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La mia amica del cuore



Solo una volta ho fatto ridere le mie amiche: stavamo giocando ai mimi e ho dovuto imitare una scimmia. Però io non volevo farle ridere, volevo imitare la scimmia.

Le mie amiche erano molto più amiche tra loro che mie, molto simili anche, tra loro. Le gambe magre nei jeans stretti, che a volte si scambiavano come se non fossero già abbastanza simili, e il nokia da picchiettare sotto al banco. Avevano sempre almeno un sms da dover comporre e inviare, giocavano alle maliziose prima di uscire a fumare.

Ho aperto per errore una scatola, giorni fa, in cui avevo riposto vecchie foto. La tenerezza, mi è venuta in mente, la mia adolescenza. Come era tutto semplice e a volte sembrava così difficile. Come ero più sincera, più silenziosa, se possibile, e dunque più sincera. Come ero triste e tenera. Come mi bastavano una finestra a cui affacciarmi e una vaschetta di gelato. Mi è venuto in mente di quando io e mio fratello minore ci dicevamo cose come cosa facciamo, andiamo a bere qualcosa o stiamo a casa, se stiamo a casa poi mi passa la voglia di uscire. Dicevamo e facevamo cose inutili, l'importante era stare insieme. Mi è venuto in mente di quando andavamo sotto casa di un ragazzo meraviglioso. Ci andavamo io e la mia amica del cuore, una di quelle che era più amica delle altre che mia, anche se ogni sera mi telefonava all'ora di cena per farsi dare i compiti per l'indomani. Mi ricordo che era l'ora di cena a casa mia, e lei telefonava domandando di me. Voleva sapere i compiti di italiano, la professoressa di italiano era l'unica che temeva. Non li scriveva mai i compiti, il diario l'aveva per disegnarci sopra. Così, mentre mio padre sbuffava, mio fratello maggiore mi chiedeva se potesse mandarla a quel paese al posto mio (non perché volesse difendermi, in quel periodo mandava tutti a quel paese molto volentieri). Mio fratello minore non diceva niente, forse pensava che non era poi facile tenersi degli amici. Ero paziente, molto. Era mia amica, in fondo. Andavamo a volte, io e la mia amica, a lanciare sassolini sul muro di casa di questo ragazzo meraviglioso, cantando sempre la stessa canzone di un orso che aveva un amico. Se era in camera si affacciava, ci vedeva e allora scendeva. Se era freddo ci invitava a entrare. Una volta ci ha offerto della cioccolata e abbiamo ascoltato qualche canzone dal suo vecchio giradischi. Aveva gli occhi neri, una brutta grafia e il suo segno zodiacale era il cancro: questo basta per dire quanto gli volevo bene.

Quella stessa amica, che non vedevo da anni, è venuta a trovarmi il giorno di Pasqua. Abita all'estero e ha imparato un'altra lingua perfettamente, è diventata quello che sognava. A Pasqua ero a casa dei miei genitori per il pranzo e lei è venuta lì. Era ancora più magra e più bella, più elegante, i capelli raccolti e gli occhi azzurri, il vestito nero. Parlava di un fidanzato ma senza parlarne davvero, poneva domande, una sull'altra, troppe per poter ascoltare le risposte. Mio fratello maggiore la guardava interessato, i miei genitori le offrivano caffè e biscotti in continuazione. Sembravano tutti contenti, addirittura nostalgici. Tutti tranne me. Ero lì, nella poltrona di mio padre, incinta di tre mesi. La pancia si vedeva appena, ma io la sentivo, era una mongolfiera in potenza. Solo che non volevo parlare della nausea che mi dava la sua sigaretta o delle caviglie gonfie o di quanto misurava il bambino (ancora non sapevo se fosse maschio o femmina ma lo chiamavo bambino perché la nostra lingua è maschilista). E non avevo neanche un uomo di cui parlare, perché Luca mi aveva lasciato prima che scoprissi della gravidanza, e ancora pensavo a come dirglielo ma in tre mesi non ci ero riuscita. Gli avevo confessato, una sera, che mi ero invaghita di un tizio, uno che non conosceva. Non so perché glielo dissi, o forse sì, ecco: glielo dissi perché avevo bisogno di dirlo a qualcuno, perché avevo un uccellino nella testa che suggeriva parole troppo amorose, ripetutamente le stesse parole e le stesse immagini, la voce di lui il suo nome per intero (perché sempre così l'avevo chiamato, per nomecognome tutto attaccato), un complimento i suoi capelli i suoi occhiali. Non controllavo i miei pensieri, era quasi un'ossessione, la sua voce mi aveva stregato, le sue parole, ma era qualcosa in me e non nella sua voce o nelle sue parole. Avevo bisogno di raccontarlo a qualcuno, come se in questo modo potessi liberarmene. Ma Luca mi disse che avrei fatto meglio a confidarmi con qualcun altro.

La mia amica sembrava felice, un po' meno inquieta di come avevo imparato a conoscerla, i lineamenti del viso più distesi e la pelle più viva, gli occhi azzurri e il rossetto dello stesso rosso di sempre (non riesco a pensarla senza rossetto). Io ero, se possibile, ancora più goffa di quando a quindici anni non mi entravano i suoi jeans. Luca non mi mancava, ma mi dispiaceva molto immaginarlo arrabbiato e deluso. Io gli avevo chiesto per favore di ascoltarmi come se fossi un'amica che aveva un problema, invece. Così ora siamo in due ad avere due problemi e siamo lontani e quasi ci odiamo. Il mio, di problema, continuo ad averlo, perché il mio collega non diventerà muto da un giorno all'altro e io la sua voce incantata continuo a sentirla e continuo ad abbracciarlo in sogno, la mia testa rincorre nomecognome e ha dimenticato tutto il resto, tranne il bambino. La sento sempre la sua voce, lui lavora nell'ufficio accanto al mio. Mentre ci facevamo gli auguri per Pasqua gli dissi che aveva una mammina da disincantesimare (che sarei io), ma mi ha guardato come se stessi poco bene, poi si è messo a parlarmi di anatre all'arancia al che mi è venuta la nausea.

Stavano tutti lì, la mia amica e i miei, arrancavano in quella loro conversazione, ma io non li ascoltavo più. A un certo punto guardai fuori, attraverso le tende nuove di mia madre, e mi sembrò di vedere del nevischio. Dissi sta nevicando, ma nessuno ci fece caso. Del resto non era una sorpresa, da due giorni prevedevano neve tutte le stazioni meteo. Sfilai le scarpe e allungai le gambe, affondando ancora un poco nella poltrona. Cercavo un posticino per chiudermici dentro, nel silenzio della neve. A volte pensavo che forse sono tutti gli altri a essere sbagliati, non io. Ma davanti alla mia amica del cuore mi sentivo di nuovo come allora. Mi sono sempre sentita così, davanti a lei, inadeguata e stonata. Ed eccomi qua, la stessa, come un riccio tra tante farfalle: non sono gli altri a essere sbagliati, come può una persona così bella, con questi occhi azzurri, essere sbagliata.

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