• Reader for Blind

Blu profondo



Riemerge dall’acqua con tutta la vita che si era portata appresso.

C’è silenzio ora tutto intorno, e pace, e nient’altro. Qui dove il cielo è di un blu così profondo che sembra custodire segreti inaccessibili. Le nuvole gravide di pioggia sono distanti.

Rabbrividisce nei vestiti incollati addosso, chiude gli occhi al giorno e piega la testa all’indietro. Annusa l’aria: odore di acqua dolce ed erba bagnata, di fiori e polline. Profumo di carne alla brace da uno dei ristoranti. Sensazioni ritrovate.

È tutto così perfetto, adesso. Adesso che il battito si va regolarizzando e il respiro si fa meno pesante. Adesso che la vita, così immobile, pesa meno.

Se lo sentiva che c’era qualcosa di sbagliato: lo aveva sentito sin dall’inizio, sin da quel primo senso di rigurgito, ormai quasi due anni prima. Lo sapeva che il corpo non mente. Il corpo non mente mai, e allora perché si era convinta a contraddirsi, a contraddire sé stessa e le proprie sensazioni?

Forse perché con lui tutte le imperfezioni erano sempre diventate parte di qualcosa di più grande. E quella loro vita avrebbe avuto un senso nuovo e radioso, accogliente. Tutte le notti insonni, e gli incubi e le urla improvvise, lui le metteva a tacere con un abbraccio. Amore, le diceva, vedrai che passerà. Tesoro, le diceva, sono qui. Siamo insieme, lo saremo sempre.

Sarà bellissimo, vedrai. Così le diceva, e allora quelle notti cedevano il passo alle giornate lunghe, ai pomeriggi all’Ikea a scegliere mobili e colori nuovi per le pareti, ai nomi sfogliati perché fossero pregni di significato.

Aveva passato anni di vuoto, e ora era arrivato il tempo dell’amore anche per lei.

Ma diamine, com’è tutto così perfetto, adesso. L’acqua è tornata liscia e infrangibile, e in quel blu profondo del lago i suoi occhi assumono forme diverse, angolazioni e curve che aveva quasi scordato. Piange, e si ritrova a chiedersi perché sta ridendo. Forse di tutta quella bellezza che riempie l’animo e straborda al punto che sembra tutto stia per esplodere in un’euforia feroce.

«Shhh», dice scuotendosi appena. «Shhh», ripete, residuo di un’abitudine che andrà a morire presto.

Alza lo sguardo verso il baretto poco distante. Un aquilone giallo taglia il cielo; all’altro capo del filo un bambino corre, inciampa, ride e si rialza. I genitori lo osservano attenti mentre parlano con un’altra coppia armata di passeggino. Il cane riporta la palla all’uomo, che si china senza interrompersi e la lancia lontano. Il cane scatta verso sinistra, raccatta la palla, poi la lascia e prende a inseguire il bambino.

Forse sarebbe andata così. Una domenica qualunque a Castel Gandolfo, un marito, un figlio, una coppia di amici. Non era desiderare troppo, ma tutto è troppo per chi non sa più parlare.

Quei giorni vuoti di ogni sentimento, eppure così pieni di urla e pianti e vetri che tremano e sguardi fissi lontani nel blu profondo della sera che avanza come un tumore metastatico. Notti che diventano giorni, colazioni che si allungano in pranzi e cene e sigarette lasciate a morire sul tavolo. Le urla che continuano tutto il giorno, tutta la notte, tutta la notte. Il telefono che squilla e ogni volta un colpo al cuore, ma alla fine non è mai lui. È sempre qualcun altro: suo padre, suo fratello, altra gente che vuole solo sapere se è tutto ok, se stanno bene. Ma è un interesse temporaneo, resta in vita il tempo di rispondere che sì, ma certo che è tutto ok.

Giulia, chiedono, tutto bene a casa? Tutto ok.

Sii forte, aggiungono a volte. Come sta Michele?

Mangia, dorme. Piange spesso, sì. Ma sta bene, ci penso io a lui. Chi altro ci dovrebbe pensare?

Sono stati giorni difficili, ma adesso è tutto passato. Adesso che si è immersa nel blu profondo e ne è riemersa. Dopo tutto è sempre quella vecchia storia del toccare il fondo del barile, anche se a volte non basta e bisogna farci un buco e scavare ancora con le mani dentro la terra umida e scendere giù ancora fino a venirne seppelliti, e allora sì che quando si torna in superficie si hanno le idee più chiare; soltanto allora si capisce che la vita cambia e si trasforma e assume forme e colori sempre diversi e imprevedibili.

A volte quella vita si agita ed è terribile doverle dire che no, le cose non funzionano così; che bisogna stare calmi perché tutto passa, tutto si supera. Anche gli abbandoni e la solitudine. Che quello che si può fare in due lo si può fare anche da sole, perché viviamo in un’epoca in cui una donna sola può portare avanti tutto e farsi carico delle tragedie umane. E allora eccola, eccola la bellezza della contemporaneità, di quest’era post moderna così ricca di possibilità! Siamo donne fiere e libere e indipendenti e possiamo dire sì alla vita: lo fanno le donne pelate del reparto di oncologia, lo fanno quelle annientate di ginecologia. Lo può fare anche lei, oh sì che può, certo che può. Lei che in sé ha la forza di suo padre. Certo che può.

Adesso l’ha capito: quei sogni ricorrenti non sono mai stati una condanna infernale, bensì una prova divina. Un vicolo lunghissimo, interminabile, e palazzi altissimi senza finestre, e in alto il cielo nerissimo e mai una luce a illuminare quel mondo orribile. Solo ambulanze e sirene della polizia, se le sognava tutte le notti, sia in reparto che a casa. Correvano in qualche strada laterale che lei non riusciva a vedere ma erano comunque assordanti, le martellavano in testa come i colpi di quel tizio che in corsia sbatteva la testa al muro perché voleva crepare prima di diventare un ammasso di carne immobile. A volte sognava anche lui e i suoi occhi rossi scavati, e a quel punto saltava nel letto enorme e vuoto, nel mondo reale dove non c’erano più ambulanze ma solo l’ennesimo pianto.

Le tre di notte, sempre a quell’ora, sempre a quella stessa stramaledettissima ora. Cercava conforto in Pluto, convinta che l’ombra nera ai piedi del letto fosse il suo cane. Ma era morto. E allora stringeva le lenzuola ancora un po’ prima di portarsi le mani alle orecchie per non sentire quel pianto disperato, e urlava nel buio per ore intere, si strappava i capelli e si ritrovava a singhiozzare finché lo stomaco prendeva a farle male e spasmi e conati la dilaniavano.

A quel punto si lasciava cadere a peso morto sul letto inumidito e restava a fissare il soffitto su cui si riflettevano i giochi d’ombra dei palazzi intorno, così esausta finalmente da riuscire a ignorare persino le urla più disperate. Collassava in un sonno nero e senza sogni per risvegliarsi verso le dieci e compiere il primo dei suoi doveri giornalieri. I dolori non la lasciavano in pace, ma almeno la notte era diventata di nuovo giorno, anche se le colazioni continuavano ad allungarsi in pranzi e cene e i cadaveri delle sigarette si ammucchiavano sul tavolo. Le urla continuavano tutto il giorno, tutta la notte, tutte le notti. Continuamente.

Che fine avevano fatto i colleghi, quelli che l’avevano riempita di congratulazioni qualche anno prima?

Che fine aveva fatto suo marito, l’uomo che aveva promesso di amarla e rispettarla e tutto il resto e poi le aveva messo la fede al dito appena un anno fa?

Eppure se n’era andato.

Qualcuno l’avrebbe chiamato karma: lei aveva abbandonato Daniele – l’aveva cacciato di casa dopo anni di fidanzamento – per Federico, e ora Federico abbandonava lei per qualche puttana più giovane, più bella, più qualcos’altro.

Le aveva promesso amore, ma chi ama non fugge. Non ti spara la vita dentro e le parole addosso per poi mollare tutto.

Daniele non sarebbe mai scappato.

Ma forse fa ancora in tempo a sistemare le cose. Oh, certo che si può. A volte basta ammettere di aver sbagliato e chiedere scusa. A volte, sì, a volte basta poco. La sincerità, ed evitare quei silenzi in grado di fare a pezzi le cose.

I silenzi che fanno a pezzi le cose, sì, gli dirà proprio così. Basta coi silenzi, amore mio. Riprendimi. Riprendimi. Non può essere la fine di tutto, vero? C’è speranza, vero? C’è ancora qualcosa. Il passato ce lo lasciamo dietro – io perdono te per quello che hai fatto e tu perdoni me per quello che ho fatto. Basta con i silenzi, le ripicche, le cose da bambini. Siamo cresciuti, siamo adulti adesso, e ci sono cose più importanti, cose che in due si possono sistemare. Non è vero che sono una donna forte. Nessuno è forte da solo.

Così gli dirà. Andrà a cercarlo, lo troverà e gli dirà così. Queste esatte parole. Non potrà dirle di no, stavolta nessuno la lascerà sola con il suo fardello.

Sente le guance tirarsi, la bocca aprirsi, il vento colpirle i denti. Ride, cullando quella vita fra le sue braccia. Ride, osservando in lontananza delle nuvole bianchissime sopra le colline.

«Shhh», sussurra. «È tutto ok, fra poco andiamo a casa. Ci sta aspettando. Ci sta aspettando. Torneremo a casa e gli chiederemo perdono, poi tutto sarà diverso. Una famiglia, solo noi tre.»

Federico non merita niente, pensa. L’uomo per lei era Daniele. È sempre stato Daniele. Adesso che è riemersa dal lungo incubo, ne è certa.

Si alza, sistema il vestito ancora umido sul ventre, gode di un ultimo raggio di sole prima che venga coperto da una nuvola passeggera.

Un capannello di gente la osserva dalla strada. Qualcuno si porta la mano alla bocca, qualcun altro confabula. Una madre copre gli occhi della figlia che la stava indicando. Indicava lei, proprio lei.

C’è un poliziotto che si sta avvicinando. Tiene il cappello in mano e lancia un’occhiata alla collega alla sua sinistra, una ragazza giovane con troppo trucco sulle guance. Le chiede qualcosa.

«Come ha detto, agente?»

L’uomo sospira. Ha la barba rasata male, un ciuffo nero spunta sul collo.

«Come si chiama, signora?»

«Giulia», risponde con un sorriso largo e sincero. «Giulia Minetti. Posso aiutarla?»

«Dove stava andando?»

«A casa. Devo chiamare il mio amore e dirgli che lo amo. Che ho sbagliato e che voglio tornare con lui. Non è una cosa bellissima?»

«Certo, è una cosa stupenda. Quello… è suo figlio?»

«Sì, lui è Michele. Non è bellissimo?»

«Dov’è suo marito?», domanda la donna.

«Mio marito… lui se n’è andato. Ma non importa. Non importa, ora che io e Daniele torneremo insieme tutto si sistemerà. Lui non ci abbandonerà.»

«Signora Minetti, perché non me lo lascia tenere un po’?»

«È bellissimo, vero?»

«Una creatura meravigliosa. Lo dia a me per favore. Solo per un po’.»

«Perché? È mio, io lo amo. Perché dovrei darlo a voi?»

«Signora Minetti, la prego: mi dia il bambino e venga con noi. Non vogliamo farle del male. Vogliamo aiutarla.»

«No! No, non avete…»

«Vogliamo solo aiutarvi, Giulia. Lei e il bambino. Comincia a far freddo qui. Venga.»

«No! È mio! È mio e non lo darò a nessuno! Ci hanno abbandonati, quel porco ci ha abbandonati! Lo farete anche voi, lo so. Lo so. Non lo darò a nessuno, a nessuno.»

Le parole della poliziotta sono cenere nelle sue orecchie, ormai. La sirena blu e rossa di un’ambulanza si ferma vicino al gruppo di persone: un suono acuto che strappa le pareti dell’incubo e invade la realtà. Due infermieri ne scendono, Giulia riconosce subito i kit di rianimazione.

Mentre i due poliziotti si avvicinano ancora e le tendono le braccia, Giulia abbassa lo sguardo sul bambino che tiene fra le braccia.

Su quelle labbra e su quegli occhi, di un blu profondo come l’abisso senza vita dei fondali.

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