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Mutande fasciste



C’è questo sogno in cui torniamo a vivere insieme. Abitiamo in un palazzo di edilizia fascista molto simile alla sede della posta centrale a piazza Matteotti, Napoli. Dei lastroni di marmo imponenti e i nostri cognomi incisi nel bronzo di una targa contenente l’elenco di tutti gli inquilini, alla destra del portone d’ingresso. Un portone di bronzo anche questo. Accanto ai nomi incisi non c’è un pulsante da spingere o un codice numerico da digitare. Mi chiedo perciò come si possa accedere al palazzo da non inquilini. Se qualcuno mi viene a trovare come mi avverte del suo arrivo? Sulla zolla bronzea solo i nostri cognomi scritti vicini. Infilo il dito nelle lettere incise, provo a ipotizzare che sfiorando la B la A la S del titolo con cui è microcippata la tua stirpe e poi la E la R e la I del cognome che mi hanno dato in prestito quelli che hanno adottato mio nonno paterno, provo a ipotizzare che sfiorando con l’indice queste lettere si attivi una specie di codice luminoso con cui le persone possono segnalarci il loro arrivo. Una cosa simile ai disegnini di sblocco sui touch screen dei cellulari. Ma resta il problema che non vedo un microfono contro cui parlare ne tanto meno una microcamera che rifletta una faccia distorta sui toni del grigio. Come la vedo la gente che arriva? Come faccio a riconoscerne la voce? E poi non s’illumina niente, le lettere rimangono mute.

La scena iniziale del sogno però non è questa, ma un’altra. Siamo a casa di qualcuno, seduti attorno ad un tavolo ovale mi sei difronte e sembri sereno come Macbeth dopo l’uccisione del re. Io parlo con qualcuno che non vedo, un lungo discorso in cui insisto a chiamare i miei capezzoli “bottoncini” e spiego qualcosa che attiene al libro sulle lacrime degli eroi di Matteo Nucci. Non tocchiamo nulla del cibo che c’è in tavola. Mentre io osservo che si tratta di tutte pietanze cruditè quando magari una cosa calda ci stava meglio - soprattutto ora che ho la voce rauca perché ho parlato tanto di bottoncini e di eroi e cerco di convincere i commensali fantasmi su quanto sarebbe bello chiedere a Nucci di organizzare un viaggio in cui ci faccia da guida per tutta l’Ellade – tu conti a mente le calorie dei piatti e fai notare che Nucci non lo conosciamo nemmeno. Allora propongo di risolvere la cosa con una richiesta via tweet. L’idea non suscita reazioni, tu mi fissi e sembri aspettare qualcosa. Io cerco di mettere a fuoco altri dettagli della casa, ma a parte il tavolo e te, tutto è ovattato come nelle notti bianche. Dopo ci sono io davanti al portone di questo palazzo fascista, so che tu sei già su in casa, che leggo i cognomi e mi faccio le domande che già sai.

Noto che nel palazzo ci abita pure un certo DANTE CAPPELLETTI le cui lettere sono incise in dimensioni molto maggiori rispetto a tutti gli altri. Attraverso l’atrio e mi dirigo verso le cassette di legno della posta per vedere se è arrivato qualcosa. È una zona luminosa quella della corrispondenza, dove le colonne di marmo lasciano il passo a delle strette e lunghe vetrate. Ai piedi di una di queste, su un marmo più basso, una catasta di panni che sanno di bucato caldo appena raccolto via dal sole. Metto le mani tra i tessuti e riconosco molte mie mutande, alcune magliette e un paio di vestiti. Escludo a mente che in un palazzo così chic ci sia un terrazzo condominiale su cui andiamo a stendere tutti insieme come pure escludo la possibilità di un vicino così tanto gentile da piegarmi tutta la biancheria e lasciarmela pronta all’uso accanto alla posta. Riconosco tra questi indumenti anche alcuni capi del mio armadio che ero sicura di aver buttato via dopo che mi hai lasciata. In particolar modo le mutande. Ho dato via tutte quelle che mi ricordavano te una domenica mattina, su via dei Castani a un passeggino di zingari le ho regalate. È stato uno dei passaggi più dolorosi quello del dare via parti di me che contenevano te. E non ci si pensa mai troppo a quanto persino una mutanda possa raccontare di una storia. Poi quando ti ritrovi con solo la mutanda e più nessuna storia, ti torna in mente quella frase da film western su l’uomo senza pistola che incontra l’uomo con la pistola e capisci che se non ti disfi di quelle mutande ne va della tua stessa vita. E anche tu ci tenevi alle mutande perché proprio le mutande sono state indizio di tradimento. Ogni volta che mi hai tradita hai comprato mutande nuove. Avevi bisogno di mutande senza storia che non ti facessero sentire in colpa mentre che qualcun’altra te le sfilava. Mutande da battesimo, quelle bucate o dall’elastico allentato sono reliquie nostre che ti guardavi bene dal mostrare.

Non c’è nulla in questo sogno che non abbia il sapore della resa. Il grosso del bucato raccolto è roba mia e devo capire come fare a portarmela su in casa. È tanta roba e da sola non riesco. Altra roba è nel bagagliaio della macchina parcheggiata davanti al palazzo ed è per questo che mi trovo ancora fuori casa mentre tu sei già salito. Dovevo prendere le mie cose dall’auto. Poi mi sono fatta distrarre dal portone e tutto il resto. Mi dico che forse la cosa migliore sarebbe quella di chiederti una mano, ma siamo ancora in una fase delicata di questa nostra riconciliazione. Hai presente il discorso sulla noia? Il fatto che quando due che si lasciano poi tornano insieme c’è tutta una fase paranoide iniziale in cui si tenta di evitare la noia come se fosse per colpa della noia che due si dicono che non si amano più? Ecco, ci sono tutta una serie di faccende noiose che i tipi in crisi evitano di chiedersi vicendevolmente. E chiederti di darmi una mano a salire la mia roba in casa è una attività noiosa ad alto rischio di nuova separazione. Che poi pure a volerti chiamare non ho un telefono e non c’è un citofono da far vibrare. Dovrei salire al piano e bussare alla porta (non ho le chiavi) e chiederti se per favore, se non ti disturba troppo, scendere un attimo con me giù a recuperare le mie mutande, che poi sarebbero le nostre. Che qualcuno è stato così gentile da farmi ritrovare accanto alla posta, giù dabbasso al portone di casa. Tu mi risponderesti che si tratta di una richiesta d’aiuto estremamente noiosa, che non hai nessuna voglia di recuperare le mutande passate e che, anzi, non sei tornato con me per nostalgia. Mi dici “ho bisogno di emozioni nuove, mi devi far rinnamorare di te Ca, lo capisci?”. Perciò resto nell’atrio, mi siedo accanto alla pila di indumenti e mi dico che sei troppo emotivo per crescere. E mi chiedo quanto tempo ancora passerà prima che sarai tu ad accorgerti della mia assenza.

E comunque è stato Natale e sta per tornare. Ancora e nonostante la tua assenza. È arrivata persino l’estate. La primavera non la conto, però l’autunno sì, perché porta con strafottenza il segno del tuo compleanno, l’ultima tua scia. C’è poi la mia insistenza a oltranza. La chiamo inappetenza. Talvolta noncuranza. Mancanza di sostanza ad andar via. La mia. In questi giorni è morto un certo Franchino manager dei vip di cui non ne sapevo niente. È un’ignoranza che devasta, quella sua vita di Franchino, perché passa da vicolo corto, mi spinge sulla casella delle probabilità e si scrocia con te a Parco della Vittoria, a un passo dal via. Vi sfiorate tu e Franchino, mentre io resto muta davanti alle vostre vite in scorrimento, alle manifestazioni d’affetto che colorano il ricordo di Franchino mentre tu mi diventi fluorescente tra le mani. L’avrai incontrato un altro cane da adottare? Funziona cambiare lenzuola per dimenticarmi-ti-ci-vi? Aida sta bene, tanto per fartelo sapere. Abbaia allo sforzo violento di spingerti lontano dal petto. Di notte passeggia per casa e comunque sta compiendo degli esperimenti su questo fatto molto alla moda ultimamente dei ritmi circadiani della vita. Quanto a me faccio sogni stancanti, come sempre mi dirai. Ho tagliato tre volte i capelli, ne ho cambiato due volte il colore. Mi inquieta quello che l’Aquinate scrive sui denti e sui capelli nel Summa contra Gentiles circa l’ipotesi che abbiano una memoria. Perciò fino a quando non sarò di nuovo felice gli impedirò di crescere. Di denti al momento ne ho tolti tre (compreso l’odontoma – discutevo con te nell’altra vita sui rischi che correvo ad eliminare il benigno dall’arcata superiore), me ne restano da togliere ancora due. C’è sovraffollamento nella mia bocca e tra i pensieri. Possa la terra essergli lieve a tutti questi miei denti abortiti, a tutti questi miei capelli spezzati. Ho perso di nuovo 10 chili, ma in compenso ho imparato a cucinare, ricevo i complimenti di chi siede alla mia tavola e mi ringrazia delle cose buone offerte in pasto. Qualche volta piango pensando a nonna, al passato prossimo in cui eravamo in ospedale, alla sua attesa della mia mano per morire. La psicologa dice che se arrivo in ritardo alla seduta non è colpa del traffico ma della mia resistenza all’abbandono.

[Ogni questione pendente tra noi si fa spazio in questa lontananza. Volevi essere questo: la sparizione. Come nemmeno i morti sono capaci a fare. Si nasce con un destino segnato. Il mio è quello del dopo].

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