• Reader for Blind

Persone cattive



I

Il viaggio è stato lungo, ma il sedile era dotato di schermo con un buon catalogo di film tra cui scegliere. Per la maggior parte del tempo, Paolo ha dormito o finto di dormire. È stato attento a tenere chiusi gli occhi ogni volta capiva che Virginia li aveva aperti.

Appena sbarcati sono entrati in un mondo di facce tese nello sforzo d’apparire sorridenti, una gioia che stride con la sensibilità di due viaggiatori stremati. I fiori che questi estranei porgono, coprono appena l’odore delle ventidue ore che hanno addosso.

Durante il viaggio in taxi verso l’hotel, lui pensa d’essere fregato, mentre lei ha gli occhi incollati sulla città fuori dal finestrino. Osserva e non dice una parola.

L’hotel è di buon livello, frequentato bene. La stanza è molto simile a quella della loro casa. Vicino al letto c’è una grossa finestra che dà sulla spiaggia, quattro piani più giù.

Virginia disfa la valigia e si stende sul letto dichiarando di voler riposare prima di ogni altra cosa, anche per cacciare un fastidioso mal di testa che l’ha colta nelle ultime ore di volo.

Paolo va a fare una doccia e passa molto tempo a guardarsi allo specchio, seguendo con la punta delle dita i solchi delle rughe sul volto e sul collo. Gli occhi sono spenti, senza gioia – riflette. Deve fare qualcosa per risollevare le sorti della vacanza o lei finirà per dargli la colpa; tutte le colpe, come fa sempre.

Finito di lavarsi, si veste ed esce, ma non prima di aver dato un’occhiata a Virginia stesa sul letto. Ha tolto le scarpe e si è coricata come una mummia nel sarcofago, con le mani giunte sul petto e una mascherina da notte a difenderle gli occhi dalla luce accecante del giorno.

Appena in strada, si sente un po’ meglio. C’è qualcosa nell’atmosfera di questo posto, qualcosa che non c’è nel loro paese.

Subito viene circondato da una banda di ragazzini e ragazzine che parlano e ridono e parlano ancora. Non riconoscono l’inglese stentato con cui lui prova a farsi largo, piuttosto dimostrano di conoscere una manciata di parole nella sua lingua: tu, compra, paga, sconto, poco, signore, ciao, ciao, grazie.

Allora allunga il passo, facendo ciao ciao con la mano per uscire dal nugolo e appena fuori controlla che il portafoglio sia ancora nella tasca destra posteriore dei jeans. Ne ha sentite fin troppe di storie del genere da amici e parenti appena tornati da una vacanza.

Il portafoglio c’è, è là, pieno di Real. Raggiunge la spiaggia e decide di concedersi una birra seduto sulla battigia, per provare a rilassarsi un po’.

La casupola sulla spiaggia si regge con molto nastro adesivo e tanti buoni sentimenti. Il ragazzo dietro il banco sorride come tutti gli altri e come gli altri non parla la sua lingua, né una più conosciuta. Conosce solo il portoghese e quelle stesse parole in italiano che conoscono i ragazzini.

Con i gesti Paolo riesce a ottenere una birra media, chiara, versata in un grosso bicchiere di plastica.

La spiaggia è piena fino all’ultimo granello di sabbia. Non c’è spazio per stendere un asciugamano, nemmeno volendo. Lui tira dritto finché le onde non gli bagnano la punta dei piedi e siede, non senza fatica, a godere la sua birra.

Intorno a lui un carnaio di corpi perfetti, levigati dalla palestra, dagli stenti, o solo dal desiderio di essere al centro dell’attenzione.

È vero ciò che dicono delle donne di questo paese. – pensa, bevendo il primo sorso – Hanno un gran bel culo.

II

Virginia non riesce a stare ferma un secondo. Appena poggiato il culo sull’asciugamano, inizia a smaniare.

«Io non ho voglia di stare ferma qua. Perché non andiamo a fare una passeggiata lungo il mare?» dice, con quella voce che ha quando vuole essere accontentata.

«Siamo appena arrivati» fa lui, guardandosi attorno. «Non c’è spazio per muovere un passo, dove vorresti andare?»

«Laggiù! Voglio andare là! Guarda, secondo te cos’è quello?»

«C’è solo altra sabbia e altro mare.»

«No, vedi laggiù? È una specie di castello diroccato o qualcosa di simile.»

«Dubito ci fossero dei castelli in riva al mare.» fa lui seccato. «Comunque non ho voglia di andarci, ho solo voglia di fare il bagno, stendermi al sole e godermi questa vacanza. Hai insistito tanto per venire fin qua e ora che ci siamo non hai voglia di starci?»

«Sì, ma non per stare seduta tutto il giorno sulla spiaggia.»

«Allora non farlo.» sibila lui, tornando a stendersi.

La sente sbuffare un po’, lagnarsi a bassa voce. Poi la sente alzarsi, prendere qualcosa. Poi non la sente più.

Aspetta una decina di minuti, finché il sole non arroventa ogni centimetro esposto della sua pelle. Si alza di scatto e raggiunge le onde con una mezza corsa. Cade in acqua come un sasso lanciato male. Riaffiora e vede la moglie passeggiare avanti e indietro sugli scogli, una ventina di metri più in là.

Dopo una nuotata nei dintorni torna verso la riva, a fare il morto dove l’acqua è bassa.

C’è un chiasso assordante, un vociare senza capo né coda in una lingua che per lui è solo rumore. Se ne sta ammollo con gli occhi serrati dietro gli occhiali, in cerca di quell’angolo nella sua mente in cui c’è il nulla.

Qualcosa lo colpisce alla testa, costringendolo a tornare in sé. Un pallone rosso gli galleggia attorno, quando l’acqua s’increspa e le bollicine fanno da corona a lunghi capelli castano chiaro.

Le lentiggini sul viso, che le attraversano il naso e sottolineano gli occhi verdi.

Avrà al massimo quattordici anni – pensa lui.

Il costume copre quel ch’è appena accennato. Gli sorride e prende il pallone tra le mani, senza staccare gli occhi dai suoi. C’è una luce in fondo quei due pozzi verdi, una scintilla che le ragazzine del suo paese non hanno. Dice qualcosa che per lui è un mistero e ridendo torna al suo gruppo di amici.

La voce di Virginia rovina tutto.

«Paolo! Paolo!» grida, sbracciandosi dalla riva.

«Cosa c’è?» fa lui, senza muoversi di una bracciata.

«Vieni qua!»

Esce dall’acqua, in faccia un disprezzo evidente che non prova più a nascondere.

«Cosa vuoi?» ringhia in faccia alla moglie.

«Sono stanca, ho mal di testa» fa lei, altrettanto scocciata. «Torno in camera. Tu fai pure quel che vuoi.»

Gli volta le spalle, raccatta le sue cose e s’inerpica decisa per le decine di metri di sabbia che la separano dall’hotel.

Lui la prende alla lettera, restando in spiaggia fino a notte fonda.

A ubriacarsi.

III

Paolo rientra in camera barcollando e la trova sveglia, stesa sul letto con il telecomando stretto tra le mani.

«Che cazzo la guardi a fare la tv qua, che non la capisci nemmeno!» fa lui.

«Sono stata sola tutto il giorno» replica lei, vittima.

Ha la faccia che mette quando sta per piangere. La conosce quella faccia. I muscoli del viso tendono verso il centro della terra, schiacciati dalla gravità e dall’infinita tristezza che sente. Sa anche come farla piangere, ma quella strada non porta mai a niente.

Nonostante la bile che sente in gola e l’acido nello stomaco, Paolo conta fino a cento e prova a riflettere con lei.

«Tu sei tornata in camera per riposare. Io non voglio riposare, voglio divertirmi. Non ho viaggiato ventidue ore di fila per starmene chiuso nella camera dell’hotel, capisci quel che dico?»

«Avevo mal di testa» fa lei, con un tono più calmo.

«Esatto. Se a un certo punto della giornata ti sei sentita meglio, potevi scendere tu. Nessuno ti ha impedito di farlo, sei tu che hai deciso così. Io sono stato in spiaggia finora, a fare il bagno e bere un po’. Ho conosciuto delle persone. Non capisco una parola di quel che dicono, ma sembrano simpatici. So che può sembrare stupido farlo, ma avrei preferito farlo con te» dice scandendo ogni lettera dell’ultima frase, per essere più chiaro possibile.

Gli occhi le brillano, il viso riprende colore. Sono trentadue anni di matrimonio. Vogliono pur dire qualcosa.

Gli fa spazio nel letto.

«Cosa guardi?» chiede sedendo sul bordo del letto, distratto dal laccio delle scarpe.

«Non so. Una qualche strana trasmissione di questo posto» fa lei.

«Domani ci svegliamo presto e andiamo in quel posto che hai visto questa mattina, che ne pensi?» propone lui, gobbo a districare i nodi. «Per farmi perdonare.»

IV

La spiaggia è una lastra di vetro scura, densa e luccicante che aggredisce le retine degli occhi. La rovina sprofondata nell’oceano è quel che rimane di una torre di vedetta, forse di un vecchio faro. È grande, ma l’ombra che produce è una carezza in confronto alla calura.

Virginia si diverte molto. Ha passato metà della mattinata a raccogliere conchiglie e l’altra metà a catalogarle. Ora sta riposando all’ombra perché le è venuto un gran mal di testa. Paolo è steso sulla riva del mare, immerso nel caldo caos di altre centinaia di persone.

Gode della giornata, alternando bagni caldi a birre ghiacciate e cibo locale.

Dopo pranzo fa ritorno dalla moglie, all’ombra.

«Stai dormendo?» chiede, baciandola sul collo.

«Sto riposando gli occhi. Ho ancora mal di testa» mormora lei, infastidita.

«Allora non ti disturbo» fa lui, stendendo l’asciugamano lontano due metri dal suo.

Siede a fumare con lo sguardo fisso sulla rovina davanti a sé.

Le vecchie pietre corrose dall’acqua, corrotte dalle alghe e dal muschio, una piccola feritoia incrostata appena sopra la superficie e due donne che fuoriescono nuotando dalla torre.

Entrambe hanno la pelle scura come la sabbia, nera come un pezzo di carbone. i volti scolpiti nella pietra degli dei, i corpi formati nell’argilla della loro terra. Paolo accende un’altra sigaretta e controlla la moglie, che continui a riposare.

Le due, una madre giovane e una figlia molto giovane forse, giocano nell’acqua, schizzandosi e strusciando i corpi in abbracci calorosi. Ridono e chiacchierano molto, ma niente pare smuovere Virginia dal suo riposo.

Dopo la quarta sigaretta e una buona mezz’ora si accorgono di lui.

Paolo si alza per fingersi interessato alla rovina e raggiungere le due, per guardarle da vicino. Accarezza le pietre viscide e umide, gli occhi incatenati a quelle labbra. Le due fanno grandi cenni, invitandolo a raggiungerle.

Lui entra in acqua e si avvicina facendo ciao ciao con la mano.

«Ciao! Ciao!» gridano le ragazze sorridenti, battendo le braccia sull’acqua.

«Ciao!» ripete lui, mettendosi tra le due.

«Tu signore» fa la più grande. «Paga poco, sconto. Vieni!» dice, porgendogli la mano.

La segue nell’acqua, fin dentro la rovina. La più giovane è dietro di lui e tiene le mani strette ai suoi fianchi. Entrano nella rovina da uno squarcio nelle fondamenta e risalgono una scala fino un piano sopra la superficie dell’acqua.

Qui le donne siedono, invitando lui a fare altrettanto. La più grande parla nella sua lingua e dal tono di voce lui può solo immaginare cosa stia dicendo.

Scocciata dall’incomprensione dice:

«Tu signore paga poco.»

Si alza e torna in acqua, lasciandolo solo con la più giovane.

Lui e la ragazza restano in silenzio per un po’, guardando le rovine. La ragazza allunga la mano sui pantaloni di Paolo e lui non ci trova nulla di male. La guarda, le sue cosce sono piene di perle d’acqua salata. Il profumo del suo corpo è unico, non ce n’è un altro così.

Lei si volta a guardarlo, sorride. Con un gesto semplice della mano fa scivolare il reggiseno in grembo.

Paolo non sa che dire.

Mette una mano nella tasca posteriore dei jeans, tira fuori il portafoglio e le dà dei soldi.

V

I giorni di vacanza hanno un senso del tempo tutto loro. Non fai in tempo ad ambientarti che è il momento di rifare le valigie e mettersi a ragionare su come chiuderle, con tutti i regali che si riportano indietro.

Riposta l’ultima valigia, si guardano negli occhi e fanno l’amore. Nessuno dei due ha davvero voglia, quindi dura molto. Scopando su un letto che stanno per lasciare, si abbandonano un po’ e Paolo viene sulle lenzuola. Un grosso fiotto di sperma riposa tra le lenzuola e un angolo del cuscino.

Si stendono a riposare qualche ora prima della sveglia, che preannuncerà il lungo viaggio di ritorno.

Lui non riesce a prendere sonno. Si agita, cambia posizione. Abbraccia Virginia, si appoggia a quel grasso culo che ha ma non c’è niente da fare.

Si risveglia. Ha dormito forse un’ora, non di più. Virginia è là che russa con il respiro pesante. Il sonno profondo e raccolto che coglie spesso le donne della sua età. Lui resta un po’ a fissare il buio sopra di lui, infine decide di alzarsi per andare in bagno.

Ci sono volte in cui pisciare fa più male che altre. Paolo ringrazia che questa notte non sia una di quelle e mette a guardarsi allo specchio, seguendo con la punta delle dita i solchi delle rughe sul volto e sul collo.

Gli occhi sono ancora quelli di un uomo, ma il resto è invecchiato male.

Uscendo dal bagno trova Virginia sveglia, il corpo steso pancia all’aria sul letto, la testa girata verso di lui.

«Ti è piaciuta questa vacanza?» chiede.

«Certo. A te no?»

«Non saprei»

Lui ride, provando ad allentare la tensione.

«A me è piaciuta molto. Abbiamo visitato un bel paese, pieno di gente simpatica»

«Hai fatto molte conoscenze» commenta lei.

«Ne abbiamo fatte molte, sì» replica lui.

«Non riesci a dormire?»

«Mi sono svegliato e non ho più sonno»

«Vieni qui da me» dice lei, allargando le braccia e le gambe per accoglierlo.

Spegne la luce del bagno, compie qualche passo e la voce di lei lo fulmina, lo coglie impreparato nell’oscurità.

«Paolo, perché roviniamo sempre tutto?»

«Perché siamo persone cattive, amore mio» risponde lui, incastrandosi nel suo abbraccio.

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