• Reader for Blind

Intervista a Giorgia Antonelli



Direttore editoriale di LiberAria, insegnante, ma soprattutto lettrice, Giorgia Antonelli - che ha gentilmente risposto alle nostre domande - ci parla della produzione editoriale, della sua professione e dei progetti futuri di LiberAria Editrice.

Innanzitutto, volevo ringraziarti per la disponibilità che hai concesso a Reader for Blind nel farti intervistare. Noi siamo una piccola rivista che cerca di muoversi nel vasto mondo dell’editoria, partendo dalle realtà come LiberAria, casa editrice indipendente. Parliamo di libri, di lettori, del leggere.

Grazie a voi, siete una piccola rivista che fa un ottimo lavoro, diffondendo e supportando il racconto, una forma letteraria che amo molto; quindi grazie del vostro impegno e della vostra passione, e grazie anche per l’attenzione che dedicate a realtà come LiberAria, una piccola casa editrice che, come voi, cerca di muoversi nel vasto mondo dell’editoria.

Prima di essere un’editrice sei una lettrice. Come si concilia, secondo te, il fatto che ci sia una ripresa della produzione editoriale con la diminuzione dei lettori? [Secondo i dati Istat aggiornati al 27 dicembre i titoli pubblicati sono aumentati del 3,7% rispetto all’anno precedente. Mentre i lettori sono scesi al 40,5% nel 2016. In pratica poco meno della metà dei lettori italiani dichiara di aver letto più di tre libri nei 12 mesi precedenti l’intervista (e sono i così detti «lettori deboli»), mentre 14 su cento, una sparuta minoranza, sono «lettori forti», cioè hanno letto almeno 12 titoli nell’ultimo anno.]

Ci sono due forme di sconforto masochistico a cui non riesco a rinunciare: leggere i titoli delle classifiche dei libri più venduti sulle riviste domenicali, e il rapporto annuale dell’Istat sulla lettura.

Partiamo dal punto che i dati statistici vanno interpretati e contestualizzati, e mai presi “puri”. Scopriremmo magari che il campione preso potrebbe non essere così rappresentativo del paese, che il dato non è così diverso da quello dello scorso anno, o che i libri pubblicati di cui si parla sono i più diversi per generi e produzione. Va capito cosa si pubblica, la qualità dei libri proposti, dato che nel calderone dei libri rientra qualsiasi parallelepipedo munito di un ISBN. Tuttavia, al netto di questa considerazione, che il mercato editoriale sia in crescita lo trovo, a prescindere, un dato positivo. Si tratta pur sempre di un mercato e, come tale, aumentare l’offerta potrebbe per assurdo immettere sul mercato beni che sviluppano un bisogno indotto. Su un punto però resto ferma: a volte i ritmi di produzione di una casa editrice sono dettati dal mercato, dalla visibilità legata alla grande distribuzione, e si finisce spesso per penalizzare la cura a favore del numero, la qualità contro la quantità. Che i libri prodotti e tradotti siano quindi non necessariamente di più ma più belli, più interessanti e più curati, in modo da poterli promuovere più a lungo, farli conoscere, e non schiacciarli nel tritacarne del reso e della novità, una velocità di produzione che non ha nulla a che vedere con il tempo della lettura, e delle storie. Probabilmente è proprio a questa cura che fa riferimento la ripresa del mercato editoriale, in particolare di quello indipendente: meno proposte e di maggior qualità, evidentemente i lettori lo comprendono e lo apprezzano.

Oltre ad essere il direttore editoriale di LiberAria, sei un’insegnante. Il Ministero dell’Istruzione ha proposto una nuova riforma che vuole togliere il tema letterario. Riallacciandomi al discorso sui lettori, è necessario educare non solo a leggere ma anche a scrivere, in questa Italia troppo impegnata con i social?

Quando ho letto della proposta ministeriale, avanzata dal gruppo di lavoro di Serianni, di togliere il tema letterario alle medie (per quanto quel tema possa intendersi come letterario stricto sensu), non ho potuto fare a meno di commentare la notizia su Facebook, cosa che ha inevitabilmente sollevato un po’ di polemica di ritorno. Premetto che stimo molto il lavoro del Professor Serianni, ma questa proposta mi ha lasciato perplessa. Per molti motivi. In primo luogo, la scrittura creativa è prassi consolidata nelle scuole, sia da parte dei docenti nelle ore didattiche, che attraverso PON e laboratori pomeridiani. Tuttavia scrivere un racconto è una cosa seria, e complicatissima, che i docenti per primi dovrebbero essere in grado di fare, cosa non scontata anche se si insegna lettere. Il tema letterario, inoltre, affina la capacità di imparare a leggere bene un testo, analizzandolo, sviscerandolo e rivelandone le strutture narrative, lo stile e le allegorie. Non è affatto vero che il tema letterario «sforna solo critici e sparuti gruppi di giornalisti» (cito a memoria), perché credo fortemente all’educazione umanistica come potenziamento delle capacità cognitive ad ampio spettro. Saper leggere un testo, saperlo analizzare, vuol dire avere le chiavi per comprendere il mondo. Rinunciare a un’analisi profonda del testo letterario vuol dire impoverire le conoscenze e le capacità critiche dei ragazzi favorendo una scrittura creativa che va benissimo ma che, se non ben indirizzata, rischia di portare a componimenti approssimativi e superficiali. In questo senso, saper leggere è il prerequisito essenziale per poter scrivere. Se non è detto infatti che chi legge molto scriva bene, è vero anche che chi scrive bene sicuramente legge bene, e la scuola non può rinunciare alla sua idea costitutiva di dare a tutti l’opportunità di imparare a leggere e scrivere nel senso più profondo del termine. La modernità è sacrosanta, ma va applicata a partire dalla testa, dando ai docenti stessi gli strumenti per applicarla, altrimenti rischia di diventare una riforma boomerang, che potrebbe impoverire ancora di più il lessico e le capacità delle prossime generazioni. A parte questo, sono assolutamente convinta che bisogna continuare a lavorare nelle scuole per trasmettere ai ragazzi il piacere legato alla lettura, tutti i giorni in aula ma anche fuori dal normale contesto didattico. Ad esempio, da quando ho scoperto che alcuni dei miei alunni si incuriosiscono se posto la foto di un libro che sto leggendo, condivido molti più libri sui miei profili social. Una cosa semplice ma efficace. Adesso vorrei coinvolgerli in un piccolo progetto, legato alla condivisione dei libri in rete, ma finora è solo un’idea, vedremo se andrà in porto. Per il resto, per fortuna, esistono docenti appassionati che non solo invitano alla lettura i propri studenti, ma organizzano per loro vere e proprie iniziative legate alla lettura, consentendogli di ampliare i propri orizzonti: penso all’iniziativa “Taranto due mari di libri”, che dopo due anni di rodaggio nei licei di Taranto, quest’anno diventa un piccolo festival con fiera dell’editoria. Tre giorni nel bellissimo castello sforzesco di Taranto che si apriranno con un omaggio ad Alessandro Leogrande e culmineranno con la presenza di Bïorn Larsson. Sarà una bellissima opportunità per la città, per i ragazzi, e non ultimo per la Puglia stessa, che molto raramente ha la possibilità di incontrare i grandi scrittori della letteratura internazionale.

Sul vostro sito ho letto: «LiberAria Editrice pubblica libri che desidera leggere, citando l’affermazione di Gustave Flaubert per la quale “Scrivere è un modo di vivere”». Questo si può applicare tutti i giorni, nonostante il detto “La cultura in Italia non paga e non dà nemmeno da mangiare”?

Non ho mai saputo concepire la vita senza la lettura e la scrittura, leggo da quando ho memoria, è uno dei primi ricordi che ho. Per questo motivo la lettura come modo di vivere è l’unica definizione che sarei capace di dare al modo in cui conduco la mia, di vita, e che mi ha portato a scartare percorsi di vita più facili e remunerativi per amore della letteratura. Che con l’editoria non ci si arricchisca è vero, soprattutto oggi, ma è anche vero che ho sempre pensato che la determinazione sia l’alimento migliore per riuscire a fare ciò che si desidera, nella vita. Alla lunga può persino ripagare.

Come e perché si diventa un editore? In che modo riesci a conciliare il tuo lavoro nella scuola con quello nella casa editrice?

Bella domanda. Perché si è un incosciente? A parte gli scherzi, non so dare una risposta valida per tutti a questa domanda, ma posso darne una valida per me. Sono diventata editore perché non concepivo la mia vita senza libri, non tolleravo l’idea di dover relegare la lettura e la scrittura a un’attività marginale della mia vita. Da piccola sognavo salotti e cenacoli letterari, e ho imparato, attraverso la lettura e l’esperienza, a fidarmi del mio intuito riguardo la letteratura. Così, quando ne ho avuto la possibilità, non ho esitato a dedicarmi a quelli che Calvino chiamava “i libri degli altri”, cosa che mi è sembrata una naturale prosecuzione della mia vita da lettore: una storia che porta a un’altra storia che porta a un’altra storia, un catalogo editoriale somiglia molto alla narrazione infinita di Sherazade. Questo impegno è coinciso con l’ottenimento del ruolo a scuola, e dire che riesco a conciliare i due ambiti è una presunzione che non mi sento di avere. A giugno scorso, dopo aver lavorato a 100 km da casa tutti i giorni su due scuole, alla fine dell’anno scolastico sono svenuta durante un concerto, non mi era mai capitato ed è stato come sentir risuonare un campanello d’allarme. Non sono Wonder Woman (anche se negli anni ’80 l’avrei desiderato), e fare troppo vuol dire fare male, essere sempre in ritardo, imprecisi, congestionati. Fare male le cose non mi piace, non è nella mia indole. Per questo da quest’anno sono a part time, in modo da potermi dedicare meglio a entrambi i lavori. La scommessa è riuscirci.

Oggi si sente spesso parlare di editor e dei mestieri legati all’editoria e delle nuove professioni per gli amanti della lettura come l’influencer, i book blogger o addirittura il biblioterapista e l’annusatore di libri! Parlaci un po’ di come si svolge la tua giornata tipica da editore, di cosa ti occupi in concreto?

Il bello di questo mestiere è che non esiste una giornata tipica. Certo, ci si reca in redazione e si svolge il lavoro di routine, ma il mio ruolo di direttore editoriale consente un ampio margine di mobilità, anche fisica, permettendomi di viaggiare molto e incontrare sempre persone diverse, ed è forse uno degli aspetti che amo di più, considerato che caratterialmente sono una persona sempre in cerca di nuovi stimoli. Come editore valuto i testi da pubblicare, seguo quelli in corso di pubblicazione, coordino e monitoro il lavoro della redazione, incontro gli agenti, contatto le librerie, mi interfaccio con gli scrittori, correggo bozze e a volte faccio anche gli editing (ma non come abitudine). Questa è la parte più divertente. Poi c’è l’altra, quella fatta di bilanci, banche, commercialista, conti da far quadrare e budget da trovare e investire, forse l’aspetto tecnico è più faticoso, ma necessario per poter godere a pieno della parte creativa di questo lavoro.

Che rapporto si crea tra un editor e un autore? Come influenza il suo lavoro sul testo?

Credo fortemente che ogni testo abbia bisogno di un editor, e su questa figura vanno smontati molti pregiudizi. Spesso si tende a considerare l’editor come un ghost writer, uno che taglia, riscrive, aggiunge e snatura romanzi all’insaputa dell’autore in nome di una non ben precisata idea di commerciabilità. Non so se ci siano case editrici dove avviene questo, ma sicuramente non è quello che accade a LiberAria. Per come lo concepiamo qui, un editor è lo sguardo esterno necessario al perfezionamento di un romanzo da parte del suo autore. È colui che instaura con lo scrittore un rapporto intimo, quasi psicologico, a volte anche conflittuale, e lo aiuta a tirare fuori i punti di forza della propria scrittura e ad abbandonare le idee imprecise e gli elementi che non hanno attinenza con la storia, senza snaturarla. Un bravo editor non lascia traccia visibile del suo passaggio, ma si fonde con l’autore e con la narrazione, mettendone in risalto le potenzialità.

Cosa consigli a un esordiente prima di inviare un manoscritto a una casa editrice? Qual è il modo migliore per proporre il proprio lavoro?

Innanzitutto, prima di inviare un manoscritto, bisogna dedicarsi allo studio della casa editrice a cui lo si sta proponendo. Passare un po’ di tempo in rete a studiare le linee editoriali è sempre una buona idea. Noi ad esempio non facciamo fantasy, per cui un autore che ce ne manda uno ha perso il proprio tempo. O è perfettamente inutile mandare un romanzo italiano a chi fa solo libri in traduzione, ad esempio. Regole semplici ma che spesso chi scrive tende a non considerare.

Se non si ha un agente (cosa che consiglio fortemente), una volta individuata la casa editrice che si ritiene adatta, bisogna seguire le regole di invio dei manoscritti (è inutile mandare un manoscritto il 15 di agosto, se c’è scritto sul sito che a giugno si chiudono gli invii), e consegnare un lavoro serio e ben organizzato: una breve biografia, una sinossi ben scritta, e il manoscritto in allegato. Inutile inviare copertine, quelle sono a discrezione dell’editore, o mandare una descrizione generica del proprio romanzo senza allegare il manoscritto, chiedendo se c’è interesse: non è possibile valutare un testo solo da una vaga presentazione. Non autoesaltarsi: se si hanno giudizi positivi da esponenti del mondo letterario che hanno già preso visione del testo va bene, ma inviare il proprio romanzo definendolo da soli “il più grande romanzo del ventunesimo secolo” potrebbe essere un autogol; meglio lasciare che sia il redattore, o l’editor, a decidere se è così dopo la lettura.

Se possibile, inviare i propri lavori alle riviste letterarie, o ai concorsi per inediti come il Calvino è sempre una buona idea: consentono di farsi conoscere, di ottenere un giudizio tecnico e di arrivare alla pubblicazione con le spalle più forti.

Nella vostra collana Penne avete proposto Stelle Ossee di Orazio Labbate e Il grande regno dell’emergenza di Alessandro Raveggi, che noi di Reader for Blind siamo stati molto fieri di leggere e recensire. Che rapporto c’è tra la letteratura breve – in questo caso parliamo di racconti – e l’editoria? È vero che “i racconti non vendono”?

“I racconti non vendono” è uno dei più perniciosi luoghi comuni del mondo editoriale, che per fortuna la storia dell’editoria è in grado di smentire. Nel 2018 daremo alle stampe altre due raccolte di racconti: Comportati da uomo di Giovanni Battista Menzani e i racconti di Marco Montanaro, segno che crediamo nel racconto e ci investiamo. Alcune raccolte di racconti hanno vinto lo Strega e il Nobel, e vengono letti e comprati esattamente come i romanzi. Certo, la lettura di una raccolta di racconti è un fatto complesso, che richiede al lettore (e allo scrittore) la capacità di entrare e di uscire dalla narrazione nel tempo di poche pagine, ma è un limite apparente, è la caratteristica peculiare della forma breve, e anche la sua forza. Quello che di difficile c’è, commercialmente parlando, in una raccolta di racconti, è solo la comunicabilità del testo. Se in un romanzo la quarta di copertina e le bandelle possono fare riferimento (ma anche qui, con le dovute eccezioni) a una trama, nei racconti bisogna spesso individuare una sensazione, una tematica ricorrente, un’idea di fondo sottesa alla raccolta, che leghi i racconti tra loro e li renda più facilmente comunicabili ai lettori. Non ho mai fatto distinzioni tra generi narrativi da lettore, la buona letteratura è solo buona letteratura, in qualsiasi forma venga scritta.

Quali sono i progetti futuri di LiberAria dopo il blog L'ora d’Aria e i corsi di scrittura?

Nuovi progetti sono sempre in cantiere: sicuramente rinforzare e ampliare l’offerta formativa dei laboratori, che vorrei rendere una costante della redazione; poi ovviamente c’è il desiderio di continuare a promuovere e a diffondere la lettura: a settembre partirà il secondo ciclo di Ritratti di Signore, di cui ora stiamo portando in giro la prima edizione, il format di incontri letterari che curo con Alessandra Minervini, mentre a maggio (3/4/5) saremo coinvolti nell’edizione zero di “Taranto due mari di libri”. Porteremo due incontri a cui tengo molto: quello di apertura, il 3 maggio, con Elena Stancanelli e Nadia Terranova, un omaggio ad Alessandro Leogrande che sarà occasione per ricordare il suo immenso lavoro e raccontare il progetto La frontiera che continua a promuoverlo, e un incontro con Björn Larsson il 5 maggio, grazie alla collaborazione di Iperborea. Uno dei miei obiettivi a lungo termine è cambiare la percezione e la fruizione della letteratura al sud, perché credo che leggere sia un atto politico, e la politica si fa sporcandosi le mani. Piangere sui dati Istat analizzati non ha molto senso, ha senso invece rimboccarsi le maniche e provare a cambiare le cose. Al sud si legge poco? Bene, colgo l’occasione per lanciare un appello e invito i miei colleghi editori a iniziare a portare qui i grandissimi autori italiani e stranieri che fanno parte dei loro cataloghi, a iniziare a contemplare il sud Italia come un bacino d’utenza di nuovi lettori, a inserire una tappa al sud all’interno dei loro tour di presentazione. Il meridione è spesso dimenticato dalla filiera editoriale, gli eventi si concentrano da Roma in su, con la sola eccezione di Palermo, e questo non fa che impoverire e peggiorare una situazione che già di partenza è più difficile che altrove. Io sono convinta che qui, una delle regioni dove si legge meno d’Italia, ci sia interesse e mercato per questo tipo di incontri. Le risposte avute con il nostro lavoro quotidiano parlano chiaro. La mia scommessa è questa: promuovere la lettura e la letteratura al sud. Cercare, nel mio piccolo, di cambiare le cose, far innamorare dei libri più gente possibile.

Per ultimo: tempo fa abbiamo lanciato su Twitter una campagna (tramite hashtag) dal titolo #adottaunracconto. Quali sono i tre racconti, o più, che adotteresti o che consiglieresti di adottare?

Ho seguito con molto interesse la vostra iniziativa #adottaunracconto, mi è piaciuta molto ed è servita a far circolare tanta buona letteratura. Amo e leggo i racconti da sempre, e, come si diceva qualche domanda più in su, non concepisco la distinzione tra un genere letterario e l’altro quando si tratta di buona letteratura, né da lettore né da editore.

Se scegliere tre racconti è quindi un’impresa particolarmente difficile per me, ci sono moltissimi racconti e autori che potrei inserire in questa short list (da Buzzati a Ortese, passando da Quiroga a Carver, Munro, Proust, Cortázar, Woolf, Wallace eccetera), per cui ho scelto tre dei racconti che ho amato molto da ragazzina, e che quindi sento miei da un punto di vista emotivo, perché hanno contribuito alla mia formazione di lettrice. Nella mia terna adolescente, dunque, il primo racconto è Ritratto di un amico, di Natalia Ginzburg, un ritratto di Cesare Pavese contenuto nella raccolta Le piccole virtù; un’autrice che amo, che racconta un autore che amo, e che te lo fa materializzare davanti, quest’uomo con le sue nevrosi e le sue debolezze, con la sua dura umanità, che è stato, nel suo straniamento, un tutt’uno con Torino fino a togliersi lì la vita.

Il secondo è La casa di Asterione di Jorge Louis Borges, per l’erudizione che incanta e perché rileggerlo è ogni volta un’esperienza inesauribile, non smette di aprire varchi su altri mondi. E perché Borges è Borges, una pietra miliare per me, nell’olimpo degli scrittori, e l’Aleph è la raccolta che me l’ha fatto incontrare.

Il terzo è Prima che tu dica pronto di Italo Calvino, per il modo, ancora attualissimo, in cui ha saputo indagare i rapporti umani nella contemporaneità e perché qui la sua ironia esplode in ogni singola parola, insieme alla capacità unica di usare il linguaggio: ho sempre avuto l’impressione che Calvino provasse un piacere fisico nella scrittura, lo divertisse, e rileggerlo restituisce il gusto puro della lettura.

#GiorgiaAntonelli #LiberAria #LauraSgamma #direttoreeditoriale #editoria #intornoallibro #shortstories #stories #raccontionline #adottaunracconto

179 visualizzazioni