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Verso l'Isola



Diradata la fitta coltre di nebbia vidi apparire, a poco a poco, la piccola imbarcazione sopra la quale mi trovavo. Non mi era chiaro che parte del giorno fosse, dacché il cielo era minacciosamente fosco, solo a tratti azzurro, e non pareva mutare mai la sua tavolozza, come se il tempo in cui mi muovevo fosse sospeso a un’ora imprecisata del dì. La mia mente, confusa, cercava invano di rimettere insieme i pezzi del mio io. Sapevo dove mi trovavo, una distesa di acqua senza fine dove l’Isola era l’unica destinazione possibile, e avevo la netta sensazione di aver condotto quell’imbarcazione un’infinità di altre volte. Allo stesso tempo, però, mi percepivo estraneo al mio stesso corpo, a quelle braccia rigide e a quelle mani callose che remavano instancabili su quella distesa immobile e silente. Dinnanzi a me una misteriosa figura, tutta di bianco ammantata, volgeva a me le spalle e all’isola il volto incappucciato. Ai piedi di lei giaceva di traverso presso la prua dell’imbarcazione un bianco feretro, l’ultimo giaciglio del suo riposo eterno.

Immerso in quell’innaturale atmosfera allungai lo sguardo verso l’orizzonte e trovai, come sospeso sull’acqua, il profilo roccioso dell’Isola, con i suoi oscuri cipressi e i tetri loculi che la costellavano. Dalla distanza alla quale mi trovavo, l'Isola appariva come un mostro millenario e – con i suoi arti rocciosi raccolti davanti a sé – pareva trepidare all'idea di accogliere una nuova anima attraverso la cateratta che li separava.

Sebbene quel tetro panorama mi fosse familiare in un modo che non so spiegare, non potei fare a meno di trasalire quando da alcuni di quei loculi scavati nella roccia mi parve di scorgere, fuggevoli, delle pallide figure umane.

Istintivamente distolsi lo sguardo dall’Isola e serrai gli occhi, cercando di ricacciare indietro l’incalzante senso di inquietudine che si alimentava del mio senso di smarrimento e confusione. Cosa ci facevo lì? Ero quasi certo di non appartenere a quel posto, a quella spettrale e annichilita dimensione della realtà, eppure per qualche ignota ragione mi era vagamente familiare.

Passarono pochi istanti da quel pensiero, quando uno più ovvio mi balenò nella mente: tutti quei nuovi dettagli dell’Isola, le misteriose figure umane che avevo intravisto… l’Isola si era fatta più vicina! Una nuova sensazione soffocò per la prima volta lo stato di inquietudine che mi aveva dominato: era una strana sensazione di disagio e di impellenza, del tutto simile a quella che avevo avuto quando… nulla! Di nuovo, un ricordo sembrò palesarsi, talmente concreto che per un attimo ebbi l’impressione di poterlo afferrare con la mente, ma prima che potessi farlo si dissolse nel nulla. Frustrato, mi feci sfuggire un borbottio soffocato che dovette risuonare come un ringhio, dal momento che la pietosa anima che accompagnavo era trasalita e, pur rimanendo rivolta verso l’isola, aveva di poco voltato le spalle e il capo verso di me. Per la prima volta, da quando mi trovavo su quell’imbarcazione, fui in grado di vedere parte dei lineamenti del suo viso, i lunghi capelli neri e gli occhi parimenti scuri; per la prima volta provai un moto al petto come se una vampa mi avesse dato nuova vita. Lei dovette aver notato il mio imbarazzo poiché un attimo dopo la vidi sorridere e voltarsi di nuovo verso l’Isola, per mia buona pace.

L’Isola intanto si era fatta un poco più vicina, ma adesso sapevo il perché della mia impellenza: quella giovane donna poteva aiutarmi, sebbene questo pensiero mi sembrasse oltremodo egoistico considerando la sua condizione. Lottai disperatamente con tutta la mia volontà contro l’innaturale rigidità del corpo del traghettatore, che sembrava restìo a qualunque azione che non fosse il remare, ma alla fine la spuntai e mi rivolsi a lei, pronunciando le parole a denti stretti e con una voce così cavernosa che quasi mi fece pentire del gesto:

«Vi… vi chiedo perdono. Ogni fibra del mio corpo mi ammonisce che non è il mio posto disturbare il vostro ultimo viaggio, ma il mio animo al suo posto non vuol stare. Vi prego di dirmi allora, se non è una pena troppo grave, chi siete e a quale sorte dovete il triste fardello di quel feretro?»

La donna rimase un momento in silenzio, a capo chino, come in preghiera.

Che stupido!, pensai tra me e me. Non pago di averla privata dell’unico privilegio della sua condizione, quello della quiete, le ferisco il cuore col ricordo più atroce, il momento in cui si arrese!

Feci appena in tempo a terminare il mio rimprovero che la sua voce mi raggiunse, sorprendentemente limpida e solo velatamente malinconica:

«Dunque vi siete deciso a dar voce ai vostri tormenti. Per mia sfortuna, ricordo bene chi sono e perché mi trovo qui, e delle mie vicissitudini vi farò complice. Voi sembrate sapere esattamente dove vi trovate, eppure siete smarrito; forse mi è ancora possibile aiutarvi ma più di ogni altra cosa vorrei che non vi dimenticaste di me nel mondo oltre questo dove un giorno tornerete.»

Si interruppe un momento e, pur trovandomi alle sue spalle, mi era chiaro che stava raccogliendo tutte le sue forze, come se stesse per levarsi di dosso il peso del mondo. Infine, sospirò e riprese:

«Nel mondo in cui vivevo non era cosa ovvia parlare apertamente dei propri demoni. Non raramente alcuni di questi tormenti venivano etichettati dalla gente come inaccettabile debolezza o pigrizia, piuttosto che venir riconosciuti come problemi patologici. Molte persone, allora, decidevano di occultarle al meglio delle loro possibilità, confidenti che prima o poi non ne sarebbero state più schiave e che la persona che amavano, all’oscuro dei loro problemi, sarebbe rimasta al loro fianco per sempre. L’uomo che ho amato era una di queste persone, eppure, per un periodo bellissimo, io e lui siamo stati veramente felici e innamorati.

Ci conoscemmo per caso durante una gita fuori porta, una discesa fluviale con un gruppo di perfetti sconosciuti. Lui era un disastro! Alla sua quarta esperienza non riusciva ancora a far uso della pagaia correttamente, agitandola euforicamente come se l’acqua fosse un nemico da abbattere e facendo sobbalzare tutti sulle acque agitate del rio, mentre l’istruttore non faceva altro che inveirgli contro, violaceo in volto dalla disperazione!». Rise mentre rievocava il bel ricordo e per qualche istante la sua figura ammantata parve risplendere di una candida luce, e dentro di me sentii come se la mia intera essenza dipendesse da essa.

«Lo conobbi così, irreparabilmente maldestro ed esaltato! Più tardi ci riunimmo a cena con tutto il gruppo, e mentre gli altri – com’è costume in queste occasioni – gareggiavano a far mostra delle proprie piume, lui si divertiva ad arruffare le sue, a farmi ridere a crepapelle della sua bizzarria e a incuriosirmi con il suo lato più in ombra.

Fu lui, con quel suo prendersi poco sul serio, che mi spinse inevitabilmente a chiedergli di vederci ancora, poi un’altra volta ancora e più mi innamoravo di lui, più quel suo lato in ombra mi attraeva, senza che però riuscissi ad afferrarne la vera essenza. Tuttavia, capii sin da subito che lui celava intenzionalmente quel lato di sé, forse perché se ne vergognava, forse perché era meglio così, ed io rispettai la sua volontà per il grande bene che mi dimostrava.»

Mentre la generosa anima mi raccontava del suo periodo più felice, alcune immagini iniziarono ad apparire nella mia mente, scorrendo sempre più numerose come pellicola in un proiettore di un’altra epoca, finché non mi trovai completamente immerso in esse con tutti i miei sensi e non fui nuovamente me stesso in un altro corpo estraneo.

E dagli occhi di quella persona vidi quelli scuri di lei, vicinissimi ai miei, luminosi come la Creazione e radiosi come solo l’amore sa dipingere. Ancora un’immagine, e la vedo sorridere in direzione di lui e solo per lui. Poi, un’immagine alla volta, vidi quegli occhi oscurarsi e qualcosa di nuovo insinuarvisi che prima non v’era: apprensione. Ora la pellicola girava a regime, le istantanee erano divenute frammenti di vita, ricordi completi. Il mio ospite rientrava dal lavoro sempre più tardi, a capo chino, una doccia veloce e una cena silenziosa, poche parole per dirle che tutto andava bene ma cercando attentamente di non incrociare il suo sguardo.

In un nuovo ricordo vedo di nuovo gli occhi di lei, in lacrime, e sembra gridarmi qualcosa ma la sua voce mi arriva confusa e lontana. Ad ogni modo, la sfuriata si interrompe, lei sbarra gli occhi e si porta una mano sul viso e scompare dalla mia vista.

La mia mente, sconvolta, cercava invano di ribellarsi, ero certo di non voler vedere cosa sarebbe accaduto dopo, ma i ricordi si susseguirono inesorabilmente, e io non potei far altro che riviverli attraverso gli occhi di lui.

Poco per volta, il mondo che lo circondava era divenuto un luogo incolore e sempre più spettrale, dove le voci erano degli echi indistinguibili e dove non ricordava più cosa si provasse ad essere felici, divertiti, innamorati o anche solo tristi o arrabbiati. Lei era sempre lì, con il volto scavato e quasi invecchiato, gli occhi gonfi di chi non ha più lacrime ma non ha ancora smesso di piangere. Si avvicina, la vedo gridarmi contro come se mi trovassi ad anni luce di distanza da lei, la vedo scuotermi come per svegliarmi da un lungo letargo e la vedo battermi i pugni sul petto come se il cuore avesse smesso di battere, e gridarmi ancora e ancora. Finalmente, io che assistevo a tutto ciò, ricordai, e quel corpo non mi fu più estraneo. E finalmente sentii di nuovo qualcosa. Fu come un’esplosione di rabbia nel cuore, un’inebriante sensazione di potere e di dominio che mosse le mie estremità. Ero di nuovo vivo, provavo di nuovo rabbia ed euforia, e per un po’ non fui più in grado di vedere o percepire altro, come se quel velo spettrale che prima aleggiava nel mio mondo fosse improvvisamente calato oscurandolo del tutto.

Diradata l’oscurità, il mondo che mi si dipinse davanti non era più solo grigio. Sotto di me una figura indistinta, tutta di rosso ammantata, giaceva riversa e priva di vita, e le mie mani non più grigie ne testimoniavano la mia orrenda opera.

Questo fu l’ultimo ricordo che vissi, e nell’incredulità del mio palese scempio cercai di gridare via tutto l’orrore e la disperazione di cui traboccavo, ma sorprendentemente non emisi alcun suono. Il mondo intorno a me si era disintegrato, i ricordi che avevo appena riottenuto divennero a poco a poco più indistinti, e con essi anche il volto di lei. E mentre tutto si dissolveva nuovamente in una bianca coltre di nebbia, con l’ultimo residuo della mia afflizione cercai disperatamente di custodire quel poco che rimaneva del mio io, tendendo al massimo il mio corpo a monito della mia futura memoria.

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