• Reader for Blind

Le cose che portiamo



Entri in un labirinto fatto di specchi deformanti e quelle che vedi riflesse sono le emozioni nascoste, quelle che non sai neppure di provare.

Leggere queste storie fa un effetto simile. Ti lasci catturare, prendere all'amo e in un attimo sei dentro la testa, il cuore, le paure, gli amori minuscoli dei protagonisti di queste storie narrate sul prima, durante e dopo il Vietnam. Però non sono soltanto storie di guerra, sono storie d'amore. Amore per le loro vite annodate e appese a un destino tragico o assurdamente benevolo, amore per la fidanzata in shorts e maglioncino rosa, amore senza speranza, aggrappati alla foto di una ragazza che forse li aspetta o forse no. Le cose che portano attraverso gli appostamenti e il fango e le zanzare e gli incubi sono oggetti che hanno dei legami con le loro vite lasciate indietro, cose necessarie per tenersi in vita. Elenchi di borracce e bibbie e fumetti e collant di una fidanzata perduta. Ma il peso reale degli oggetti è solo una proiezione delle cose che legano i soldati al mondo lasciato a casa. Laggiù, dove le regole sono diverse, tenersi stretti i frammenti, gli avanzi, a volte talmente minimi da far sorridere il lettore, è un modo per tenersi in piedi, vivi. Chi cade nel fango viene trascinato via, chi inciampa in una mina perde un piede o una mano o un occhio. Talvolta i ragazzi si promettono di uccidersi a vicenda per non soffrire troppo, ma poi quando qualcuno viene ferito l’unica cosa che chiede è di essere tenuto stretto, mentre la vista si appanna e si perdono i sensi.

Fedele alla frase di Calvino «non c'è linguaggio senza inganno», Tim O' Brien parla di cose successe a lui, e poi ci rigira la stessa storia e dice che è accaduto a qualcun altro.

«Tu non sai. Te ne stai nascosto in questa piccola fortezza, dietro al filo spinato e ai sacchi di sabbia e non sai niente di niente. A volte vorrei mangiarmelo, questo posto. Il Vietnam. Vorrei ingoiare il paese intero-il fango, la morte- vorrei proprio mangiarlo e averlo dentro di me. E' questo che provo.»

La guerra ti fa molte cose. Ti rende buono. Cattivo. Ti rende fragile. O forte. Ti rende uomo. Vivere al centro di sé stessi, concentrati su ogni piccola cosa che succede, e tutto questo all'età di vent'anni o poco più. È quest l'età dei soldati. Vent'anni. Quando il mondo inizia a riempirti di promesse e poi non le mantiene. Quello che resta dopo tutto sei tu. La persona che cammina sul lato in penombra della strada, intento a guardare le vite degli altri.

«Andai in guerra perché non potevo sopportare la vergogna della fuga.»


Così in un inferno, impossibile da condividere realmente con chi si sveglia e incontra la sua comfort zone, succede di guardare il cielo di un azzurro talmente forte da essere insopportabile. Quello sguardo di pace ti rende sensibile. Connesso alle storie degli altri. Senti il sangue. La melma che ti entra in bocca e ti toglie l’aria. Senti la rabbia. Il compiacimento. Sei aperto al mondo che è intorno e dentro di te.

Tra le storie narrate c'è quella, accecante, dura, della fidanzata che va a trovare il suo ragazzo e si innamora della guerra. Della morte. Della caccia. Lui la ritrova con al collo una collana fatta di lingue umane essiccate, e lei è talmente vicina all'essenza umana più selvaggia da essere diventata un'altra persona.

La guerra fa anche questo. Ti trovi vicino a pulsioni che ti disvelano. Impietose.

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