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La sensazione della neve



La sensazione della neve sulla pelle non era poi così male, pensava osservando gli ultimi fiocchi sciogliersi sul palmo della mano.

Il parco era una meraviglia così avvolto nel silenzio che in quella città era qualcosa di estremamente raro. Certe volte i rumori dei clacson nel traffico arrivavano fino lì dentro, alla sua panchina. Ma con l'allerta che c'era stata, e l'invito del Sindaco de Blasio a non uscire, solo in pochi si erano avviati per negozi e uffici. Mentre lui non aveva avuto altra scelta perché ormai era proprio quella, la strada, la sua casa. Certo, sarebbe potuto andare in uno dei rifugi allestiti per quelli nelle sue stesse condizioni, ma a un afoso sovraffollamento aveva preferito quel freddo isolamento. E poi uno o due posti caldi dove accucciarsi per la notte li conosceva e li avrebbe raggiunti non appena si fosse fatto buio. In più, a quell'ora, sarebbe dovuto già essere lì dentro, per quelle stronzate di robe bollenti e le coperte termiche che ti danno prima di infilarti a letto per farti smammare alle prime luci del mattino. No, non poteva. Si sarebbe perso quello spettacolo di luci e silenzi che – colorando quella tela bianca – davano il via alla magia.

«Nessun fiocco è uguale all'altro, lo sai?»

«Cazzo Lou, mi hai fatto prendere un colpo» aveva risposto Frank con il cuore in gola, mentre guardava il suo amico porgergli una lattina di birra con le mani coperte da guanti di lana nera senza le dita. Le unghie si erano ormai fatte ancora più bianche per la temperatura vicina allo zero. «Che ci fai qui?» Lou era un brav’uomo, un negro alto quasi due metri; un reduce di guerra come tanti, che dopo aver dormito sotto i cieli stellati dell’Afghanistan – quando non erano attraversati dai bombardamenti – non ce l’aveva più fatta a rimettersi sotto un tetto. E così aveva deciso di vivere per strada e fermarsi dove gli andava, senza un indirizzo, niente messa la domenica o tagliaerba da passare ogni sabato pomeriggio dopo una settimana di lavoro nine to five. Questo gli aveva detto quando si erano conosciuti, in un vicolo della trentanovesima est. «Non dovresti startene qui, è troppo buio per passarci la notte. Vieni con me, andiamo in un posto più sicuro», gli aveva detto quella sera perché gli era bastata un’occhiata per capire che lui era un novellino e che lo avrebbero fatto fuori in un nano secondo se fosse rimasto lì da solo.

«Fratello, io non ci posso stare in quei posti. Non mi permettono di portare dentro la birra.»

«Ci vogliono sobri e puliti» gli aveva risposto Frank tirando la linguetta della lattina. Lo sguardo tornò a perdersi in quel vuoto candido riscaldato qua e là dalle luci dei lampioni. Oltre i rami spogli, palazzi di venti piani mezzi vuoti e finestre illuminate simili a lucciole nella notte. Nelle sere d'estate senza luna, da bambino, gli piaceva moltissimo sgattaiolare fuori dal letto per guardarle alzarsi dal prato e punteggiare l'oscurità della campagna. Non c'erano altre luci nei paraggi, la casa più vicina si trovava un kilometro più in là. Chissà se ci abitavano ancora i McFarland.

L'alcol lo stava riportando sul viale dei ricordi. Chi dice che si beve per dimenticare probabilmente non ha mai bevuto tanto quanto lui, pensava. Magari ti dimentichi in che bar ti stai ubriacando, ma tutto quello che c'è stato, e il dolore che ti porti dentro, il fallimento, quello manco il miglior gin al mondo te lo toglie. Figuriamoci quelle birre da quattro soldi o quello spaccafegato di vino in cartone che rimediava di tanto in tanto.

«Non è bellissimo?» gli aveva chiesto Lou, quasi leggendo i suoi pensieri migliori. «Non li capisco proprio quei pazzi che corrono avanti e indietro senza neanche accorgersi dello spettacolo che sa regalare la neve. E la maledicono, imprecano perché fanno tardi: è proprio da questo, fratello mio, che sono voluto scappare. Da una vita senza più stupore, senza momenti come questo da assaporare.»

«Già, se ne stanno tutti rintanati…» diceva Frank mentre due individui di bell’aspetto, appena entrati nel parco dall’ingresso sulla Broadway, guardavano verso di loro.

«Penseranno che siamo matti! Due ubriaconi morti di fame.» Dopo gli anni sotto le armi, Lou odiava essere compatito dai passanti in giacca e cravatta. Era grazie a lui, al suo servizio, che potevano continuare a godersi la loro libertà. Se così, poi, la si poteva chiamare.

«Sul morti di fame non avrebbero tutti i torti» gli aveva risposto Frank, osservando la condensa sulla lattina ghiacciarsi tutto intorno alla sua mano. Certo, ormai ci si era abituato, aveva smesso anche di perdere peso come gli succedeva i primi tempi. Il cibo non gli mancava neanche più tanto per la fame, ma soltanto per il gusto. Il sapore unico della cucina di sua moglie, o meglio della sua ex moglie; da quando aveva perso tutto, lei compresa. Quando i debiti erano diventati demoni, lei aveva smesso di credere in lui e aveva fatto le valige. Dopo poco anche Frank aveva raccattato le sue poche cose, qualche vestito, una foto del loro momento più felice, il suo libro preferito in cui custodire quell’immagine, e si era chiuso la porta di casa alle spalle. Non si era neanche preso la briga di chiudere a chiave, le aveva lasciate direttamente sul tavolino all’ingresso. Il giorno dopo sarebbero arrivati gli ufficiali giudiziari per pignorare tutto. La sua disdetta, l’ultima umiliazione. E non ce l’aveva fatta ad affrontarla. Meglio andare via, senza neanche sapere dove. Poi, guardando il cartellone delle partenze alla stazione degli autobus, aveva pensato che New York sarebbe stata perfetta. Lì non conosceva nessuno, non lo avrebbero potuto riconoscere né tantomeno trovare. Il suo non era un arrivederci, era un addio, mentre un uomo troppo vecchio per non essere già in pensione gli dava il resto per il suo biglietto di sola andata.

«Dai, andiamo! Conosco un posto dove ci daranno da mangiare e ci potremo riscaldare» Lou si era alzato e lo guardava dal suo metro e novanta di altezza. Era imponente, si ergeva simile a un grattacielo verso l’oscurità della sera che stava lentamente scendendo sul Madison Square Park.

«Vai avanti, ti raggiungo più tardi. Voglio starmene qui ancora un po’!»

«D’accordo fratello, sai dove trovarmi!» disse Lou sprofondando le mani nelle tasche. «Hey, Frank?!», non lo chiamava mai per nome, se non quando le cose si facevano serie.

Frank teneva i gomiti appoggiati sulle ginocchia e lo sguardo fisso sulla neve ancora intatta in mezzo ai suoi scarponi. Si sentiva piantato al suolo.

«Dovresti chiamarla, sai?! Dirle almeno che sei vivo, che stai bene. Che ti manca. So che non vuoi darlo a vedere, ma ce l’hai stampato sulla faccia ogni volta che incroci una di quelle vetrine con i vestiti a fiori o i maglioni colorati. La ami ancora e non c’è niente di sbagliato in questo. Hai paura, e va bene così! Sei scappato, hai dovuto farlo, ma credimi fratello, non è questo il tuo posto. È al suo fianco che devi stare. Perciò chiamala e dille tutto. Non è troppo tardi. Non lo è mai» disse Lou, facendo saltare con il pollice una moneta da un dollaro che atterrò sotto lo sguardo dell’amico, tra i cerchietti disegnati dalle lacrime sul manto bianco.

Frank si girò verso di lui e alzò la mano con la birra a mo’ di brindisi in suo onore, per salutarlo, mentre Lou si avviava verso Madison Avenue.

Dopo un po’ si tirò su e appoggiò la schiena sul freddo della panchina. Lo sentiva attraverso il giaccone come se fosse rimasto nudo. La sensazione della neve sulle sue ferite. Respirava piano, sembrava quasi fosse in apnea per quanto poco la sua cassa toracica si apriva per fare spazio all’aria fredda. E, in quella mancanza di rumori, gli rimbombava nelle orecchie, profondo e costante, il suo cuore. Era da tanto tempo che non lo sentiva ed eccolo lì, lento, in una sera d’inverno che gli stava entrando dentro. Le sarebbe piaciuto, tutto quello. Il parco e le luci e la neve. I nasi ghiacciati sopra i cappotti e i baci avvolti dai respiri che diventano vapore. Glielo voleva dire per sentirla sorridere dall’altra parte della cornetta, e poi ti amo, ancora, non ho mai smesso, e i soldi per il biglietto di ritorno ce li ho sempre avuti in tasca, fin dal primo giorno. Eccomi, arrivo, poche ore e sarò lì, aspettami, ti prego.

Si addormentò avvolto da quel manto bianco, con questo pensiero per l’indomani mattina.

Fu trovato senza vita da un ragazzo che lavorava al chiosco all’angolo sud-est del parco.

Aveva trentasei anni.

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