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Guasti



Non appena inizierete a leggere Guasti, (Voland Edizioni, 2018) un breve (poco più di 100 pagine) ma intensissimo romanzo di Giorgia Tribuiani, non potrete fermarvi fino a che l'ultima pagina non avrà calato il sipario sul frammento di vita della protagonista che, come in una favola nera, aspetta accanto al corpo muto del suo compagno che il tempo passi e che qualcosa accada.

Giada è la compagna di un acclamato fotografo che si è fatto plastinare (la plastinazione è una tecnica che consente la conservazione del corpo e dei tessuti dopo la morte) ed è diventato così un'opera d'arte in un museo, non dissimilmente dalle mostre sul corpo umano o sugli animali impagliati. Ogni giorno Giada va al museo a guardare il corpo del suo amato, quasi come in una veglia protratta, che sembra farci assistere al rovesciamento dei ruoli delle favole: lei diventa una sorta di principe, peraltro privato della magia, e l'uomo è la bella addormentata, imprigionata in un incantesimo crudele e senza una fine che sia possibile intravedere come lieta.

Il senso profondo di orrore si nasconde dietro la domanda a mente fredda se sia giusto o meno lasciare il corpo esposto in una forma traslucida di continuum vitae, dopo l'evento che, per molte religioni, ha qualcosa di sacro, tanto che spezza i legami con i voti e le promesse fatte (per l'Islam marito e moglie diventano due estranei e la moglie non può guardare il corpo del marito, per i cristiani il vincolo matrimoniale cessa con la morte), cedendo a uno stupore attonito. Perché l'esposizione fredda di quel corpo non è il cadavere di un uomo, ma solo una forma a tratti bizzarra di arte, magari estrema, magari disturbante, ma di arte. Almeno questo è quello che Giada sente dire da quelli che la circondano e che la esortano a lasciare quel luogo, dove i suoi monologhi disturbano i visitatori.

Lei però non può lasciare quella veglia. Quella veglia è il suo presente, il suo modo di essere e di esistere nel tempo. La veglia di Giada è il protrarsi non solo e non tanto di un attaccamento amoroso, ma del suo legame con la realtà.

Senza quella veglia lei non è sicura di esistere. Quella veglia è il suo posto nel mondo.

I guasti, che danno il titolo al romanzo, rappresentano questo: il modo frettoloso e irrispettoso in cui chi dice di amarci ci trasforma nell'immagine perfetta e irreale del proprio ego; i guasti sono i modi in cui noi manchiamo verso noi stessi. Ma questo scempio dipende da noi. Perché non c'è niente che ci possa venir fatto, se noi non vogliamo.

Il compagno, destinando sé stesso a una forma, sia pure umana, di immortalità ha sottratto a Giada il diritto di vivere il lutto e la perdita privatamente, con gli amici, e sottraendo il suo corpo alla decomposizione le ha impedito di seppellirlo e di rifarsi una vita.

Nel suo morboso isolamento, Giada fa amicizia con un vigilante del museo, che ogni giorno le porta un cornetto alla marmellata, e con quel piccolo gesto umano tenta di riportarla in un mondo dove i vivi sentono il dolore e la vicinanza con gli altri esseri umani. Un mondo dove i vivi ridono, piangono, si toccano e sono reali.

La situazione precipita di colpo quando un collezionista molto ricco annuncia di voler comprare l'opera d'arte, il corpo plastinato, e che finirà in un luogo inavvicinabile per Giada. Da qui prende il via la parte finale del romanzo, che porterà Giada a una decisione meno passiva e a una autoconsapevolezza destinata a svegliarla dal sonno emotivo in cui vaga, quasi come una sonnambula.

«Il vigilante portò una mano al cuore: “le chiedo scusa, non volevo essere indiscreto”, poi aprì il sacchetto. “Ecco”, inclinandolo verso di lei. “Il miglior modo per placare il tormento dell'anima è arrendersi al piacere dei sensi.”

Lei infilò la mano.

Tirò fuori il cornetto.

Deve solo scegliere il titolo del suo libro: la sua piccola idea.»

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