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Innovazioni americane



Rivka Galchen nasce nel 1976 a Toronto, ma cresce negli Stati Uniti dove diviene psichiatra di professione. Il suo primo romanzo, dal titolo Effetti collaterali dell’amore quando finisce, esce nel 2010 edito Piemme, e con esso vince, tra gli altri, il William Saroyan International Prize.

Nello stesso anno viene inserita dal New Yorker nella lista dei 20 migliori scrittori sotto i 40 anni. Attualmente la Galchen insegna scrittura alla Columbia University e collabora attivamente con diverse riviste, tra cui The New Yorker, The New York Times, The Believer e Harper’s Magazine.

Nel 2016 pubblica per Einaudi la raccolta di racconti Innovazioni americane.

Una donna riceve una strana chiamata da parte di un «Numero non disponibile». L’interlocutore ordina un pollo all’aglio, un’insalata condita con salsa di miso e zenzero e un riso bianco. Bianco, non integrale, ci tiene a precisare. L’uomo ha chiaramente sbagliato numero, ma la donna comincia a prendere seriamente in considerazione l’idea di preparare il pranzo allo sconosciuto; una ragazza siede in un caffè marocchino dell’Upper West Side e fa la conoscenza di Ilan e Jacob, due uomini che – appare subito palese nei pensieri della protagonista – nascondono un «segreto di natura scientifica»; nel racconto che dà il titolo all’intera raccolta, una ragazza vede crescere sulla propria schiena un terzo seno; una donna in viaggio a Città del Messico fa la conoscenza di una giornalista: la protagonista si fingerà anche lei una giornalista, si farà chiamare Alice e farà un incontro che le creerà confusione riguardo una conoscenza del suo passato.

Attraverso i suoi racconti, la Galchen ci offre una visione reale dell’assurdo. Quelle narrate in Innovazioni americane sono infatti vicende surreali raccontate con una semplicità disarmante, rendendo il contenuto delle storie puramente naturale. Come se l’assurdità contenuta rappresentasse l’esatto contrario della definizione di assurdo.

Nel racconto Mercato immobiliare, un giovane vive all’interno di un palazzo di cinque piani di proprietà della zia in attesa di una sistemazione migliore. Il protagonista è sicuro che non ci viva nessun’altro, ma presto farà la conoscenza dell’inquilino Eddy che, a detta sua, occupa uno degli appartamenti con il consenso della proprietaria. Il ragazzo comincerà a dubitare di sé stesso e della stessa esistenza di questo misterioso individuo quando si renderà conto della presenza di un formaggio armeno dentro il frigorifero nei giorni in cui non ricorda di averlo acquistato, e della sua assenza nel momento stesso in cui si scopre convinto di averlo effettivamente comprato. A creare ancora più confusione nella mente del ragazzo, ci sarà il proprietario di una rosticceria greca dalla inspiegabile e straordinaria somiglianza con il padre del giovane, morto anni prima.

«Dopo quell’incontro nell’atrio, quando sentivo i rumori che tutte le vecchie case inevitabilmente emettono, pensavo: Oh, sarà Eddy che apre la porta, che fa scattare un interruttore, che versa dell’acqua nella zuppa liofilizzata. Eddy sfogliava un vecchio album di foto, apriva lattine di bevande gassate, accarezzava un gatto nero, piccolo e viziato, alla cui esistenza avevo cominciato a credere. Sgualciva le pagine di Essere e tempo, nella mia testa l’unico libro che possedeva. Non era propriamente amore, ma era meglio delle emozioni che l’avevano preceduto. Emozioni in cui preferirei non addentrarmi».

La Galchen ci narra delle storie con un’ottima padronanza di linguaggio; essa risulta pulita, a volte astratta, ma padroneggia le sensazioni e le emozioni umane in modo del tutto magistrale.

In C’era una volta un impero – racconto che chiude la raccolta – una giovane ragazza ha l’abitudine di andare al cinema da sola il martedì sera. Un martedì sera qualunque, dopo la visione di un film qualunque, una giovane ragazza qualunque torna nel suo appartamento e si trova davanti l’assurdo spettacolo delle sue cose (mobili, oggetti, vestiti) che cominciano a muoversi, in aria, verso un destino che sembra proprio non includere la loro padrona. Semplicemente, ciò che di materiale rappresenta (rappresentava?) la vita della protagonista, se ne va.

«La sfilata delle mie cose; quasi quasi mi piaceva. Mentre la mia vita se ne andava, non la odiai».

I racconti di Innovazioni americane sono una perla del XXI secolo, ed essi rispecchiano proprio quest’epoca e l’attuale società che ci rappresenta: la frenesia di ottenere un lavoro stabile, il possesso di una casa di proprietà e il pieno controllo sul proprio corpo e sulle proprie relazioni sono i temi affrontati dalla Galchen attraverso il concetto del surreale scelto dall’autrice per raccontare situazioni più o meno quotidiane, proprio come surreale ci appare molto spesso la vita.

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