• Reader for Blind

Trasparenze



Siamo vivi e poi siamo morti. Esistiamo agli occhi degli altri e, di colpo, inaspettatamente, veniamo travolti dalla loro indifferenza. Siamo vivi, abbiamo sangue che pulsa e sentimenti che sgorgano come acqua, e poi diventiamo come lampioni al mattino. Dimenticabili.

Il luccichio della pioggia sembra destinato a splendere nei capelli della ragazza che ha aperto la porta del pub con uno scatto, portando con sé una folata di vento e tempesta. Il mio ragazzo posa il suo panino sul piatto di carta. L'impronta dei suoi denti perfetta come un ferro di cavallo. La ragazza è intenta a scuotersi di dosso la pioggia con una mano, mentre con l'altra tenta di sistemarsi le pieghe della gonna. Ha un modo vezzoso di muovere il collo, e, nel farlo, lascia brillare una collanina di vetro. Credo che sia quel dettaglio, più di ogni cosa, a rendere torbido e opaco lo sguardo di Valerio. Le dita sporche di salsa barbecue e ketchup, mentre la indica.

«Vedi quella ragazza?». Istintivamente mi giro anch'io. Una piccola pausa, prima di aggiungere, con un tono di voce più esitante «Somiglia ad Anna Maria». Era una specie di segreto di famiglia, o almeno una cosa sulla quale avrei dovuto mantenere un certo rispettoso riserbo. Valerio era stato sequestrato per quasi due giorni dall' ex ragazza del padre, quando aveva sei anni. Lei era stata lasciata qualche settimana prima. Forse i nervi le avevano ceduto e per questo aveva deciso di fare un gesto teatrale, assurdo, talmente pregno di conseguenze da lasciare tutti storditi. Forse voleva attirare l'attenzione su quel dolore che le premeva sul plesso solare rendendola fiacca e lacrimosa. Lei, Anna Maria, era una giovane promessa nelle gare di fondo, una sportiva forse candidata alle olimpiadi dell'88. Non poteva tollerare una sconfitta come l'essere lasciata, senza dimostrare il proprio orgoglio. Voleva costringere quelle persone, e quell'uomo che l'aveva messa da parte, a uscire allo scoperto, a confrontarsi. Voleva piatti rotti e sangue e pugni chiusi, anelli gettati e ripresi.

Le parole di Valerio creano cerchi di luce all’interno del pub. Creano qualcosa di magico. Le mie dita dalle unghie morsicate sulle sue mani. Come una naufraga.

Anna Maria era molto più giovane del padre, e voleva sempre più attenzione, più tempo, più emozioni. Lui, il mio ragazzo, si era legato a lei con quel sentimento di prossimità immediato e impulsivo che accomuna gli esclusi. Lei gli dava sempre caramelle verdi alla menta, dure, con quel retrogusto di sale che gli piaceva. Gli arruffava i capelli e giocava con lui, nel modo impacciato degli adulti non ancora abituati a tenere le distanze coi bambini. Era già andata altre volte a prenderlo a scuola, per questo nessuno si meravigliò quando lei, con un colpo di clacson del maggiolino, attirò l'attenzione del piccolo che si strappò, letteralmente, dalle mani della maestra per correrle incontro. La macchina si aprì dalla parte del passeggero, il bambino si sedette e poi lei ingranò la prima, scivolando nel traffico, una macchia arancione destinata a restare visibile tra le altre macchine dai colori meno appariscenti. I capelli biondi legati a coda di cavallo che oscillavano su e giù, sulle buche della strada, a tempo con le canzoni di Lucio Dalla.

Valerio aveva abbassato il finestrino da solo. Le dita a imprigionare il vento. L'aria che gli sfuggiva dai denti con un fischio. Attraverso le parole smozzicate fingeva di cantare con lei. La collanina di vetro catturava bagliori opalescenti che gli sembravano tracce di arcobaleno.

Avevano comprato la pizza pomodoro e basilico. Un pacco di tegolini. Prosciutto cotto e insalata. Piselli in scatola. Le monete color argento mentre passavano nelle mani del negoziante avevano tintinnato un attimo, mentre tentava di trattenere le mani di Anna Maria tra le sue oltre il conveniente, il decoroso. Lei le aveva ritratte di scatto, dandogli un piccolo schiaffetto sul braccio, come se volesse scacciare una mosca.

«Adesso io e mio figlio dobbiamo andare».

Non si era girata a vedere l'espressione di disappunto dell'uomo mentre stringeva gli spiccioli tra le dita. L'eco dei soldi caduti oltre la porta che si chiudeva a scatto, nel vento di primavera, le gambette corte del bimbo in affanno. Il respiro come un rantolo.

Anna Maria aveva ripreso a guidare tenendo le braccia ostinatamente fisse in avanti, il vento le arricciava la pelle. Non disse di mantenere il segreto sul fatto che dovevano giocare a fare la famiglia. Madre e figlio che raggiungevano il padre. Non disse niente, impegnata a passarsi la lingua sulle labbra screpolate e a mordicchiarle. Aveva un'espressione confusa, esausta, quando fermò la macchina accanto al mare, una chiazza di blu che si allargava oltre lo sguardo.

Era una casa per l'estate, che apparteneva alla sua famiglia. Era chiusa da settembre a maggio. Così, quando lei si decise a entrare, spingendo Valerio con la spalla, la busta della spesa che le lasciava solchi viola sui palmi delle mani, un odore misto di muffa e buio, di decomposizione, tipico delle case dove non entra la luce, attraversò entrambi, la ragazza e il bambino. Era un odore che sapeva di morte, di bende di ospedale. Un odore che Valerio avrebbe sempre associato alla mancanza di speranza.

Non c'era luce elettrica, così dovettero imparare i percorsi dal letto al divano al bagno con l'aiuto delle candele. Le bocche sporche di pizza e del cioccolato dei tegolini. La pancia che gorgogliava. Non avevano comprato l'acqua e fecero a turno a bere da bicchieri alti, che sembravano calici, timorosi di richiamare l'attenzione delle case abitate. Le dita di lei sulle labbra di lui, come a voler sigillare un segreto.

Dopo cena Anna Maria aveva trovato delle lenzuola che sapevano di candeggina e delle coperte pelose e le aveva drappeggiate addosso a entrambi. Avevano freddo e si erano stretti come se da quell'abbraccio dipendesse l'inizio di un percorso di salvezza reciproca. Lui non era un bambino che parlava molto, ma a quel punto aveva capito che quella gita non era un gioco. Non aveva avuto paura. Non ancora. Lei aveva aperto la mano lasciando intravedere la carta verde della caramella alla menta, l'ultima sorpresa della serata.

«Sai che io e il tuo papà ci siamo lasciati, Vale?» Valerio aveva annuito perché non sapeva cos'altro dire. Con le ginocchia strette al petto, Anna Maria aveva detto un sacco di cose incomprensibili sul fatto che quando qualcuno smette di amarti tu nel suo mondo smetti di esistere, è come se diventassi trasparente. Ti agiti, gridi “oh, sono qui”, ma nessuno ti vede. «Se non hai più l'attenzione di chi ami allora devi fare qualcosa di folle per ritornare vivo.»

«Non so cosa avessi nella testa oggi, quando ti ho preso». Si era strofinata gli occhi chiari a lungo con il dorso della mano. La sua voce un borbottio sempre più fievole, mentre un lieve mal di gola accompagnava il sonno del mio ragazzo. Lei gli aveva fatto brevi carezze sui riccioli resi scivolosi dal sudore. Gli aveva fatto il solletico nelle pieghe del piccolo collo grassoccio, un singhiozzo mentre scivolava nel sonno.

Si era svegliato di colpo, il bagnato a fiotti tra le gambe. Caldo. La macchia che si allargava sui pantaloncini misto lana d'aprile. L'imbarazzo aveva lasciato il posto allo sconforto e al pianto. Un piagnucolio secco, triste. La luce azzurra del primo mattino che dava conforto alle cose. Divano. Tavolo. Sedia. TV. La caramella verde alla menta appoggiata con delicatezza sulla sponda del divano. La paura acre come il mal di gola e la pipì che gli si raffreddava addosso. La puzza di sudore. Non sapeva quanto tempo fosse rimasto lì immobile, da solo, a dondolarsi, le schegge trasparenti di caramella sbriciolata tra le mani. Forse fino al tramonto, quando la luce trascolorava di nuovo e rendeva tutto arancio come il maggiolino di Anna Maria.

«E dopo?» Ho ancora le mani artigliate sulle sue. «Dopo mi hanno trovato. Anna Maria non è stata denunciata e nessuno l'ha più rivista. Che io sappia, non partecipò a nessuna Olimpiade». Lui alza le mani di colpo, in un gesto di fastidio, come a dire di non voler parlarne più.

Il bisogno di generare attrazione che lo spingeva a muoversi. Qualcosa che aveva a che fare con la delusione e l'irrisolto di quei giorni che tracciava la mappa delle sue emozioni. La stessa che lo aveva portato fino al calore che provavamo insieme. E che ora lo spingeva al largo, con cautela. Era fatto così Valerio. Stabiliva legami e poi li cancellava, senza durezza ma in maniera irreversibile.

Si è alzato dal tavolo, il panino morsicato con la salsa rossa ormai rappresa, la mano che si sfiora i riccioli. Il suo corpo agile, snello, abituato a dominare lo spazio. Le braccia che descrivono un arco mentre intercetta la ragazza con la collanina di vetro al collo. Quella che gli ricorda Anna Maria. Sorride e appoggia le dita sul bracciolo della sua sedia e le chiede una sigaretta o un'informazione, chi lo sa. Lo guardo e vedo la sua attenzione sfuggire via da me, e non c’è nulla che io possa fare per trattenere il suo sguardo, la sua fame.

Non ho abbastanza pazienza per restare immobile e diventare trasparente. Non voglio essere costretta a vedere i suoi occhi che mi danno la stessa importanza di un tavolo, una sedia, un letto o un tetto. Vorrei morderlo e vederlo nudo, gli occhi accesi e le sue mani che mi serrano la gola, il modo in cui esisto solo per lui, mentre mi manca il respiro e con lo sguardo lo sfido a continuare a stringere. Divento liquida sotto quel tocco, eccitata dal suo odore di sapone e pelle salata e ho paura che non avrò mai più niente di altrettanto intenso. Mi ferisco le mani piantandoci dentro le unghie in questo pub dove a nessuno importa di me. Non smetto fino a quando deboli strisce rosate rendono visibile una piccola parte della rabbia e del dolore che provo.

Di colpo esco nell'aria umida. Senza salutare. Il freddo dopo l'aria satura di fiati del locale. Le dita umide, le ginocchia che tremano. La risata di Valerio mischiata a quella della ragazza sconosciuta. Le sedie di acciaio cromate di quel posto saranno lì anche quando io me ne sarò andata, destinata a diventare un ricordo. Tutto quello che vedo riflesso dal vetro durerà più di noi due.

Le parole che provavo a rendere reali una traccia di pollicino destinata a scomparire.

E poi alla fine, eccole.

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