tuta sporca e una camicia di tela grossa color nocciola.

«Salve Will! Avevo sentito dire che eri tornato, me l’ha detto John per strada»

Si strinsero la mano, e così Ed si lasciò andare sul canapè. Will l’avrebbe preso a calci per aver riversato su Agnes la sua rabbia, anni addietro. Aveva dimostrato in un attimo come la trattava. Non la faceva parlare; le imponeva semplicemente il silenzio e la dominava.

Will fece alcune domande sul raccolto con quanta amabilità poté mostrare, e Ed, lo sguardo penetrante fisso sul suo volto, parlò con disinvoltura e voce aspra.

«È pronto il pranzo?», domandò ad Agnes. «Dov’è Pete?»

«Dorme»

«Bene. Lasciamolo dormire. Be’, andiamoci a sedere a tavola. Vieni, babbo, butta via quella Bibbia e vieni a masticare. Mamma, perché diavolo tiri su col naso? Stammi a sentire, se sento ancora parlare di questa storia, alla funzione ti ci mando a piedi. Vieni, Will, mettiti a tavola»

Fece strada fino alla piccola cucina dove era apparecchiato il pranzo.

«Per cosa litigavate? Non avrai rotto qualche piatto, Agg?»

«Sì, l’ha rotto», intervenne subito la vecchia.

«Uno di quelli azzurri?» ammiccò Ed.

«No, grazie a Dio, era uno di quelli bianchi»

«Eh sì, un giorno o l’altro aprirò quella maledetta credenza e fracasserò l’intero servizio. Sono stufo di questi continui stupidi battibecchi», terminò, brutalmente inconscio del suo “battibeccare”.

Dopodiché il pranzo procedette in relativo silenzio, mentre Agnes singhiozzava sottovoce. La stanza era piccola e caldissima; la tavola così malamente deformata e incurvata che i piatti tendevano a scivolare verso il centro; sui muri c’era solo l’intonaco ingrigito dal tempo; il cibo era mediocre e scarso, e le mosche a sciami si posavano su ogni cosa a succhiare come api. Per il resto la stanza era pulita e in ordine.

«Dicono che hai fatto un mucchio di quattrini, Will. Mi fa piacere. Noi qua non guadagniamo niente. Siamo in una dannata morsa. Agg, mi pare che le mosche siano maledettamente fitte oggi. Non puoi cacciarle fuori?»

Agnes sentì che si doveva vendicare un po’. «Io le mando fuori, ma tornano subito dentro. La rete della porta è rotta e loro tornano subito dentro»

«Eppure avevo detto al babbo d’aggiustarla quella porta»

«Ma lui non me lo vuol fare»

Allora Ed appoggiò i gomiti sulla tavola e fissò il padre coi suoi occhi neri scintillanti.

«Dì, che pensi di fare comportandoti come un mulo? Giuro che ti baratterei con un cane rabbioso. Per quale motivo credi che io ti tenga a casa mia? Per fare bella mostra?»

«Ho gli stessi tuoi diritti di star qui, Ed Kinney»

«Va’, rinfrescati le idee, vecchio. Se non ti dai un po’ più da fare, la festa finisce. Non ti porto alla funzione se prima non prometti di mettere a posto la rete. Intesi?»

Il babbo cominciò a piagnucolare. Agnes non alzava il viso dalla vergogna. Will era disgustato. Ed rideva.

«In questo modo riduco il vecchio alla ragione. Non cammina più molto bene da un po’ d’anni a questa parte, e non riesce a guidare il mio puledro. Ti ricordi come andavo pazzo per i cavalli veloci? Be’, sono sempre lo stesso. Hobkirk ha un puledro che vorrei avere. Dì, ora che ci penso, i tuoi cavalli sono sempre là alla staccionata, me ne ero dimenticato. Vado a sistemarli»

«No, non importa, posso restare solo pochi minuti ancora»

«Hai intenzione di fermarti parecchio?»

«Una settimana, forse»

Agnes alzò gli occhi per un momento, ma poi il suo sguardo cedette.

«Ritorni a ovest?»

«No, può darsi che vada a est, in Europa, forse»

«Diavolo, che dici mai! Devi aver trovato dieci miniere, nel midwest»

«Si dice che non è stata una cosa regolare e legittima», disse il nonno con voce stridula mentre mangiava la sua posizione di latte e more.

«Oh, stai zitto tu! Chi ha chiesto il tuo parere? Non te ne uscire con qualcosa della tua Bibbia, ora»

Il nonno si alzò per andare nell’altra stanza.

«Aspetta, vecchio. La metti a posto quella rete, allora?»

«Certo che lo farò», tremolò la sua voce.

«Bene, badiamo di farlo, siamo intesi? Ora mettetevi i vostri stracci, e io vado ad attaccare i cavalli», disse alzandosi da tavola. «Cercate di non farmi aspettare»

Se ne andò senza troppi convenevoli, e così Agnes e Will restarono soli.

«Vai in chiesa?», domandò lui. Agnes scosse la testa. «No, non vado in nessun posto ormai. Ho troppo da fare e non ho più molta forza. Non sono in condizioni di andare, ad ogni modo»

«Agnes, devo parlarti, ma non ora… Dopo che se ne sono andati»

Will andò nell’altra stanza lasciandola alle sue faccende in cucina. Agnes continuò il suo lavoro come se fosse stordita, con negli occhi un sogno di qualcosa di dolce e incancellabile. Will rappresentava così tanto per lei. La sua voce la riportava indietro a tempi e luoghi che la emozionavano come una bella canzone. Lui faceva parte di tutto ciò che di più dolce, di più spensierato e di più fanciullesco c’era stato nella sua vita.

Stava rivivendo quei giorni da quando quel ragazzo le aveva dato il biglietto. Nel mezzo della sua umile fatica si fermò a sognare e a lasciare che qualche visione le tornasse alla mente. Era di nuovo a scuola, nella stanza di recitazione col cuore che le batteva quasi a farla soffocare. Will l’aspettava fuori. L’aspettava con un tremito uguale al suo, sperando che gli venisse concesso di poterla accompagnare a casa sotto gli aceri.

Poi ricordò quell’insieme penosamente dolce di orgoglio e paura con cui aveva percorso la navata della piccola chiesa dietro di lui. La sua graziosa veste nuova frusciante, la penombra della chiesa che aveva qualcosa di romantico, e lui così forte e bello. Il suo cuore proruppe in una solenne, silenziosa invocazione a Dio: «Oh, fammi essere giovane di nuovo!»

Dal futuro non aspettava la felicità. Ormai, non aveva la forza di aspettarsi nulla.

Mentre lavorava udiva le voci stridule dei vecchi che facevano trambusto e si rimbottavano l’un l’altro.

«Ma’, dove sono i miei occhiali?»

«Non li ho visti i tuoi occhiali»

«Sì che li hai visti!»

«No, ti dico!»

«Li avevi stamattina»

«Nossignore, quelli erano i miei col cerchio d’ottone. Tu avevi i tuoi prima di andare a pranzo. Se li mettessi al loro posto, li ritroveresti»

«Vorrei proprio vedere se li ritroverei», sbuffò il vecchio.

«Be’, almeno sapresti dove li metti»

«Oh, ti senti tanto intelligente tu, non è vero? A te non capita mai di perderli… Tanto usi i miei, no? Poi li perdi e così io non posso…»

Se è così quando c’è gente, figuriamoci che inferno quando sono soli, pensò Will.

«Will, vieni con noi in chiesa?»

«No, non oggi. Resto un po’ qui a chiacchierare con Agnes, poi devo tornar da John»

«Be’, dobbiamo andare. Non lasciarmi i piatti da lavare!», strillò la vecchia mentre usciva. «Se non siamo tornati per le cinque, dai da mangiare ai vitelli».

Mentre Agnes stava sull’uscio a vederli andar via, Will la osservava attentamente con un dolore soffocato nel cuore, constatando come si era fatta magra, curva e logora. Sentiva dentro di sé che sarebbe morta se non avesse avuto riposo e cure affettuose.

Quando si volse, lesse qualcosa nella faccia di lui: una pietà, uno spasimo di colpa che la fecero impallidire e quasi venir meno. Si abbandonò su una sedia portandosi le mani al petto come se le mancasse il respiro. Poi il sangue le tornò al volto e gli occhi le si riempirono di lacrime.

«No… Non mi guardare così», disse in un sussurro. La pietà di lui la feriva.

Vedendola in quello stato, commossa, sconcertata e disorientata come una mite bestiola, Will sentì salirgli alla gola un nodo che gli impedì di parlare. La sua voce sfociò infine in un terribile pianto: «Oh, Agnes, per l’amor di Dio, perdonami!». Si inginocchiò accanto a lei, la cinse le spalle con un braccio e le baciò la testa reclinata. Un curioso torpore stava innervandosi nel suo corpo; la voce era roca, sentiva le lacrime come roventi gocce che gli ustionavano gli occhi. Tutta l’anima e tutto il corpo gli dolevano per la pietà e l’ira che gli suscitavano il rimorso e la certezza di essere lui la causa di tanto male.

«È tutta colpa mia. Dai tutta la colpa a me… Sono io che devo scontare la pena… Oh, ho sognato mille volte di poterti dire questo, Aggie! Pensavo che se solo potevo ancora vederti e chiederti perdono, sarei…», digrignò i denti nello scagliarsi contro sé stesso. «Ho sciupato la mia vita e ho ucciso te, ecco cosa ho fatto».

Si alzò e andò su e giù per la stanza come una bestia feroce, finché non gli riuscì di dominarsi.

«Cosa pensavi avessi in mente quel giorno della trebbiatura?», disse, volgendosi improvvisamente. Parlò come se si trattasse di un fatto di un mese o due prima.

Ella sollevò lentamente la testa e lo guardò; sembrava che stesse ricordando. Le sue guance incavate erano rigate di lacrime. «Pensavo che ti vergognassi di me. Non capivo… Perché…»

Un ringhio iroso di sdegno verso sé stesso uscì dalla sua bocca.

«Non potevi sapere. Nessuno poteva sapere cosa avessi in mente. Ma perché non scrivesti? Io ero pronto a tornare. Volevo solo una scusa, un rigo»

«Come potevo, Will… Dopo la tua lettera?»

Con un gemito volse la testa dall’altra parte.

«Will, io… Anch’io ero arrabbiata. Non avrei potuto scrivere»

«Oh, quella lettera! Ne rivedo ogni riga. Per amor di Dio, non ci pensare più. Ma non credevo, anche quando la scrissi, che ti avrei trovata così. Non lo credevo. Speravo comunque che Ed Kinney non avrebbe…»

Lei lo fermò con uno sguardo allarmato nei grandi occhi. «Non parlare di lui… Non è giusto. Intendo dire che non serve a rimediare. Come potevo fare dopo che morì il babbo? La mamma e io, sole. E poi, aspettai per tre anni che tu ti facessi vivo».

Egli mandò uno strano grido soffocato. Fiammeggiò dalla gola quel grido terribile, un latrato che descriveva l’agonia di un uomo. Ma lei continuò, stranamente calma.

«Era buono con me, Ed; e offriva un tetto, comunque, per mia madre…»

«E io aspettavo sempre un rigo per vincere il mio maledetto orgoglio, così da poterti scrivere e spiegare. Però tu andasti con Ed alla fiera», terminò lui bruscamente, cercando un minimo appiglio di giustificazione.

«Sì, ma aspettai e aspettai e pensai che tu fossi arrabbiato con me, così quando vennero, io… No, non andai proprio con Ed. Era una carrozza piena di gente».

«Io mi misi in cammino per venire», spiego Will «ma si sfilò una ruota. Non ti mandai a dire nulla perché pensai che tu fossi sicura che sarei venuto. Se tu avessi avuto un po’ più di fiducia in me… No! Fu tutta colpa mia. Agii come uno stupido forsennato. Non cercai di ragionare su nulla»

Dopo queste spiegazioni si sedettero in silenzio. Il rumore dello sbatter d’ali delle cavallette giungeva dalle finestre e, su un alto pioppo, una cicala faceva sentire il suo ronzio metallico.

«Non ci si può far niente ora, Will», disse Agnes, alla fine col tono della donna rassegnata. «Dobbiamo sopportare».

Will drizzò la testa. «Sopportare?». Fece una pausa. «Sì, forse sì. Se tu non avessi sposato Ed Kinney! Tutti fuorché lui. Come hai potuto fare una cosa simile?»

«Oh, non lo so», rispose lei, rimettendo a posto con mossa stanca i capelli che le erano caduti sugli occhi. «Sembrava la cosa migliore quando la feci… E non ci si può far niente ora». C’era un’infinita, torpida, disperata rassegnazione nella sua voce.

Will si avvicinò alla finestra. Pensava a quanto fosse stato bello e brillante Ed una volta. Dopo tutto, non c’era da meravigliarsi che lei lo avesse sposato. La vita ci spinge verso certe direzioni. Improvvisamente, si volse con un ché d’imperioso e di risoluto negli occhi e nella voce.

«Invece possiamo fare qualcosa, Aggie», disse. «Ascoltami solo un istante. Abbiamo commesso un terribile errore. Abbiamo perso sette anni di vita, ma non c’è ragione che buttiamo via anche il resto. Aspetta, non m’interrompere. Mi ritrovo a pensare a te come prima. Non dirò più una parola riguardo a Ed. Lascia stare il passato, mettiamoci una pietra sopra. Voglio parlare del futuro».

Agnes lo guardò, stordita e meravigliata, mentre lui proseguiva. «Io ho un po’ di denaro, ora, ho il terzo del guadagno di un ranch e ho un posto di controllore sulla ferrovia di Santa Fè in qualunque momento io voglia tornare. Ci sono i miei cavalli qui fuori: mi piacerebbe fare un altro viaggetto a Cedarville… Con te…»

«Oh, Will, no!», gridò. «Per carità, non parlare…»

«Aspetta!», esclamò lui imperiosamente. «Pensaci. Qui tu sei in un inferno! In gabbia con due cornacchie che ti strappano via la vita a beccate. Ti uccideranno… Lo prevedo: ti stanno ammazzando a poco a poco. Non puoi andare in nessun posto, non puoi avere niente. La vita è solo una tortura per te…»

Agnes non riuscì a soffocare un piccolo gemito di angoscia e di disperazione e volse il viso verso lo schienale della sedia. Le spalle erano scosse dal pianto, ma ascoltava. Lui si avvicinò e posò una mano sullo schienale.

Parlava con voce rotta e tremante. «Non c’è che un modo per uscirne, Agnes. Vieni con me. A lui non gli importa di te. La sua idea delle donne è che sono create per il suo piacere e per badare alla casa. Tutta la tua vita è un’agonia. Vieni! Non piangere. Puoi ancora vivere»

Agnes non parlava, ma i suoi singhiozzi erano diventati meno violenti. La sua voce, che sembrava farsi più ferma, la rassicurava.

«Ho intenzione di andare verso est, in Europa forse e la donna che verrà con me non avrà altro da fare che recuperare le forze e tornare in salute. Ti ho fatto tanto soffrire che dovrei passare il resto della mia vita a farti felice. Vieni! Mia moglie siederà con me sul ponte di un piroscafo a veder sorgere la luna, e camminerà con me in riva al mare finché non ritornerà forte e felice… Finché non riappariranno le fossette sulle sue guance. Non avrò pace finché non vedrò i suoi occhi ridere di nuovo».

Si alzò, rossa in viso, gli occhi smarriti, respirando a fatica dall’emozione che la voce vibrante di lui le aveva suscitato; ma non poté parlare. Will le pose delicatamente una mano sulla spalla e ricadde a sedere. Lui continuò a pregarla. C’era qualcosa d’ipnotico, qualcosa che la dominava, nei suoi occhi e nella sua voce.

Non erano ignobili passioni a muovere Will, il rimorso e un amore dolce, tenero, fatto di ricordi. Non amava tanto la donna di fronte a lui quanto la ragazza di cui era lo spettro. La donna a cui si era promesso. Si riteneva responsabile di tutto e fremeva dal desiderio di riparare il danno che aveva indirettamente causato. Non c’era niente di equivoco nella sua posizione, niente di cui vergognarsi. Come la potessero vedere gli altri non gli importava. La sua anima impetuosa era giunta a un punto in cui niente poteva venire ad alterare le cose o a distoglierlo dalla sua posizione.

«E poi dopo che ti sarai rimessa, dopo il nostro viaggio, torneremo a Houston, o in qualche altra parte del Texas, e io costruirò per mia moglie una casa che le farà brillare gli occhi. Il mio bestiame ci darà da vivere bene e lei avrà un pianoforte e dei libri e andrà al teatro e ai concerti. Dai, cosa ne pensi?»

Lei cominciò a percepire le parole di Will che si separavano in qualche modo dalla voce, ed esse produssero visioni che la abbagliavano. Ombre luminose si muovevano davanti ai suoi occhi, ombre che passavano sullo sfondo grigio di una vita miserabile, fatta di stenti e di lavoro massacrante.

Quando la voce di lui si spense, la nuvola rosa svanì e riapparve la sbiadita muffosa stanza in cui si trovavano, la mobilia coperta di calicò, il suo misero vestito che pendeva da tutte le parti e su cui posavano le sue brutte mani. Allora gridò in un fiotto di lacrime.

«Oh, Will, sono così vecchia e brutta, ora! Non sono più adatta per venir con te, ormai! Oh, perché non ci sposammo allora!»

Lei si rivedeva com’era allora, e anche lui; e questo non fece che rafforzarlo nella sua risoluzione. Com’era bella un tempo! Gli pareva di vederla sempre illuminata dalla luce del sole, uno splendore caldo nei capelli e le fossette nelle guance.

Agnes si guardò i polsi rossi e le mani scarne e nodose. Sulle labbra sottili e pallide si era disegnata una penosa increspatura e le lacrime scivolavano lente dalle ciglia socchiuse. Will continuò:

«Be’, non serve a niente piangere su ciò che è stato. Dobbiamo pensare a ciò che faremo. Non ti preoccupare del tuo aspetto, sarai la donna più graziosa del paese quando torneremo. Non aspettare, Aggie, deciditi».

Ma lei esitava, si sentiva persa.

«Che dirà la gente?»

«Non m’importa di quel che diranno», fece lui infiammandosi. «Direbbero di restare e di farti uccidere poco a poco. Hai già avuto la tua parte di sofferenza. Direbbero – quelli di mente più larga – resta e cerca di ottenere il divorzio. Ma come potremmo esser sicuri di ottenerlo dopo che tu sei stata trascinata nel fango di un processo? Lo potremo ugualmente ottenere in un altro Stato. Perché dovresti esser finita a trent’anni? Quale diritto o giustizia c’è nel farti sopportare per tutta la vita la conseguenza della nostra… Della mia idiozia?»

Man mano che andava avanti il suo ragionamento si avvicinava sempre al livello della filosofia del poeta Browning.

«Possiamo far sì che quest’esperienza conti qualcosa per noi, ma non dobbiamo lasciare che un errore si rovini per sempre, ma ci deve servire d’insegnamento! Che diritto hanno gli altri di costringerti a vivere in un buco? Dio non pretende che un piccolo uccello resti in un tronco a morire di fame se può uscirne. Non chiedere alle serpi come dovrebbe vivere un pettirosso».

Aveva perso i fili del bene e del male, era persa in un labirinto. Ma ciò che la spingeva non era passione: la carne aveva cessato di eccitarla. Tuttavia, le parole che il suo liberatore diceva avevano un grande potere. Le pareva che le aprissero una porta, e attraverso quella splendevano torri, e grandi navi passavano su mari di un azzurro chiaro.

«Non puoi vivere più qui, Agnes, morirai in meno di cinque anni, e il vederti morire mi porterebbe nell’abisso. Vieni! È un suicidio restare».

Agnes rimase immobile: l’unico movimento era la convulsa agitazione del respiro e quella nervosa delle dita. Fissava una macchia sul tappeto. Non poteva guardarlo in faccia.

Will diventò insistente; una nota di severità s’insinuò nella sua voce.

«Se parto sai che non tornerò più». Il rauco respiro di Agnes che si faceva sempre più affannoso fu la sola risposta.

«Ho finito», disse Will con un tono di rabbiosa delusione. Non si dette per vinto, però. «Ho detto cosa farei per te. Ora se credi…»

«Dammi tempo di pensare, Will!», urlò sollevando il viso.

Egli scosse la testa. «No! Sai anche tu che devi decidere ora. Non sarà più facile domani. Andiamo, tra un minuto uscirò da quella porta… A meno che…», e dicendo questo attraversò la stanza lentamente, dubbioso sull’esito dell’ultimo suo disperato tentativo. «Ho la mano sulla maniglia. Devo aprire?»

Il fiato le si mozzò, le dita si chiusero convulsamente sulla sedia. Appena aprì la porta lei balzò in piedi.

«Non andare Will, non andar via ti prego, no! Ho bisogno di te qui… io…»

«Non è questo ciò che ti sto chiedendo. Vieni con me, Agnes?»

«Sì, sì! Provavo a dirtelo prima… Mi fido di te, Will, tu sei…»

Spalancò la porta mostrandole il paesaggio. «Vedi il sole che splende su quel campo di grano? È là che ti porterò… fuori, al sole. Lo vedrai splendere sul golfo di Napoli. Andiamo, mettiti il cappello; non prender niente che non sia strettamente necessario. Lascia il passato dietro di te…»

La donna si volse d’impeto e si slanciò nella cameretta. L’uomo tese le orecchie. E per la sorpresa mandò un fischio quasi comico. Aveva dimenticato il bambino. Sentiva la madre che gli parlava, vezzeggiandolo.

«Piccolo amore di mamma. Lei non lo lascia il suo piccolo ometto, no, non lo lascerà. Su, su non piangere… La mamma non va via e non lo lascia… La mamma cattiva non lo lascia il suo tesoruccio!»

Era di nuovo confusa, e quando riapparve sulla porta col bimbo in braccio il suo volto aveva un aspetto così smarrito che faceva pietà. Provava a parlare, provava a dire: «Ti prego, Will, va!»

Egli finse di non aver capito il suo sussurro. Fece un passo avanti. «Il bambino! Certo. Perché no, diamine! Il bimbo appartiene alla madre. Occhi azzurri, grazie a Dio!»

Passò il braccio intorno a entrambi. Agnes obbedì in silenzio; c’era qualcosa d’irresistibile nei suoi occhi franchi, limpidi, nel suo radioso sorriso, nella sua forte mano bruna. Will sbatté l’uscio dietro di loro.

«E con questo si chiude la porta sulle tue sofferenze», disse sorridendole. «Addio a tutto».

Il bimbo rise e allungò le manine verso la luce.

«Bu, bu!», gridò.

«Cosa dice?»

Agnes sorrise piena di fiducia e serena vedendo la faccia di suo figlio accanto a quella di Will. «Dice che è bello».

«Ah, dice così! Non lo capisco il suo accento francese».

Agnes sorrise di nuovo, suo malgrado. Will sentì un brivido di paura: era così debole ed esausta. Il sole splendeva sul fulgido grano frusciante, l’infinito cielo, azzurro come il mare che si protendeva sopra le loro teste. Davanti a loro, c’era il mondo.


Questo post rappresenta la quarta tappa del The Mississippi Blogtour! Se vuoi recuperare le precedenti tappe, puoi andare a questi link:

👉 1° tappa, Diario di un editore, la storia editoriale di Racconti dal Mississippi;

👉 giovedì 8 febbraio, 2° tappa: I calzini spaiati/Veronica Giuffré -> Video lettura; 👉 giovedì 15 febbraio: 3° Tappa: Emozioni in font/Viviana Calabria -> Profilo dell’autore;

Le prossime tappe invece saranno:

👉 giovedì 1 marzo: 5° Tappa: Sotto la copertina (Ornella Soncini/Lucrezia Pei) -> InstaScroll; 👉 martedì 6 marzo: 6° tappa: Martina Marzadori -> video commento sulla creazione della cover; 👉 sabato 17 marzo: 7° tappa: Libreria I Trapezisti -> Presentazione del libro!

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