• Reader for Blind

Respiro



La prima volta, l’impiegato della banca gli telefonò mentre camminava insieme a Tania su un marciapiede di Treviso. La voce dell’uomo, divertita e rassicurante, somigliava a quella di un suo ex compagno di scuola delle superiori, anche se aveva un accento diverso; due giorni prima, nello spazio stretto di un ufficio della banca, non ci aveva fatto caso, o forse era stato distratto dal pensiero dell’appartamento che lui e Tania volevano affittare. Al proprietario avevano chiesto se poteva tenerglielo ancora per qualche giorno; prima di trasferirsi non immaginavano di dover fare una spesa simile: tre mensilità di anticipo, oltre alla prima.

La linea telefonica andò via – fu come se le parole dell’uomo fossero cadute in una buca. Poi tornò.

Lei gli puntava gli occhi addosso, attenta ai toni della telefonata.

«Non te li danno?» chiese piano.

Con il telefono appoggiato all’orecchio la guardò e aggrottò la fronte come se avesse detto una cosa assurda; scosse la testa per farle capire che non poteva parlare. Mentre ascoltava con attenzione un elenco di dettagli tecnici le affidò il gomito, si fece guidare sulle strisce pedonali di una strada molto larga fino al marciapiede opposto. Riconobbe quella strada pensando a una schermata di Google Maps su cui aveva perso tempo il giorno prima.

«Solo un piccolo ritardo» disse dopo aver chiuso la telefonata.

Lei rimase in silenzio e si avvicinò alla vetrina di un negozio di moto, come se non fosse così importante.

«Vuoi comprarne una?» le chiese mentre un ragazzo con le cuffie alle orecchie passava in mezzo a loro. Si aspettava che lei si girasse per sorridergli e invece continuò a guardare la vetrina, fece di no con la testa. I suoi capelli oscillarono sulle spalle per una sola volta, come volessero ribadire il movimento della testa, poi si fermarono. Adesso erano più corti di quando l’aveva conosciuta, e scendevano di poco oltre le spalle. Anche se si trovava a più di un metro di distanza aveva la sensazione di annusarli: quella mattina, prima di alzarsi dal letto, aveva tenuto a lungo il naso appoggiato contro la sua nuca, e l’odore dei capelli era ancora fermo dentro le narici. Si avvicinò e le appoggiò una mano leggera dietro la testa; un gesto che nel loro codice voleva dire: Sono qui. A differenza delle altre volte i capelli gli sembrarono scivolosi, friabili.

«Farai altri colloqui» le disse.

Avevano sempre detto di non voler fare come molte coppie di loro amici che vivevano a distanza per anni, anche quando si sposavano, così si erano trasferiti insieme da subito. Non c’era stato il tempo di cercare una casa, e avevano dovuto affittare per un mese un costosissimo appartamento all’interno di un residence che aveva prosciugato i loro risparmi. Un paio di settimane prima lui aveva ricevuto due offerte di lavoro: da una grossa carrozzeria industriale nei dintorni di Treviso, e da un’azienda dalle parti di Roma che lavorava la plastica. La prima gli aveva promesso un contratto a tempo indeterminato, dopo uno breve; la seconda no. Non aveva avuto molti dubbi sulla scelta da fare. «Ma a Roma», aveva fatto notare lei, «abbiamo molti amici; e mio cugino, che può ospitarci per un po’». «Non è detto che riusciremo a frequentarli», aveva risposto lui. «Lo sai com’è Roma». No, lei non lo sapeva. C’era stata tre giorni in gita, quando era molto piccola, e poi due volte ai tempi in cui lui aveva provato a fare l’università. Era senz’altro complicato spostarsi da un punto all’altro della città, organizzare un incontro con qualcuno che abitava lontano; ma in fondo erano eccezioni. Ricordava, soprattutto, una città dall’aria familiare. Quando se ne andava le restava sempre la voglia di vedere qualcosa che non aveva ancora visto. «E poi», aveva aggiunto lui, «è carissima». Lei, in realtà, aveva già un lavoro, come operatrice sanitaria, in una cooperativa di Brindisi che non la pagava da più di sei mesi. Lui le chiese se voleva restare lì un po’ di tempo prima di raggiungerlo. Lei si arrabbiò. Gli ricordò quello che avevano sempre detto. «Troverò anch’io qualcosa», aveva concluso. Le discussioni erano durate solo una sera perché bisognava decidere in fretta. Lui aveva passato quelle ore con la testa che pulsava a causa di tutte le informazioni imbarcate in così poco tempo, dei confronti che aveva dovuto fare tra la qualità delle aziende, le distanze, il costo della vita.

Davanti a una farmacia lei si ricordò di dover comprare un collutorio, ed entrò. Lui preferì restare fuori, per fumare, disse, ma in realtà pensava all’impiegato che avrebbe potuto chiamarlo di nuovo. Mentre guardava Tania in coda al di là della vetrina sentì un rumore che si distingueva dal fondale di voci e macchine: era una specie di rantolo doloroso, intervallato di tanto in tanto da una sferzata metallica. Si guardò intorno e vide solo tre grossi cestini della differenziata fissati sui loro paletti, oltre al solito flusso di gente che scorreva sul marciapiede. Il suono metallico spariva a volte per molti secondi, il rantolo invece era costante. Guardò di nuovo Tania. Era di profilo, le mani appoggiate al bancone, un piede sull'altro, gli occhi puntati a terra che non guardavano niente.

«Lo senti?» le chiese quando fu uscita, alzando un dito in aria.

«È un dito parlante?»

«Questa specie di respiro affannato.»

Lei rise e si guardò intorno.

«Respiro? Con questo casino riesci a sentire un respiro

«Non capisco da dove arrivi.»

Lei andò avanti di due passi, si fermò e si girò quando si accorse che lui non la seguiva. «Farai tardi per il lavoro» disse. Lui notò che qualche metro più avanti, subito dopo la farmacia, il marciapiede si interrompeva per fare spazio a una stradina stretta da dove molte persone entravano e uscivano. Si spostò in quella direzione, superò Tania e raggiunse l’ingresso di quella che era una galleria pedonale breve, stretta e buia. Dall’apertura in fondo vedeva scorrere altri pedoni e altre macchine. Verso il centro, sul lato destro, due figure erano ferme per terra. Una era quella di un uomo con un paio di occhiali neri e le gambe monche; in mano aveva un cappello che tendeva ai passanti e scuoteva di tanto in tanto facendo tintinnare le monete. Due stampelle erano appoggiate al muro dietro di lui. Alla sua sinistra, invece, era steso un cane molto grosso. Doveva essere marrone.

«Avevi ragione» disse Tania alle sue spalle.

Lui si girò di scatto: non si era accorto che lei si era avvicinata.

Lì, il rantolo, grazie all'acustica della galleria, arrivava con forza dopo essere uscito dalla bocca e dal naso del cane. Il corpo dell’animale, scosso da un forte tremito, si gonfiava e si sgonfiava a velocità altissima.

«È tremendo» disse lei.

«Devono essere i polmoni.»

«Come fa a sopportarlo?»

«L’uomo o il cane?»

«Volevo dire il cane, il dolore.»

«Forse non se ne rende nemmeno conto.»

«Come fai a non renderti conto che stai soffrendo?»

«Magari lo sente, ma non lo capisce.»

«Basta quello per soffrire, no? Non hai bisogno di capirlo

L’uomo si girò verso di loro. Aveva sentito quello che dicevano? Riusciva a vederli? La sua faccia era quella di chi ti guarda e si aspetta qualcosa: un gesto, un saluto, una moneta. Non poté fare a meno di osservare le sue gambe, i pantaloni che si afflosciavano all’altezza delle ginocchia e si ripiegavano sul pavimento. Gli sembrò che l’uomo se ne accorgesse.

Tania gli mise una mano su un braccio e tirò piano, per farlo indietreggiare. «Non ce la faccio» disse.

Per firmare il contratto era venuto da solo per un giorno, mentre Tania organizzava i dettagli del trasferimento. Della città lo aveva colpito soprattutto il fiume; non sapeva ce ne fosse uno. E la vegetazione, così verde e ingombrante, che occupava molti spazi, perlomeno quelli che era riuscito a vedere. Il piccolo paese in cui si trovava l’azienda, estensione industriale della città, era invece tutta un’altra cosa; ma lì ci sarebbe andato solo per lavorare, giusto? Mentre andava a prendere l’autobus per tornare in albergo aveva mandato un messaggio a Tania per dirle che il titolare della ViEsse era stato molto accogliente: un simpatico settantenne con la foto di padre Pio dietro la scrivania.

Alla fermata qualcuno aveva attaccato due biglietti che contenevano annunci di stanze singole in affitto, ma non il prezzo. La parte inferiore era stata ritagliata in piccole strisce verticali su cui compariva un numero di telefono. Ne staccò una per foglio, se le mise in tasca e se le rigirò tra le dita per un paio di minuti. Poi le tirò fuori e chiamò uno dei due numeri. A lui non servivano stanze singole, voleva solo avere informazioni, farsi un’idea dei prezzi e delle distanze, prendere contatti con qualcuno del posto con l’idea che potesse essergli utile.

«È per la stanza» disse alla donna che aveva risposto.

«Può venire anche subito, io abito di sopra.»

Non pensava che gli chiedessero di vederla così presto. Aveva contato sul fatto che sarebbe partito la mattina successiva e non avrebbe potuto prendere nessun impegno. Avrebbe detto: «Non posso, la richiamo quando torno.» E invece disse: «Va bene.»

Un altro autobus lo portò in una zona periferica della città, a metà strada tra il centro e il posto di lavoro. Riconobbe il piccolo condominio ancora prima di arrivarci dalla descrizione che aveva ricevuto al telefono. Una donna lo fece entrare in un appartamento con due stanze da letto, di cui una matrimoniale già occupata da un ragazzo molisano, al momento assente. Fu accompagnato in cucina, in bagno, infine nella stanza. Guardò con curiosità il letto addossato al muro di sinistra, il tavolo con una sedia a destra, sotto a una finestra piena di luce. Immaginò che ci fossero già le sue cose. Pensò che gli sarebbe piaciuto vivere lì da solo.

Sul cellulare arrivò un messaggio: Tania gli chiedeva se fosse arrivato in albergo. «Sì», rispose. «Guardo un po’ di appartamenti su Internet.»

La seconda volta che lo chiamò, l’impiegato della banca non aveva più la voce divertita, anche se assomigliava ancora a quella del suo ex compagno di scuola; e non voleva rassicurare nessuno. Lui e Tania erano tornati da poco nel residence, avevano fatto un elenco delle cose urgenti da comprare per il nuovo appartamento; poi lui si era messo addosso i vestiti del lavoro.

«Quale problema?» disse rivolto al telefono.

Lei era in bagno; attraverso la porta semiaperta la sentiva che picchiettava con qualcosa di sottile e metallico contro il lavandino.  

«Ma aveva detto che con la garanzia della ditta andava bene.» Il volume della voce si era alzato.

«E poi sarà solo per sei mesi» disse ancora.

Dal bagno non arrivava più nessun rumore.

Nel pomeriggio lavorò.

Tornò a casa molto tardi con due pizze che lui e Tania mangiarono con calma e in silenzio. Sapevano entrambi che non potevano restare nel residence più di un’altra settimana. Passarono un po’ di tempo davanti al computer alla ricerca di appartamenti economici, e poi andarono a letto.

Lei si addormentò presto, lui non ci riusciva. Pensava all’uomo della galleria che lo puntava con i suoi occhiali scuri; e al cane. Sentiva il rantolo come se l’animale fosse dentro di lui e spingesse con forza contro il petto. Si mise una mano sul torace che si gonfiava e si sgonfiava più del solito. Temette addirittura che Tania potesse svegliarsi. Si alzò dal letto senza fare rumore, provando a trattenere il fiato; uscì dalla stanza e andò in cucina. Non accese la luce. Restò fermo al buio a sentirsi il respiro che non accennava a diminuire. Riusciva appena a distinguere le forme dei mobili, sagome di animali scuri e rigidi che riposavano, ma non riconosceva più la stanza in cui era stato fino a poche ore prima. Non era nemmeno sicuro di essere nella casa in cui aveva passato gli ultimi giorni, né del fatto che quella casa si trovasse nella città in cui aveva scoperto l’esistenza di un fiume. Si inginocchiò per terra, appoggiando le mani al pavimento; sotto i palmi, le piastrelle erano tiepide e ruvide. Chiuse le palpebre, le strinse. Adesso, il buio era completo. Si trascinò in avanti sulle ginocchia per circa un metro. Teneva le mani in avanti per non rischiare di sbattere contro il tavolo. Dove si trovava? Da fuori arrivavano isolati rumori di macchine: si allontanavano e poi tornavano come fossero su una pista circolare. Dall’interno della casa arrivò invece il rumore della porta del bagno che si chiudeva. Pensò che avrebbero dovuto trovare presto un altro posto dove stare, o magari un’altra città. Pensò che ogni decisione presa in due sarebbe sempre stata sbilanciata a favore di lui o di lei. Nel tentativo di rialzarsi spinse le ginocchia contro il pavimento duro e una fitta alle rotule lo tenne lì. Poco dopo sentì lo scarico del bagno e un rumore di ciabatte che si avvicinavano e ricadevano sul pavimento in modo sbadato. Da quando viveva lì aveva ascoltato quel suono morbido e asimmetrico tutte le sere, ogni volta che lei si si spostava da una stanza all’altra nei minuti prima di mettersi a letto, ma si rendeva conto solo adesso di quanto fosse diventato familiare. Riaprì gli occhi e ritrovò le sagome scure. Il respiro si era fatto più regolare. Adesso mi alzo, pensò. Adesso mi alzo.

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