• Reader for Blind

Piacere mio



Dicono che non basta una vita per conoscere a fondo una persona. E poi ci sono persone per cui ti bastano dieci minuti per capire chi sono.

In auto un forte odore di benzina mi ha accompagnato fino al parcheggio sotto la villa. Sono stato una decina di minuti con le mani sul volante mentre Lenor, senza aprir bocca, lasciava scorrere le sue parole attraverso il mio cuore.

Ho sempre saputo che per apprezzare se stessi fino in fondo si necessita di un metro di confronto. Il mio metro si chiama Lenor.

Lenor. L'invito a una festa senza invito. La donna che vorresti al tuo fianco e il più lontano possibile da te allo stesso momento.

Lasciati convincere.

Una donna da Ulcera peptica. O almeno è quello che ha diagnosticato il medico. Costante calo di appetito, fitte intestinali e diminuzione di peso. Tutti sembrano non avere alcun dubbio a riguardo, a parte me.

Il distacco che hai dalle precauzioni che ti ha spacciato è quantomai imbarazzante.

Questo lo so da me. Finirò con l'ammazzarmi.

Perciò anche stasera andrò a un altro convegno di isolati manager, architetti e imprenditori dalle dubbie carriere legali, e tutto grazie al mio amico Rolando Bruni. Lui mi ha preso sotto la sua ala non appena uscito dalla facoltà di economia. Tirocinio, lo chiamano. È poco che frequento questa gente, ma il mio apparato cerebrale ne è totalmente connubiato.

Siamo arrivati da un'oretta, accolti da poltrone scure accerchiate attorno a tavoli riempitivi di una sala perfettamente quadrata, calda e dai colori smunti. Le tende blu, aperte, assorbono gran parte della luce lunare già annebbiata dalla copertura di nuvole cotonate.

«Quando t'immergi in certi giri...» dice Derreck sorseggiando il brandy, «finisci con lo stringere rapporti tanto opportunisti da risultare autentici».

Attorno al tavolo le stesse personalità che in occasioni come queste fungono da perno di sproloqui, mutanti ad ogni circostanza e presenza, lasciando le retoriche agli invitati. Mucchi di lingue ipocrite e occhi melliflui, che sorseggiando brandy e fumando cohiba ondeggiano i bicchieri da bravi falsi-intenditori, annebbiando la cubatura che trasale dalla punta dei loro mocassini sino al tetto indefinitivamente alto del salone.

Dico falsi perché questo brandy è veramente imbevibile, cazzo. Vediamo un po’: non è Branca stravecchio... non è Cardenal Mendoza... l'etichetta recita... no, da qui non riesco proprio a leggerla ma di sicuro è merda reduce da chissà quale puttan-viaggio di Derreck – patron di casa – che si ostina a definire meeting, ma l'unica che continua a bersi le sue stronzate pare essere sua moglie. Barcellona, Amsterdam, Praga, Sòfia, Bangkok, dice lui. Tutti posti dove la passera è così in quantità che ne senti l'odore del muco non appena l'aereo apre la passerella.

«Non a caso, ha fatto la fine che ha fatto...» commenta Sardoni, l'ingegnere nucleare costretto in una scuola privata per figli di papà, a causa del referendum dell'87. Riesci a vederne la frustrazione attraverso il sorriso riflesso nel Napoleon, dentro il quale il liquido color miele scuro ondeggia ipnotizzante.

Già. La fine che ha fatto. Eri lì con lui, non è così. Eri lì a raccoglierlo con le mani, intorpidito dall'impotenza.

Usciti fuori i volti dalla coltre dei cubani pungenti di sterco e fiori cimiteriali appassiti e tabacco rancido, si fa largo una voce quantomai irritante: «Vorreste insinuare che è bastata la conoscenza di qualche persona poco raccomandabile a condannare un uomo caparbio come lo era l'architetto Bruni?»

Ogni pulviscolo di monossido si dirata, e gli sguardi si calamitano sulla donna.

I suoi capelli mi ricordano quel paglierino color piscio della canapa idraulica. Eppure, racchia com'è, è riuscita a sistemarsi per la vita anche lei, cazzo. Senza esami, crediti e praticantato e iscrizioni all'albo.

Portare le mogli a delle riunioni per uomini è da scarnità intellettuale, non trovi?

Sì, credo di sì.

«No, cara...» mugugna sardonico il bulgaro, stampandosi un sorriso altezzoso sulla faccia, mentre incrocia gli occhi dei presenti al tavolo, «è a dir poco scontato che un uomo d'affari incontentabile e ostinato nell'incrementare il suo piatto, incappi in qualche genere di... passo falso, ecco.»

Spiegazioni superflue, digressorie.

Queste persone non sanno nulla di quello che dicono.

Lasciati convincere.

Simeonoff è esattamente uno di quei tipi per cui ti basta ascoltarne la voce per immaginarne l'aspetto: identico a come lo vedi nella tua testa. E lui è del genere Camillo Benso, immerso con la testa in una tinta nero-bluastra.

Tutti si guardano ridacchiando sotto i baffi e le barbe e i bicchieri semivuoti, dietro gli occhi attoniti della donna.

La misoginia che colora la riunione, additerebbe quelle cazzatine di Shakespeare sulla differenza cerebrale tra uomo-donna, come un vero eufemismo. Stronzate all'avanguardia per retrogradi. Lo stile che vige in queste riunioni è quello di “Paul Delaroche vs. Giovanna d'arco”.

«Quindi una morte agonizzante la definireste un passo falso?»

Che ti dicevo: queste signore culo-e-caviale prendono ogni cosa che viene detta alla lettera, senza percepirne le sfumature intrinseche.

Il tavolo ride, e la signora tace con l'irrascibilità trasparente nel volto.

Mentre lei, Lenor, a differenza di queste donne che di emancipazione non hanno nemmeno mai sentito tirare l'aria,è ferma senza dir nulla. Lei, profuma di capobranco.

Lenor.

Non ha bisogno di parole. Ha gli occhi che fanno più rumore di una cassa a 1000W. Austriaca di Linz, dice lei, ma non ci credo e poco m'importa. Una donna così potrebbe venire da Mordor, restando comunque una stella che brilla perpetua.

Lasciati convincere.

Lenor. Ti prende l'anima con un gemito; raccoglie i pezzi della tua esistenza con un bacio; annichilisce l'indipendenza col colore delle iridi. Conosciuta a un party in Via Monte Napoleone (durante una festa di cui non so chi fosse il festeggiato, sotto mentite spoglie di assistente al solito architetto Bruni) ha catturato la mia vita al primo crepitìo del parquet, non appena approdai sull'uscio. Da quel giorno non riesco a staccarle gli occhi di dosso, e dopo la morte dell'ingegnere la porto con me in ogni dove, acconsentendo a inviti formali per convention e feste, solo dopo la sua approvazione.

«Lei, Roberto, cosa ne pensa?» sbotta Derreck, guardando però la mia Lenor.

Questa non sarà tua moglie, ma è la tua autriaca del cazzo, giusto?

Lasciati convincere.

Una fitta alle budella mi pervade.

Il cappello di Lenor, verdognolo così come il vestito che non ricordo avergli mai visto togliere dal primo giorno, rimanda striature più chiare che sembrano scolorirgli i tessuti, per via della luce delle lampade. E' impassibile, di spalle, e guarda fuori la finestra come riuscisse a trovare nell'oscurità una qualche fonte d'ispirazione.

«Lei lo conosceva bene, non è così?» aggiunge la moglie di Simeonoff.

«Allude al fatto che sono stato un suo studente?» rispondo.

Lenor, senza voltarsi, inclina il gomito verso la bocca portandoci la sigaretta completa di bocchino extra-lungo, degno della miglior gioventù di una Crudelia Demon in versione fatata. Poi volta lo sguardo, riempiendo d'imbarazzo persino le donne presenti.

Ho dei conati e il vibrare delle mie interiora sembra il segnale di richiesta d'aria di una tigre in gabbia. Perciò sorseggio un altro sorso di brandy dal secondo bicchiere, tanto per scendere la brodaglia che ho in gola.

«Si, esatto. Alludevo proprio a quello signor Roberto. Chi è lei veramente? Non mi pare di averla mai invitata a questa riunione, né di averla vista ad alcuna lezione...»

«Sono solo un topo di biblioteca...» incalzo, interrompendo la moglie dell'avvocato con tono incisivamete pacato. «Piacere mio.»

Lenor si alza in piedi e fa un giro attorno la poltrona. Mi guarda e per un istante i suoi occhi si tingono di scarlatto. E le fitte perseverano nel peggiorare ad ogni rintocco dei dodici centimetri dei suoi stivali, misti al secondo bicchiere di brandy schifoso che mi galleggia nello stomaco.

Un brivido mi pervade il corpo, ma non è un brivido ordinario, come quelli che ti salgono dalla schiena e ti percorrono il midollo; questo viene da dentro lo stomaco e ho come l'impressione di averlo già provato.

Stai per fartela addosso, non è così? E questo ti rende nervoso.

Non devi dimenticare le medicine, Roberto.

«Io e il signor Bruni abbiamo sempre avuto rispetto delle nostre rispettive persone» chioso. «Non mi sono mai immischiato nei suoi affari. Lui ha solo creduto in me...»

«Appunto, io non le credo Roberto. Nessuno dei presenti sa chi sia lei, né quale sia il suo vero nome...»

«Cara, credo che questa tua deviazione sia del tutto inopportuna al momento» puntiglia Simeonoff.

«Perché mai? Voi altri avete dichiarato che le conoscenze sbagliate sono fonte di pericolo. E non è un caso che dopo la comparsa di questo signore...»

«Adesso basta!» grugnisco gelando le lingue, elevandomi con l'aiuto dei braccioli della poltrona. «Qual è il vostro problema? Le mie origini? O la mia presenza del cazzo?»

Quindi Derreck si alza dalla poltrona ansimante, flettendo le braccia per tirarsi in piedi: «Se volete scusarmi signori, vi lascio per un istante. Ho urgente bisogno della mia..»

«Dove cazzo vai tu?!» sbotto a Derreck. «Voi borghesi appena superati i quaranta siete incapaci di reggere una conversazione senza abbandonarla non appena si scaldano gli animi.»

Sbigottito, torna a sedere.

Lenor sorride inclinando il solito angolo destro delle labbra rosate. Mi guarda, e poi rincupisce.

Ad ogni suo sguardo, mi viene voglia di gridare: «Come desideri».

Ad ogni battito di ciglia, una fitta allo stomaco mi arroventa l'addome fermentando la bile.

Il tuo nervosismo è la condanna a una vita infima, che va a braccetto con l'assoluta appagatezza di un prossimo alla morte con anni di un'estenuante attesa in isolamento alle spalle.

Sei pronto?

Forse. Non lo so.

Lasciati convincere.

Ma che cazzo mi succede? È come se facessi un salto nel vuoto con le spalle al muro. Sento di percorrere la via giusta, senza sapere la destinazione.

Sono in piedi e quasi all'istante, come un sifone all'ultimo giro di filettatura, sbotto tutto quello che di organico ho nel corpo, arpeggiando una flatulenza da almeno più di 30db, accompagnata dall'abissale sensazione che stiano estrapolandosi fuori dall'orifizio anale, tutti gli organi fino al cervello.

Per un istante fisso Lenor pensando al signor Bruni. Aggancio il suo sguardo purpureo, pensando a Rolando e al bene che gli ho voluto. Penso al suo sangue che invade il mio corpo e a me che annego nel liquido cercando di boccheggiare per riservare aria.

Stai affogando, Roberto! Stai affogando.

Tutti i presenti hanno la bocca aperta e pare vogliano esclamare qualcosa.

Sbatto le palpebre e alla riapertura vedo i loro volti deformati, che colano, che si mischiano: volti femminili su corpi di vecchi signori; pelle cerea sfaldata e grondante.

Gli occhi di Lenor, invece, accaparrano un surplus di familiarità.

Lei; il signor Bruni; le palle dei suoi occhi infuocate che parlano dentro la mia testa senza muovere le labbra. Telepatia. Succubanza. Forse sto impazzendo e questa Lenor è l'unica in grado di aiutarmi.

Sussurra al mio orecchio da metri di distanza, mentre l'olezzo degli escrementi che ho nelle mutande alza man mano di una tacca l'ascesa verso il cielo, verso il tetto, comprimendosi gradualmente fra le pareti.

Ora sono agganciato a lei in tutto e per tutto. Sono lei, mentre i fili degli arti si prolungano verso le sue dita semoventi in una danza legiadra, senza esclusione di colpi, amorevolmente mortale.

La sua femminilità mi pervade i timpani.

Non sei loro. Non lo sarai mai. Vogliono me, Lenor, la tua donna. Così come Rolando. Guardali negli occhi: sarebbero disposti a tutto pur di accaparrarsi il trofeo.

Questa gente non ti desidera. Non ti considera.

Lasciati convincere.

Apro lo spazio nella mia mente affinché si insinui la voglia che ho di essere il mio sosia, per guardarmi dall'esterno e infierire sul mio corpo.

Tutta la vita cerchi di somigliare a qualcun altro spegnendo i sensori sul mondo, provando ad estrarne pensieri che ti rispecchino.

Per essere loro, non devi essere te.

Lasciati convincere.

Lasciati convincere da me. Voglio aiutarti.

Sono il tuo unico confronto. La tua vita che chiede di più.

Vedo tutti i partecipanti alzarsi in piedi con i volti sfaldati degni di una mano geniale come quella di Pablo Picasso. Chi sia la moglie o chi sia il marito, non ne ho idea.

Mi sento nudo, impotente, e mi vergogno.

Uccidi i tuoi mostri o loro uccideranno te.

Prendo dal mobiletto sul quale sono poggiati tutti quegli alcolici in bottiglie di cristallo di diverse misure, quella vuota, quella del brandy versato a tutti. L'arma che ci accomuna, che sta per separarci. E più quelle facce dissestate si avvicinano e più ne vedo i volti sfigurati, grondanti sangue dalla bocca, dagli occhi.

Le colpisco più forte che posso.

Una, due,tre.

E ad ogni colpo, tornano a essere quelle che erano: semplici volti ricolmi di beata tristezza.

Comprendi quello che vuoi da te e scoprirai cosa cerchi da loro.

Convinciti di essere unico, per non averne bisogno.

E io sarò con te per sempre.

Cammino fra i corpi a terra, storditi dal colpo, e mi dirigo verso il camino dove afferro, seguito dalla voce della mia Lenor, il forchettone per separare la brace nel camino. Uno per uno li colpisco con tanta forza da lasciarmi zampillare le cervella sul viso e l'abito elegante Fendi di Rolando Bruni, mandandone un pò anche sugli scaffali delle numerose librerie incollate alle pareti.

Sò esattamente quello che sto facendo, senza sapere cosa cerco da tutto questo. Mi basta sapere che per Lenor, è la cosa giusta.

Infine, inzuppando la pelle lucida delle scarpe nelle pozze bordeaux che si dilatano a macchia d'olio sopra le teste delle personalità accasciate a terra come non hanno fatto mai in vita loro, vado verso la macchina. Quasi sapendo già dove andare a cercare, apro il cofano inserendo la chiave, e afferro due taniche da venti litri piene di benzina verde.

Lenor, mi segue lentamente, salendo in macchina.

Mi dirigo proprio lì, dove sono i corpi ancora agonizzanti e in preda agli spasmi e ne lavo via i liquidi organici spargendoci sopra l'oro dell'evoluzione umana firmata Henry Deterding. Lo faccio finché non ne svuoto goccia a goccia tutto il liquido nelle due taniche.

Stai con me.

Afferro quel cazzo di accendino a benzina che ho in tasca e...

Il resto provate a immaginarlo.

Essere sé stessi significa avere un metro di confronto. Ma quando il metro di confronto supera la tua volontà, non si può far altro che soccombere fra le sue braccia.

Salgo in auto col motore già acceso e la marmitta sboccante. Lei ingrana la prima mentre ride compulsivamente guardando le mie mani che grondano liquidi organici e benzina e pelle morta.

Andiamo via mentre butto il sedile all'indietro e mi abbandono in un sonno profondo. Ho la bocca pastosa al sapor di ferro.

Ora si ricomincia.

Alla ricerca di un altro invito informale.

Lasciati convincere.

Con affetto, Lenor.

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