• Reader for Blind

Ogni luna blu



Mille mani e braccia la cingono da dietro, le palpano l’addome, premono sui fianchi, le schiacciano il fegato, comprimono la milza mandandola in apnea, oscurandole la vista, facendola precipitare in un luogo buio e glaciale. Non è un dolore schietto – focalizzato, comprensibile – è più un’ombra densa che le si appiccica addosso, una coperta pesante che sa di cantina umida e fredda, qualcosa che la soffoca. Luna si alza, sbarella sulle piastrelle di ceramica ghiacciata, raggiunge a tentoni la cucina e apre l’anta. Agguanta una fetta di dolce e se la porta alla bocca, ansimando, masticando velocemente. Inspira. Espira. Deglutisce. Inspira. Espira. Deglutisce. Le ghiandole secernono saliva, lo zucchero attraversa la gola, raschia le pareti della faringe, passa per l’esofago; il glucosio comincia a scorrere nelle sue vene e finalmente i cristalli di ghiaccio sulla sua pelle cominciano a sciogliersi; il mostro nero allenta la sua presa, il calore si espande dappertutto fino a raggiungere l’inguine.

Prova una sensazione di leggerezza assoluta ora, non sente più le tenaglie che le afferrano gli organi; le pareti attorno a lei si rischiarano sempre più, fino a divenire lattiginose, impalpabili... fino a scomparire, farla galleggiare su di una nuvola bianca ovattata dove non esistono più il dolore, il giudizio, le differenze, le barriere tra lei e il resto del mondo.

***

Il primo giorno che ti ho vista in ufficio non indossavi le scarpe, camminavi con passo felpato sulla moquette con le tue calze di spugna blu scuro. Incrociammo i nostri sguardi per pochi secondi: avevi i capelli mori raccolti in una coda di cavallo, camicetta bianca e jeans. Mi sembravi così distante eppure così presente, concreta, sensuale.

«La principessa eh…» commentò Matteo.

Io non mi sognavo neanche di rivolgerti la parola, sapevo che sarei sembrata goffa, che qualsiasi argomentazione — anche la più seria inerente al lavoro — sarebbe suonata pretestuosa e che mi si sarebbero arrossate le guance. Guardai Matteo senza dire niente e continuammo le nostre telefonate.

Dopo una settimana dal tuo inizio lavorativo, la sorte cambiò il mio destino – il nostro destino. La scrivania alla mia sinistra si era liberata; il francese Pascal era ritornato a Parigi dopo tre settimane di lamentele non-stop su Lisbona: di quanto era piccola, di quanto non gli piacevano i portoghesi, di che lavoro di merda si trattasse e di quanto gli mancasse la sua città. Così mi trovai a bruciare di febbre quando, scalza e con la coda di cavallo ondeggiante, ti sedesti a pochi centimetri da me.

«Non penso che ci abbiano mai presentate.»

«No. Luna.»

«Leena.»

«Simili, no?»

«Scusa?»

«Il suono. Simile, no?»

«Ah, in un certo senso. Da dove vieni?»

«Svezia.»

«Italia.»

«Piacere», dicemmo all’unisono, stringendoci la mano. Io non sapevo che faccia avevo, di che colore, se tradiva un’espressione ridicola o apprensiva o eccitata.

Quando si avvicinò l’ora di uscire, rallentai i gesti mentre controllavo i tuoi con la coda del mio occhio; nonostante mi fossi già innamorata della tua risata esplosiva (era la prima volta che qualcuno rideva così di gusto alle mie battute) mi sembrava tutto così naturale e spontaneo ed elettrizzante, insomma, come si spera possa essere un giorno la vita.

***

Luna viene attraversata dalla tristezza. È come se tutta la malinconia che aleggia nella stratosfera si sublimasse nel suo petto.

Non può fare nulla per scacciarla – non sono pensieri che si possono cambiare con una psicologia spiccia; non sono neanche pensieri, sono nuvole gravide, perturbazioni passeggere ma devastanti che si abbattono sullo sterno e la lasciano tramortita, infreddolita, impotente. Nulla può se non aspettare che perda potenza e si allontani, evapori e si disperda nell’ambiente attorno a sé.

Questa mattina la tormenta non l’ha lasciata. Luna si è precipitata per le scale, correndo alla pasteleria all’angolo, quella che rivende alle piccole pasticcerie. Ha ordinato venti pastéis de nata. Al ritorno, mentre saliva gli scalini di marmo due alla volta, già pregustava mentalmente il sapore della crema, la consistenza morbida che si scioglie come burro quando la porta alle labbra. Ha cominciato il solito rituale sapendo che stavolta sarebbe stato diverso: un’overdose senza limiti, senza confini. Ha aperto le tende, il fiume Tago era una striscia d’alluminio immobile. Ha abbandonato i vestiti sulla poltrona di pelle, versato il contenuto di 5 bicchierini di liquore in uno grande da vino, bevendone metà senza respiro.

Più mangiava e più provava sollievo e dolore allo stesso tempo, condannata in un circolo vizioso senza via d’uscita.

Raggiungeva altezze e bassezze a cui non era mai arrivata, voleva conoscere territori dove nessuno era mai stato, morire per poi risorgere.

Non è il cibo, il suo sapore che le provoca una sensazione di calore e di sollievo, è il suo eccesso. La testa non c’entra nulla, sono le viscere che le parlano.

Se Dio avesse voluto darci un segnale, borbotta, un avvertimento di pericolo, avrebbe reso questi alimenti amari come il fiele.

Vorrebbe condividere questo momento di piacere con qualcuno, con Valentino magari, ma Valentino è dolce, solare, equilibrato. Valentino non vuole scendere alle sue profondità (Luna lo invidia e lo odia per quel suo equilibrio) e quando a volte la sorprende con la bocca vorace piena di dolci, lei si sente sprofondare dalla vergogna, perché deve fingere, camuffare, far finta che ne aveva mangiati solo uno o due, interrompersi e iniziare un’attività qualsiasi, quando quello che avrebbe voluto sarebbe stato solo sprofondare nel divano assieme alle sue fette di torta e i suoi pasticcini.

***

Il cielo blu di Lisbona era così diverso da quello scolorito di Milano. Non mi sembrava vero che potevo uscire a piedi, percorrere una strada di pietre e non d’asfalto, sentire alle mie spalle lo sferragliare del 28, camminare lungo il fiume, osservare la bellezza delle facce screpolate delle case, anziani dalla pelle rugosa da cui traspariva la loro bellezza giovanile. Andavo a lavorare al customer-care ma mi sembrava di essere in vacanza. Il venerdì sera, dopo il lavoro, si usciva tutti insieme per andare a bere Ginjinha, birra Sagres e vino Porto nei bar all’aperto lungo il Tago o seduti sui gradini dei vicoli dell’Alfama, circondati dagli azulejos azzurri. Eravamo felici e non lo sapevamo fino in fondo, perché troppo distratti a ostentare la nostra allegria con le fotografie sui social. C’erano italiani, spagnoli, tedeschi, brasiliani, giapponesi; e poi c’eri tu, unica rappresentante della Svezia. Quella sera ci ubriacammo più del solito, i colleghi si staccavano come acini dal grappolo man mano che il cielo si scuriva. Tu perdetti l’ultimo tram e io ti proposi di dormire da me. Volevi qualcosa, lo sentivo, te lo leggevo dentro gli occhi, ma non potevo crederci, perché il mio inconscio mi sussurrava che certe cose accadono solo nei film, e accadono alle ragazze perfette. Ma ti spogliasti nuda e ti avvicinasti non come si avvicina una sorella o un’amica. Dalla finestra aperta filtrava l’inchiostro blu della notte rischiarata dalla luna piena. Ti divorai, avevo paura che quel sapore si esaurisse, che l’odore di frutta matura e cannella si disperdesse per sempre nell’aria. Consumai il tuo corpo, i tuoi liquidi, le tue risate.

***

Luna è sdraiata sulla poltrona di pelle di fronte al balcone. Non sta particolarmente male, non è depressa né triste. Ma non sente il suo corpo, ha paura di sparire; tutto intorno a lei sembra una scenografia di carta velina — una noia come una nuvola grigia si espande dentro di lei. Abbandona il libro sulla poltrona, si alza: sa già cosa farà ma preferisce non dirselo fino all’ultimo, fino a quando non ci ricascherà ancora. Apre la credenza, prende la scatola con le pasteis de feijào, le osserva — può ancora tornare indietro, redimersi, saltare la sua dose giornaliera. Ma la nuvola grigia continua a espandersi e lei non sente i piedi sul pavimento, la consistenza ruvida del cartone sui polpastrelli: è aeriforme. Il contatto della pasta sfoglia sulla lingua è un elettroshock, il sangue riprende a scorrere nelle vene, i piedi a formicolare, la nuvola a sgonfiarsi; la crema alle mandorle si scioglie sul palato, attraversa la gola, l’esofago, le pareti dello stomaco, e lei sente nuovamente la carne viva, pulsante, l’odore di sangue, dei sensi e della vita.

***

Hai sostituito il letto con la tavola, Leena. Non solo non dovevo farmi la dose quotidiana di saccarosio: mi sono scordata addirittura di mangiare; confondevo il sapore vellutato della panna con quello morbido delle tue labbra, la consistenza semi-liquida della crema che faceva esplodere i bignè con quella che si dischiudeva all’interno delle tue gambe. In sei mesi sono diventata esile (magra è una parola che non pronuncerei mai); questa è l’immagine che lo specchio mi rimanda, ma è solo una proiezione, un’istantanea, un ologramma di me stessa, il fantasma sottile che si aggira insicuro tra i saliscendi di Lisbona, perché io so che dentro sono grassa. Non importa quello che gli altri vedono, non importa l’immagine riflessa nello specchio in questo momento: la mia anima è ingorda e spaventata, timorosa di perdere te e tornare indietro, al punto di partenza.

***

Forse le sue aspettative sono troppo alte. Si aspetta di più da tutto Luna: dalle persone, dalle circostanze, dalla città, dal lavoro. Si domanda: “possibile che la vita sia tutta qui? Rispondere al telefono, indossare la maglietta della multinazionale per cui lavora, andare coi colleghi nei chiringuito a bere, fumare e chiacchierare a vuoto sul futuro, non vedere l’ora di tornare a casa per ammuffire sulla poltrona, sopravvivere alle attese del weekend per riprendere lo stesso circolo vizioso il lunedì”.

È parte di una generazione irrisolta Luna, in transito tra valori che non riconosce. Ha perso le radici Luna, come gli altri espatriati che non osano ritornare nella terra d’origine e non riescono a immaginarsi un futuro in terra straniera.

***

Se la vita non fosse così meccanica, così prosaica, forse riuscirei a farne a meno. Ma certe giornate si aprono come grandi libri contabili, in cui le tue azioni si vanno a inserire a volte nella colonna del Dare, altre nell’Avere, ma senza alterare il bilancio finale. Tu eri ammalata. La prospettiva di andare in ufficio, rimanere appesa alla cornetta per otto ore, fare pause sigaretta riempiendo i vuoti di chiacchiere, finirli sentendomi ancora più svuotata, mi fa rabbrividire. Ho guardato la radiosveglia: l’unica cosa che poteva distinguermi da essa era sentire le vibrazioni, quell’energia fluire attraverso la bocca, la gola, il tubo digerente, lo stomaco e, toccandole come una pallina di un flipper, accenderle di colori e farmi sentire umana.

Così rimasi a casa. Sapevo che solitudine e nido domestico sono una perifrasi che vuol dire solo una cosa per me. È una sensazione che rotola, inarrestabile, inevitabile.

Ho provato a chiamarti Leena, ma non rispondevi. Ti ho inviato messaggi, email, notifiche digitali. Ti sei volatilizzata così come sei apparsa, fino a quando i sensi di colpa ti hanno fatto capitolare e me l’hai detto che era stata una parentesi (oh, Leena, ti ringrazio di non averlo chiamato incidente), che eri ancora innamorata del tuo ragazzo, che avevi ancora bisogno del suo sesso, che con una donna era magnifico, l’apoteosi dei sensi, la fusione di intimità e trasgressione, ma ti saresti sempre sentita incompleta. Come me Leena, come me.

Michele Renzullo nasce a Milano dove ha vissuto fino all’età di 33 anni. Si trasferisce quindi a Dublino dove tuttora vive. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti, con i quali ha vinto alcuni premi letterari nazionali (tra cui Subway Letteratura).

L’ultimo romanzo pubblicato è L’Una di Ferragosto che ha riscosso ottime recensioni.

Nel 2017 fonda la prima Accademia online di scrittura creativa con video lezioni ed elementi multimediali.

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