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Le più fortunate



Un viaggio tra passato prossimo e passato meno recente, nella Colombia dominata dalla guerra tra i cartelli del narcotraffico, raccontata dal punto di vista di bambine e ragazze. Tutte hanno frequentato la stessa scuola elementare esclusiva, dalla prima all'ultima classe, nel complicato mondo della prima adolescenza. Ogni racconto è una storia unica, eppure intrecciato agli altri, come lo sono le vite delle persone che si sfiorano pelle, pensieri, sedie e sogni. Dal 1993 al 2013, le storie delle protagoniste hanno un punto in comune, un nucleo duro legato alla impossibilità di dimenticare la loro infanzia, che appare come una vita parallela nelle vite che vivono da adulte, immerse nel loro bisogno di fuga. Lontano dalla Colombia.

Ricche, viziate, sole, con il bisogno di essere amate e di essere trovate carine, le loro storie sono fatte di droga, di città vissute solo tra centri commerciali e ville in stile hollywoodiano, dove un leone in gabbia è uno status symbol, come nell’Italia degli anni 70 la pelliccia. Poi ci sono i rapimenti nella giungla, lo svegliarsi e trovare vuoto e silenzio in una città pattugliata da guerriglieri, dove il mondo sicuro è esploso. La prima storia è quella di Stephanie, che si risveglia a casa in un tranquillo week end di pausa dai genitori, contenta all'inizio e piano piano sprofondata nella paranoia di una villa senza nessuno, con la piscina sporca e senza cibo. L'inquietante presenza dalle palpebre cascanti che bussa con ferma dolcezza alla porta e l'aspetta paziente potrebbe essere un uomo venuto per portarla via o una presenza soprannaturale. Non sappiamo altro. Quello che sentiamo sono le goccioline di sudore di Stephanie racchiuse nell'incavo dei suoi gomiti. Con la gola arsa.

Le più fortunate sono le ragazze che si sono salvate, quelle che sono sopravvissute alle insidie dell'infanzia, alle prese in giro delle altre, al rifiuto sociale, e alla morte. Per alcune di loro il cammino ha comportato immersione nella droga come ragione di vita. Per altre, come Mariela, la vita è rimasta congelata a quando da bambina si succhiava l'estremità della treccia, con le ascelle perennemente macchiate di sudore, e i costumi xxl che si vergognava di indossare. Per quelle che non vediamo adulte possiamo immaginarci storie interrotte. Nessuna è felice nel senso che comunemente si dà alla parola. Ma la felicità, si sa, è un'emozione sopravvalutata.

“Quando aprirò la porta e ti vedrò in quell’aula, lo so io cosa farò. Farò un altro passo, l’ultimo, ti prenderò e ti tirerò verso di me. Sarai morbida tra le mie braccia e per niente simile a un’arma. Ti terrò stretta e ti terrò forte. Se mi verrà da parlare non ci riuscirò perché la mia bocca e la mia faccia e la mia testa saranno sommerse dai tuoi capelli, nero su biondo.”

Le storie di Mariela, Stephanie, la Flaca, Betsy, si intrecciano a quelle di altri personaggi sullo sfondo, come quella di Martin il figlio illegittimo di un trafficante, nato da uno stupro e che da adulto si unisce alla guerriglia e ne fa la sua ragione di vita.

Martin è uno dei personaggi più intensi delle storie raccontate. Il rifiutato che diventa il capo dai capelli biondi, la sua unicità lo salva dall’anonimato, dal disprezzo sociale, dal fallimento. E’ un guerrigliero che vive di sospetto e di appostamenti, con poco cibo e gli occhi induriti. Eppure, la sua durezza si stempera in una nostalgia che mozza il respiro quando pensa alla ragazza che era stata sua amica, e che ha smarrito tanto tempo prima.

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