• Reader for Blind

Ronzio



Il corpo disteso sul letto, gli occhi aperti nella stanza buia, le gambe piegate in piccole montagne, l’uomo era in attesa che la sveglia suonasse. Quando l’oggetto sul comodino iniziò a vibrare, egli aspettò un intero minuto prima di spegnerlo, lasciando che il rumore si diffondesse in tutta la camera, riempiendola, e colpisse le pareti ruvide del monolocale. L’uomo attese in silenzio che qualcuno gli gridasse di smetterla e di fare piano, ma fu costretto ad arrendersi quando quel contatto umano che tanto desiderava non arrivò. Accese la luce, osservò il soffitto della stanza da letto e notò che era diventato più bianco del giorno prima. Anche la mattina precedente era sembrato più chiaro. Allora, si domandò se avrebbe mai smesso di sbiadirsi o se avrebbe continuato fino a diventare trasparente o di un colore così limpido da poterci vedere attraverso e osservare gli inquilini del piano di sopra, mentre mangiavano, dormivano e scopavano nel loro appartamento candido come la neve.

L’uomo uscì di casa chiudendo la porta alle sue spalle, con forza. Il tonfo sordo del legno riecheggiò nel corridoio, rimbalzando sulla moquette e infrangendosi sui muri. Tutti continuarono a dormire. Scese le scale con passo lento e costante, tenendosi sulla destra, dalla parte opposta del corrimano, come prescriveva l’etichetta, sebbene non ci fosse nessun altro a quell’ora. Uscito dal palazzo, trovò nel cielo un malinconico lucore che bene si addiceva a una giornata come quella. Sotto, ad aspettarlo, l’automobile governativa tossiva gas di scarico che, a causa del freddo, si condensavano in piccole nuvole di fumo che volteggiavano a mezz’aria e assumevano forme di animali esotici. L’autista guidò come sempre nella maniera nervosa di chi deve raggiungere un posto e non ha il tempo per farlo. Quel giorno non disse una parola, né rispose quando l’uomo gli chiese se poteva ricordarsi di spegnere l’automobile mentre aspettava fuori dal palazzo.

«Lo dico per non disturbare gli altri» mentì.

Mentre l’automobile tagliava la città in direzione obliqua, l’uomo osservava il paesaggio che scappava alle sue spalle e pensava che gli sarebbe piaciuto potergli correre dietro e afferrarne le strade, i lampioni e le case, come faceva nel suo sogno ricorrente. Fu distratto da quei pensieri da una mosca che volava all’interno dell’automobile, sbattendo ripetutamente contro il finestrino, nel disperato tentativo di evadere. I movimenti costretti dell’insetto ricordarono all’uomo che la prigionia poteva assumere varie forme e molteplici esistenze. Tentò persino di catturarla, sperando di poterla nascondere nei pantaloni e tenerla con sé in ufficio, ma l’impresa si rivelò impossibile.

La corsa non ammetteva deviazioni, così arrivarono a destinazione all’ora prestabilita. Mentre scendeva dalla macchina, l’uomo pensò che almeno una volta gli sarebbe piaciuto arrivare in ritardo per vedere cosa sarebbe accaduto in ufficio. Sorrise sardonicamente al pensiero del Responsabile Risorse Umane Area Life che impazziva di rabbia di fronte a un evento così inaspettato. Non appena aprì la portiera, la mosca si liberò, gettandosi in strada e scomparendo nel punto in cui l’orizzonte si confondeva con le cime dei palazzi.

L’uomo entrò nell’edificio governativo salutando i colleghi che incontrava lungo il percorso. Il regolamento interno prescriveva una sola frase, Buongiorno o Buonasera, a seconda dell’orario. Egli aggiunse un sorriso e una stretta di mano, pensando che la Rivoluzione passasse anche da un gesto caloroso e inaspettato.

Il Centro di Controllo Area Life si trovava al settimo piano interrato. Immagini della Lunga Guerra di Conquista e del nuovo Regime erano proiettate sulle ampie pareti. A lui piaceva chiudere gli occhi e immaginare cosa ci fosse davvero dietro quei muri spessi diversi centimetri. Gli venivano in mente solo terra e ossa e oggetti abbandonati secoli prima da persone più fortunate di lui.

Accese il terminale e iniziò il suo lavoro di Controllore, il cui compito consisteva nel monitorare la rete in cerca di dissidenti, di terroristi che si organizzavano per colpire il Governo. Sfogliava i profili Life di migliaia di utenti in cerca di messaggi in codice, di parole cifrate in chat segrete, di immagini che potessero indicare un piano per attaccare il Governo. Di solito, gli faceva compagnia la placca laccata oro che gli era stata consegnata dal Presidente del Governo non eletto in persona per l’incessante lavoro di repressione che aveva coordinato negli anni precedenti, ma quel giorno non era presente sulla sua scrivania e l’uomo pensò che l’avessero presa per farla lucidare. Mancava anche la foto che lo ritraeva al momento della consegna dell’onorificenza.

«Sai dove sono le mie cose?» chiese l’uomo al collega che lavorava alla scrivania accanto alla sua.

«Mi senti? Sai cosa è accaduto alla foto che avevo sulla scrivania?»

Sottili pareti di compensato bianco dividevano piccoli uffici di tre metri quadri. Era impossibile che il collega alla sua destra non l’avesse sentito, né quello alla sua sinistra o la ragazza che sedeva dietro di lui. Eppure nessuno si mosse o rispose alle sue domande. Deve essere colpa della nuova illuminazione, pensò l’uomo.

Due settimane prima, avevano cambiato le lampade in tutti gli uffici governativi, passando dalla luce bianca a quella rossa. Secondo il Responsabile Risorse Umane Area Life la produttività sarebbe aumentata del 4,7% e sarebbero diminuite le iniziative personali. All’uomo sembrò assurdo che una semplice lampada potesse ottenere tutto questo, ma i volti spenti e apatici dei colleghi gli dimostravano il contrario.

Il flusso dei pensieri fu interrotto dall’arrivo del Responsabile Risorse Umane Area Life che entrò nel suo cubicolo e gli intimò di seguirlo. Due guardie armate di lunghi manganelli neri emergevano alle sue spalle per avvicinarsi subito dopo che egli ebbe pronunciato l’ordine. L’uomo si tirò indietro quel poco che lo spazio limitato gli concedeva. Le braccia cercarono freneticamente qualcosa da usare come arma, trovando solo un fermacarte. L’uomo cercò di lanciarlo, non contro qualcuno di specifico, ma contro le tre persone che volevano catturarlo e contro il sistema intero. Le guardie furono più veloci e iniziarono a colpirlo prima sui fianchi e dopo, una volta che era caduto a terra, sul collo e in qualunque altra parte del corpo riuscissero a prendere.

I colleghi rimasero immobili, ormai rassegnati alla solita epurazione. Il Responsabile Risorse Umane Area Life si voltò a guardarli, cercando un segno di empatia da poter punire pubblicamente. La lampada a neon posta sopra le loro teste emise un rumore di presagio non appena l’uomo venne trascinato via dalla propria postazione. Una mosca era rimasta intrappolata al suo interno e volava sbattendo da una parte all’altra nel tentativo di liberarsi. Il rumore vuoto che produceva l’insetto mentre colpiva i vetri della lampada echeggiava in tutta la sala, ma nessuno sembrava udirlo, nessuno tranne l’uomo che era appena stato arrestato. Il suono ripetitivo, intermittente e alternato della mosca seguiva i passi delle guardie e l’uomo non poté non pensare che quell’insetto fosse lo stesso che aveva visto poco prima all’interno dell’automobile.

La sala interrogatori era grande e vuota. Ne avevano parlato in molti, eppure nessuno l’aveva mai vista veramente. Il Responsabile Risorse Umane Area Life indicò alle guardie una lunga poltrona da dentista sulla quale sdraiare il prigioniero.

«Assicurate braccia e gambe» disse. «Il verme non deve fuggire.»

Subito dopo, uscì dalla stanza per ricomparire dietro il vetro che dominava la parete principale. Accanto a lui, c’era il Presidente del Governo non eletto.

L’uomo iniziò a dimenarsi poiché aveva ormai chiara l’entità di ciò che stava per accadere. Il Presidente del Governo non eletto disse: «Sei un traditore e verrai processato come tale».

Egli parlava con un forte accento, con consonanti aspirate che si comprendevano a malapena. Usava una tonalità molto bassa e sussurrava le sue frasi in una voce rauca, graffiata dalle troppe sigarette fumate. Aveva i capelli a caschetto, il viso tondo e tanta rabbia che esprimeva con gesti rapidi e improvvisi delle mani.

L’interrogatorio durò molte ore. In quella sala luminosa, con luci forti che puntavano proprio sui suoi occhi, l’uomo non sarebbe stato in grado di dire se le torture fossero durate quattro ore, dieci oppure per giorni interi. L’uomo cercò di difendersi gridando frasi sconnesse che, messe insieme, non avevano un senso compiuto. Rispose sempre no a qualunque domanda, finché si accorse che avevano smesso di chiedergli informazioni sui membri della Resistenza e avevano iniziato a fargli del male solo per il gusto di farlo. Smisero quando l’uomo rischiò di soffocare nel proprio vomito e il Presidente del Governo non eletto, chiaramente seccato, bisbigliò: «Adesso basta. Deve arrivare vivo all’udienza».

Il giorno in cui l’uomo fu processato i dipendenti governativi furono esentati dal lavoro, poiché avrebbero dovuto seguire l’esecuzione dai monitor installati sulla piazza principale della città. Nessuno pianse, nessuno gioì. Tutti accettavano l’evento come qualcosa di ineluttabile. L’uomo era disteso su un’ampia panca di legno. La testa era bloccata da una corda che gli stringeva il collo. Gambe e braccia erano divaricate, anch’esse tenute ferme da spesse corde di colore grigio. Più le corde stringevano, più iniziavano a colorarsi di rosso e a diventare sempre meno grigie e via via più luminose. Una mosca si posò sul viso dell’uomo, mentre il Presidente del Governo non eletto pronunciava l’accusa, strascicando frasi che in pochi compresero. L’insetto iniziò a camminare sulle guance dell’uomo solleticandogli la faccia, sfregò le zampe posteriori per volare poi sulle sue labbra. L’uomo piangeva e gridava spaventando la mosca che volava via per poi tornare subito dopo, effettuando piroette intorno a quell’essere inerme e disperato.

Terminata l’accusa, venne data la possibilità all’uomo di difendersi. La giuria era composta da sette persone, cinque donne e due uomini. Il verdetto finale spettava al Presidente del Governo non eletto.

«Svegliatevi!» gridò l’uomo. «Possibile che non riusciate a vedere le catene che ci hanno messo addosso?»

Immediatamente, il boia gli colpì la gamba destra con un martello e si udì il rumore di un osso che si rompeva. L’uomo sentì una scossa partire dal basso e percorrere il corpo in un lampo, che lo tagliò dall’interno. A quel punto non riuscì più a parlare. Allora, si calmò e aprì la bocca, per richiuderla un attimo dopo che la mosca si era posata sulle sue labbra. La inghiottì in un istante, deciso a non morire da solo. Poi chiuse gli occhi e pensò a Margherita. La immaginò con la maglietta bianca che le aderiva perfettamente al torace, evidenziandone i piccoli seni da sedicenne. Le guance rosse che si scaldavano quando parlava di Politica e i baci frettolosi, rubati quando nessuno prestava loro attenzione. In quello stato di disperazione, sognò che piombasse all’interno della stanza con un lanciafiamme tra le braccia e il ghigno da rivoluzionaria come glielo aveva visto sulla faccia la prima volta che si erano conosciuti. Mentre usava il lanciafiamme sulle guardie, sui giudici e sul Presidente del Governo non eletto, riusciva a bruciare anche tutti i manuali e i codici di comportamento e quelle assurde leggi che li costringevano a vivere come schiavi, accusandosi gli uni con gli altri. Immaginò di vedere pezzi di carta bruciata volteggiare e danzare all’interno della stanza e l’ambiente tetro di pochi minuti prima era improvvisamente diventato corrusco.

L’uomo aprì di nuovo gli occhi quando il boia iniziò a tirare la corda che gli stringeva il collo. Rimasto senza respiro, aprì la bocca in un urlo strozzato, boccheggiando disperato di fronte a una platea di tronfioni in abito militare. La mosca non uscì, anch’essa ormai rassegnata al suo destino di animale in gabbia. Il boia allentò la presa quando si aprì la porta. Il cigolio dei cardini fece eco all’interno della stanza, seguito poco dopo da un rumore di passi. L’uomo tentò di allungare il collo, stirando ogni muscolo del quale ancora manteneva il controllo, ma non riuscì lo stesso a vedere chi fosse. La tregua fu breve e il boia tirò ancora la corda, stavolta con maggior vigore. Poco prima di perdere conoscenza, l’uomo riuscì a intravedere solo un paio di scarpe da ginnastica rosa e dei jeans strappati sul ginocchio e non poté non pensare che fosse proprio Margherita la persona che era appena entrata nella sala delle esecuzioni.

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