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Libri per l'estate



Carissimi amici, l’estate è finalmente arrivata.

Molti di voi potranno dedicare alla lettura la maggior parte del proprio tempo, mentre altri saranno meno fortunati. Ma, la domanda che vi accomuna tutti è sicuramente la stessa: «Cosa posso leggere quest’estate?»

Non abbiate timore! Noi di Reader For Blind abbiamo chiesto a diversi autori di indicarci alcuni titoli per loro significativi. Speriamo sinceramente che questa lista possa esservi d’ispirazione e che alcuni di questi libri possano diventare significativi anche per voi.

Luca Martini

L’abbandonatrice di Stefano Bonazzi (Fernandel, 2017)

Durante l’inaugurazione della sua prima mostra fotografica, Davide riceve una chiamata: Sofia, l’amica di cui aveva perso le tracce anni prima, si è tolta la vita. Al funerale, Davide conoscerà Diamante, figlio di Sofia. Tornato a Bologna insieme a Diamante, Davide si ritroverà a vivere una complicata convivenza a tre che coinvolge anche Oscar, il suo compagno, e grazie alla quale riemergerà la storia di Sofia, colei che lascia per paura di essere lasciata: una storia di abbandoni e di fughe, di silenzi e di madri dai comportamenti irrazionali e inspiegabili. L’abbandonatrice è un romanzo che racconta gli attacchi di panico e la droga, l’adolescenza e il disagio. Un romanzo sulle responsabilità che ogni scelta comporta e sulla difficoltà ad accettarne le conseguenze, a qualunque età, qualunque ruolo la vita ci abbia riservato.

Gli annientatori di Gianluca Morozzi (Tea, 2018)

«Quand'è iniziato il percorso che mi ha portato a quest'inumana dannazione?» A chiederselo è Giulio Maspero, giovane autore bolognese con due radicatissime passioni: la scrittura e le ragazze. Due strade certe per la rovina. Infatti, tra qualche romanzo più o meno di successo e qualche flirt non proprio innocente, nel mezzo di una calda estate si ritrova senza fidanzata - soprattutto senza la sua casa in cui vivere comodamente - e privo della pace necessaria per completare il romanzo che possa liberarlo, una volta per tutte, dalle insidie di un conto pericolosamente in rosso. Ma poi, in una delle sue serate solitarie in giro per Bologna, si imbatte in un fumettista cialtrone e grottesco in partenza per l'Uruguay, che gli offre di trasferirsi a casa sua per prendersi cura delle piante durante la sua assenza. Sempre in equilibrio tra reale e surreale, con la consueta abilità Gianluca Morozzi accompagna i suoi lettori lungo una storia in cui, a poco a poco, dalle piccole crepe che si aprono in una situazione comune, filtra l'oscurità inquietante che si nasconde dietro la «normalità».

Le spose sepolte di Marilù Oliva (Harper Collins, 2018)

Dove sono finite quelle donne misteriosamente sparite da anni, mogli e madri di cui i mariti sostengono di non sapere nulla? Uno dopo l’altro, i loro corpi vengono ritrovati grazie a un killer implacabile che costringe chi le ha fatte scomparire a confessare dove si trovano le loro ossa e poi uccide i colpevoli, sempre assolti dai tribunali per mancanza di prove. Il rituale è feroce e spietato: l’assassino vuole così rendere giustizia alle spose sepolte. I pochi indizi lasciati sulla scena del crimine conducono a un piccolo paese, Monterocca, soprannominato la Città delle Donne, un territorio nell’Appennino bolognese circoscritto da mura ed elementi naturali, governato da una giunta completamente al femminile. Il team investigativo, in cui spicca la giovane ispettrice Micol Medici, si trova catapultato in una realtà di provincia quasi isolata dal mondo, con una natura montana che fa da contorno e molti misteri avvolti nella nebbia. Un inquietante enigma conduce gli inquirenti al Centro Studi Rita, un’azienda farmaceutica che sta sintetizzando un anestetico speciale: lo stesso utilizzato dal serial killer come siero della verità per far confessare i colpevoli. Con Le spose sepolte Marilù Oliva ribalta il genere giallo e ci regala un’indagine mozzafiato che sconfina nel thriller, intrisa di terrore e mistero. Un’ambientazione unica, dove niente è come sembra. Un romanzo con una protagonista indimenticabile, Micol Medici, costretta a farsi largo in un universo di uomini.

Gianluca Morozzi

Drammi quotidiani di Paolo Panzacchi (Pendragon, 2018)

Francesco Garelli, giovane pubblicitario, è sposato con Giulia e ha una figlia di tre anni di nome Elena. Conduce una vita frenetica, dividendosi tra gli impegni di lavoro e quelli del ménage familiare, il tutto condito da qualche rimpianto, rapporti di amicizia saltuari, suoceri invadenti, genitori stressanti e piccole invidie. Francesco è insoddisfatto del rapporto con la moglie, ma crede che ci siano margini per migliorare: per questo le proverà tutte, dallo champagne al pilates, sino a quando non sarà colpito da una strana influenza, durante la quale rifletterà sulla propria condizione. E maturerà una decisione irrevocabile: sparire per sempre. Naturalmente, però, tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare...

A volte ritorno di John Niven, traduzione di Marco Rossari, (Einaudi, 2011)

Dopo una vacanza di qualche secolo Dio è tornato in ufficio, in Paradiso, e per prima cosa chiede al suo staff un brief sugli ultimi avvenimenti. I suoi gli fanno un quadro talmente catastrofico - preti che molestano i bambini, enormità di cibo sprecato e popolazioni che muoiono di fame... - che Dio si vede costretto a rimandare giù il figlio per dare una sistemata. JC (Jesus Christ) gli dice: «sei sicuro sia una buona idea? Non ti ricordi cosa è successo l'altra volta?» Ma Dio è irremovibile. Così JC piomba a NY, dove vive con alcuni drop-out e ha modo di rendersi conto in prima persona dell'assurdità del mondo degli uomini. E cerca, come può, di dare una mano. Il ragazzo non sa fare niente, eccetto suonare la chitarra. E riesce a finire in un programma di talenti alla tv. Un gran bel modo per fare arrivare il suo messaggio a un sacco di gente. Ma, come già in passato, anche oggi chi sta dalla parte dei marginali non è propriamente ben visto dalle autorità.

L'arte della guerra di Gianluca Fortini, (Fernandel, 2018)

L’arto della guerra racconta la vera storia del “Piazzatore”. L’arto in questione è il piede, e la guerra è quella dichiarata dal protagonista nei confronti del prossimo piazzando calci nel culo a destra e a manca, cosa che ben presto trasformerà un giovane analfabeta funzionale affetto da dislessia nell’uomo più temuto dai felsinei, incubo delle forze dell’ordine e nemico giurato della giunta comunale. Il punto di svolta infatti è il calcio nel sedere con cui il protagonista colpisce il sindaco, così potente da fargli perdere i sensi. Da quel momento i giornali inizieranno a parlare di lui ribattezzandolo “il Piazzatore”, dandogli una grande popolarità e la consapevolezza di essere diventato un uomo nuovo, lontano da quella condizione di lassismo e fatalismo in cui aveva vissuto fino ad allora. Un romanzo che racconta come sia possibile rinascere a forza di calci nel sedere ben assestati.

Aria di neve di Serena Venditto, (Mondadori, 2014)

Ariel è una ragazza italo-americana che ha girato mezzo mondo e ora vive nell’adorata Napoli. Lavora come traduttrice di romanzi rosa dai titoli immancabilmente profumati di agrumi e, dopo quattro anni di fidanzamento e due di convivenza, è appena stata lasciata da Andrea, l’uomo perfetto, ispettore di polizia e compagno dolce e premuroso. È necessaria una svolta, qualcosa di tanto imprevisto quanto atteso. E così, facendosi coraggio, Ariel si mette alla ricerca di un luogo dove ricominciare da zero. Presto si imbatte nel coloratissimo e disordinato appartamento di via Atri, dove vivono altri tre ragazzi: Malù, sagace archeologa con una passione per i romanzi gialli, Samuel, rappresentante di articoli per gelaterie di origini sardo-nigeriane, e Kobe, talentuoso quanto sgrammaticato pianista giapponese. Un terzetto strambo e caotico cui si aggiunge la presenza fissa di Mycroft, uno stupendo gatto nero dagli occhi verdi che, coi suoi eloquenti miagolii, non ha bisogno della parola per farsi capire alla perfezione. Ariel si sente subito a casa, e tra una chiacchiera in cucina, un concerto e una passeggiata in una Napoli infuocata di sole, le cose per lei riprendono a girare per il verso giusto, al punto che dimenticare Andrea sembra quasi possibile. Ma proprio allora un evento tragico che si consuma molto vicino ai coinquilini rimetterà tutto in gioco e sconvolgerà il microclima di via Atri. Un suicidio vagamente sospetto o un vero e proprio delitto della camera chiusa?

Con penna lieve e ironica, Serena Venditto costruisce una commedia in giallo fitta di omaggi letterari e abitata da personaggi irresistibili, tra i quali spicca il profilo sinuoso e sornione di un gatto destinato a entrare nella Hall of Fame dei suoi illuminati simili.

Luca Ricci

La mite di Fedor Dostoevskij, traduzione di Serena Vitale, (Adelphi, 2018)

Da uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, un racconto forse meno noto delle opere maggiori, una attenta analisi del potere attraverso una storia d'amore.

Cattiva di Rossella Milone (Einaudi, 2018)

La maternità senza i luoghi comuni sulla maternità.

Fancy red di Caterina Bonvicini (Mondadori, 2018)

Un thriller che si apre con il classico cadavere da cui si dipana la storia. È importante tutto il resto, soprattutto la penna in stato di grazia della Bonvicini.

La provocazione di Ismail Kadare, traduzione di Liljana Cuka Maksuti, (La Nave di Teseo, 2018)

Un racconto fulminante dal maggior scrittore albanese sulla insensatezza della guerra e delle sue leggi, un nuovo Brecht.

Sandro Bonvissuto

La Passeggiata di Robert Walser, traduzione di Emilio Castellani, (Adelphi, 1976)

In un décor di piccola città svizzera, e della campagna che la circonda, il passeggiatore Walser ci guida, con la sua disperata ironia, in un labirinto della mente, abitato da figure disparate, dalle più amabili alle più inquietanti. Da Eichendorff a Mahler, il vagabondaggio è stato un archetipo ricchissimo della più radicale letteratura moderna. Tutta quella grande tradizione sembra condensarsi, quasi clandestinamente, nella Passeggiata di Walser, a cui lo scrittore ci invita col suo irresistibile tono: «Lei non crederà assolutamente possibile che in una placida passeggiata del genere io m’imbatta in giganti, abbia l’onore d’incontrare professori, visiti di passata librai e funzionari di banca, discorra con cantanti e con attrici, pranzi con signore intellettuali, vada per boschi, imposti lettere pericolose e mi azzuffi fieramente con sarti perfidi e ironici. Eppure ciò può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto».

Lettera di una Sconosciuta di Stefan Zweig, traduzione di Ada Vigliani, (Adelphi, 2009)

«A te, che mai mi hai conosciuta»: è questa l’intestazione della lettera che, nel giorno del suo compleanno, riceve un romanziere viennese, un quarantenne di bell’aspetto a cui la vita ha offerto i suoi doni più ambiti: la ricchezza, la fama e un fascino «morbido e caldo». «Ieri il mio bambino è morto» esordisce la misteriosa donna, e prosegue: «adesso mi sei rimasto solo tu al mondo, solo tu che di me nulla sai». Quando lui leggerà quelle righe, lei sarà già morta: per questo concede a se stessa di raccontargli la propria vita – la vita di una creatura che per più di quindici anni gli ha votato, «con tutta l’abnegazione di una schiava, di un cane», un amore «disperato, umile, sottomesso, attento e colmo di passione», senza mai rivelargli il proprio nome, senza mai chiedere nulla, portandosi dentro un unico, struggente desiderio: che incontrandola, almeno una volta, lui la riconosca. Ma quasi sempre per l’uomo il volto di una donna «rispecchia solo una passione, un gesto infantile, un moto di stanchezza, e svanisce con la stessa facilità di un’immagine allo specchio». Zweig ci trascina nel labirinto di un amore assoluto, offrendoci il ritratto di una donna ardente e viva, e al tempo stesso immateriale come «una musica lontana».

Gianfranco Di Fiore

Dentro di Sandro Bonvissuto (Einaudi, 2012)

«Mi presero le impronte delle dita. Dopo aver raccolto tutte le mie generalità e fatto le fotografie, mi presero anche le impronte delle dita delle mani. E ora stavano su un foglio, sopra il tavolo, proprio davanti a me; sembravano un segreto svelato, una cosa che, fino a poco prima, era intima e privata, e che invece d'ora in avanti tutti avrebbero potuto vedere. Senza dovermi chiedere niente (...) Da quel momento in poi avrebbero continuato a vivere ma senza di me. E io senza di loro».

Trilobiti di Breece D' J Pancake, traduzione di Cristiana Mennella, (Minimum fax, 2016)

Tra le colline e le piane del West Virginia, in un’America desolata e minore, la natura è sporadicamente interrotta da futili avamposti di uomini e il progresso non sempre è una benedizione: qui si muovono i personaggi dei dodici folgoranti racconti di Breece D’J Pancake. Completamente soli, fra un passato irrecuperabile e un domani che pare invisibile e disgregato, sono sorretti da disperati desideri a breve termine – tenere con sé la donna che amano, organizzare lo sciopero che porterà finalmente la ricchezza, vendere alcolici di contrabbando durante un combattimento tra galli – e cristallizzati proprio come i fossili che vengono estratti dalla terra, bloccati in un eterno presente lungo quanto le ere geologiche.

Pancake, maniacale nella ricerca di una lingua scarna ed espressiva, è capace di suscitare la più profonda compassione, di squarciare il velo dell’ambientazione e rivelarci i nostri fantasmi.

La voce inconfondibile, lo straordinario potere di evocazione e un’assoluta perfezione linguistica ne hanno fatto un autore di culto sia per i lettori che per i più grandi scrittori contemporanei, rendendo questo esordio – e, insieme, testamento – un capolavoro senza tempo.

Demetrio Paolin

Fare una lista delle letture per l’estate, il catalogo sotto l’ombrellone non mi è mai piaciuto. Non sono solito dividere i libri attraverso questa categoria. Quindi, perdonate, se le mie scelte saranno vagamente eccentriche.

Il primo libro che consiglio è un saggio di Al Alvarez: Il dio selvaggio (Odoya, traduzione di Mario Manzari, 2017).

È libro che parla del rapporto tra suicidio e letteratura, ne investiga i motivi e i gesti. L’autore raccoglie le testimonianze, ragiona sull’opera di autori che sono stati grandi letterati e sono morti suicidi. Il libro ha tra i suoi diversi pregi, quello di non mostrare il suicidio come un tabù, ma di farlo diventare una sorta di categoria per interpretare l’opera letteraria.

Il secondo libro che consiglio è il romanzo di Anna Adornato, Gli affetti provvisori (Wojtek, 2018).

La casa editrice è piccola, ma la cura e la grafica del testo sono veramente ottime. In più c’è la scrittura della Adornato particolare, che ogni tanto s’arrischia in forzature grammaticali e sintattiche d’autore per fornire appunto questa idea di “provvisorietà”, in cui si racconta la storia di una ragazza che non è mai e in nessun luogo in pace con sé stessa, con il proprio corpo e con il proprio passato. Un’opera bella da leggere.

Il terzo libro che consiglio è un libro di poesia di Mohja Kahf, E-mail da Shaharzad (Aguaplano Editore, traduzione di Mirella Vallone, 2015).

Io non sono un poeta, non so parlare di poesia ma se la leggo riesco a sentire che in qualche modo tocca qualcosa di me che mi è oscuro: «questo è il potere del raccontare una storia -/E all’improvviso ti trovi/ a nuotare nel mare verso la Scogliera dell’Estremità,/a volare verso la Valle di Tutto Ciò che è Possibile/a camminare a piedi nudi su una lama/ sopra l’Abisso delle Fiamme/ ad atterrare in un campo dove lotti con Iblis,/ la cui forma si tramuta nel tuo amante/ nella Morte, nella conoscenza, in Dio,/ il cui volto si tramuta in Shahrazad -// E all’improvviso trovi te stessa».

Paolo Zardi

Dal tuo terrazzo si vede casa mia di Elvis Malaj (Racconti Edizioni, 2017)

Sempre a metà del guado, Elvis Malaj ci restituisce qualche tappa di questo percorso: due mondi, due lingue, fra noi e loro, me e te. Declinazioni dell’inadeguatezza – per forza di cose – poiché a camminare in cima al bordo si finisce per barcollare, e non corrispondere ad alcuna definizione. E così una prima volta non sarà mai abbastanza bella, o abbastanza prima, un approccio mai abbastanza azzeccato, una battuta mai capita fino in fondo, e una metafora? O troppo astratta o presa troppo alla lettera. E qualche volta, per evitare il confronto, si chiederà scusa e si scapperà via approfittando di un incidente; oppure si preferirà il silenzio sin da subito e l’incidente lo si andrà a cercare. Si indosserà una maschera per diventare le persone che vogliamo. Perché il confine, sfumando, è tra finzione e realtà. Dal tuo terrazzo si vede casa mia è l’invito a venire dall’altra parte, a scendere di casa e passare per quella strada. Un’istanza di condivisione e meticciato, di sguardo altro, di cui sentiamo il richiamo.

La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin (Bollati Boringhieri, 2016)

Una donna molto bella che ha avuto una vita difficile e la racconta in tanti piccoli quadri: protagonista la narratrice onnisciente o vari personaggi secondari, diversissimi tra loro: un vecchio indiano americano incontrato in una lavanderia; una ragazza giovanissima che scappa da una clinica messicana di aborti per ricche americane; la suora di una scuola cattolica; un'insegnante gay. Ma soprattutto, una domestica che ritrae, lapidaria ma benevola, le "signore" (e anche qualche "signore") per cui lavora: una storia che dà il titolo all'edizione americana del libro, "Manuale per donne delle pulizie". Tutti ricordano la signora con il cagnolino di Cechov, o la famiglia Glass di Salinger, o l'anziana donna malata di Alzheimer che si innamora di un compagno di sventura, di Alice Munro. Più difficile è ricordare uno qualunque dei protagonisti dei racconti di Raymond Carver. O quelli di Charles Bukowski, l'eterno disadattato che ama l'alcol e le donne. Non che sia possibile ricordare tutti i personaggi di Berlin, ma di certo il tratto pittorico dell'autrice contribuisce a fissarli nella mente. Una vita più che difficile, quella di Lucia Berlin, tormentata dalla scoliosi e dalle sue conseguenze, da un primo matrimonio sfortunato, dalla povertà, e dai lavori tipici degli americani senza radici: ma le esperienze di centralinista, domestica, insegnante precaria o infermiera, e di madre single, forniscono all'autrice un materiale prezioso e vastissimo, che usa per raccontare se stessa.

Simone Ghelli

Sessanta racconti di Dino Buzzati (Mondadori, 1994)

Un susseguirsi di emozioni, risvolti inaspettati e finali abbandonati all’immaginazione del lettore; insieme alle tematiche, prevalentemente, drammatiche e spaventose descritte con ironia, caratterizzano la raccolta Sessanta racconti di Dino Buzzati.

Oblio di David Foster Wallace traduzione di Giovanna Granato, (Einaudi, 2004)

Otto superbi romanzi brevi, l'opera estrema dell'ultimo grande talento della letteratura americana. Un libro che ci mette davanti agli occhi il corpo martoriato, eppure incredibilmente normale, della nostra società

Tre sentieri per il lago di Ingeborg Bachmann, traduzione di Ippolito Pizzetti, (Adelphi, 1989)

Una traduttrice simultanea; una ragazza giovane e pigra, che ama soprattutto dormire e andare dal parrucchiere; Miranda, che vorrebbe proteggersi dal mondo con la sua miopia; una vecchia signora, che viene abbandonata da suo figlio, illustre psichiatra; una grande fotografa, che torna per qualche giorno nella città di suo padre e della sua infanzia: sono queste le disparate figure intorno a cui ruotano i cinque racconti. E anche i mondi a cui queste donne appartengono sono ogni volta diversi: ma tutte, nel loro presente o nel loro passato, hanno qualcosa in comune: Vienna, città dolce e crudele, che lascia un’impronta indelebile. E tutte si scontrano con una dolorante, insanabile solitudine, tutte tentano testardamente di nascondere il panico di chi si sente franare addosso la vita. Qualcosa perseguita queste donne: ma lo scopriremo solo indirettamente, per accenni. Nessuna vuole confessare il suo segreto, e insieme nessuna rinuncia a escogitare una strategia per sopravvivere, anche se vana, muovendosi tra le molte realtà simultanee che premono su di loro, come le diverse lingue si affollano nella mente della traduttrice, come le voci del passato invadono quella della celebre fotografa mentre segue i «sentieri per il lago», come il latrato dei cani, infine, tortura la vecchia signora abbandonata.

Nello stile della Bachmann, arioso e preciso, nel suo sguardo penetrante, che non vuole risparmiarsi nulla, sentiamo agire la grande eredità di limpidezza e lucidità che appartiene ai suoi maestri viennesi: innanzitutto Musil e Roth (e l’omaggio a Roth è qui evidente nel racconto più lungo, dove il protagonista maschile è un ultimo rappresentante dei Trotta, la famiglia di cui conosciamo la saga attraverso La Marcia di Radetzky e La Cripta dei Cappuccini).

Cancroregina di Tommaso Landolfi (Adelphi, 1993)

Cancroregina è il nome di una fantastica astronave, dal dorso lustro e dai mille occhi, dall’«umor bizzarro», dalle «multiformi e complicate viscere». Il già vasto bestiario landolfiano si arricchisce qui di una cosmica belva, nel cui ventre il protagonista trascina la sua eternità, diviso fra la nostalgia di una vita pur ritenuta «impossibile» e il desiderio di una morte che pare aver perduto i suoi connotati di certezza. A Cancroregina l’angosciato avventuriero di questo lungo racconto, che apparve per la prima volta nel 1950, aveva affidato il ruolo di «liberatrice, quella che sulle sue ali (del tutto metaforiche) doveva trasportarmi (non metaforicamente) fuori del mio ingrato mondo». Naturalmente l’impresa ha tragico epilogo (quasi tutto finisce male, in Landolfi) – e nulla cambia nell’opaco orizzonte del personaggio: «Io sono solo qui dentro, solo e senza speranze, press’a poco come prima di cominciare questo folle volo». La fulgida disperazione dell’autore, il suo sguardo volto verso l’interno, impietoso nel valutare la dolorosa impasse di mezza vita e mezza morte in cui soltanto riconosce la propria esistenza – e forse quella comune –, si dilatano in parole d’ampia eco, nel diario di un antichissimo astronauta della mente e del cuore.

Vanni Santoni

Come classici, vista la lista potenzialmente sterminata, e l'impossibilità di una, o anche due preferenze secche, raccomando Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust (Rizzoli, traduzione di Giovanni Bogliolo, 2006) e Ulisse di James Joyce (Einaudi, traduzione di Gianni Celati, 2006) perché hanno definito il nuovo punto omega del romanzo.

Come contemporanei credo che sia opportuno dare la massima possibile attenzione ad Abbacinante di Mircea Cărtărescu (Voland – nei tre volumi che lo compongono –, traduzione di Bruno Mazzoni, 2016), Melancolia della resistenza di László Krasznahorkai (Bompiani, traduzione di Dóra Mészáros, Bruno Ventavoli, 2018) e Terminus Radioso di Antoine Volodine (66thand2nd, traduzione di Anna D’Elia, 2016) perché costituiscono, oggi, il fronte d'onda dell'arte romanzesca.

Per quanto riguarda, invece, l'Italia, mi piacerebbe che venissero riscoperte in modo più perentorio Cristina Campo, di cui consiglio Gli imperdonabili (Adelphi, 1987) ed Elsa Morante in quanto nostra unica autrice psichedelica (per quanto riguarda la sua opera in generale, non ha certo bisogno di riscoperte), con Il mondo salvato dai ragazzini (Einaudi, 2012) e in particolare – si noti l'acronimo – La Sera Domenicale.

Valerio Valentini

Città in fiamme di Garth Risk Hallberg, traduzione di Massimo Bocchiola (Mondadori, 2016)

New York, 1977. Il Bronx è in fiamme e Central Park è il terreno di caccia di rapinatori ed eroinomani, il punk sta nascendo e l'Aids è alle porte, gli artisti ancora affittano le soffitte a Manhattan. La notte di Capodanno corre sul filo del rasoio. È quasi mezzanotte quando si alza una tempesta di neve e, nel frastuono dei fuochi d'artificio, uno scoppio attraversa Central Park. Uno sparo. Il momento esatto in cui scocca la mezzanotte. Gli eventi intrecciano i destini di un insolito gruppo di newyorkesi: Regan e William Hamilton-Sweeney, i riluttanti eredi di una delle più straordinarie fortune di New York; Keith e Mercer, gli uomini che, nel bene e nel male, li amano; Charlie e Samantha, due ragazzini di Long Island attratti a Manhattan dall'incandescente scena punk. Il momento esatto in cui la pillola fa effetto. I nuovi arrivati incantati dalla città e quelli che della città sono così stufi che la darebbero alle fiamme: tutti in qualche modo parte dell'ossessione di un reporter e di un detective che cercano di capire cosa c'entra ciascuno di loro con lo sparo in Central Park. Il momento esatto in cui va via la luce. Che lo sappiano o meno, sono tutti legati dalla stessa storia - una storia su quanto le persone più vicine a noi sono a volte le più difficili da conoscere, una storia dove amore e arte, crimine e tradimento, Storia e rivoluzione sono racchiusi in un unico ordigno, pronto a esplodere. New York, 1977. Il momento esatto in cui esplode.

Corpus Christi di Bret Anthony Johnston, traduzione di Federica Aceto (Einaudi, 2018)

A Corpus Christi, Texas, c'è quell'aria carica di elettricità che precede le tempeste. E genitori, figli e amanti che provano a restare in piedi, nonostante tutto.

Cometa di Gregorio Magini (Neo Edizioni, 2018)

In un punto preciso dello spaziotempo Raffaele, satiro irrequieto, inciampa da una storia all'altra in cerca di successo e Fabio, misantropo nerd, insegue se stesso e la fortuna in un agone digitale di improbabili social. L'incrocio sbilenco delle loro vite innesca un romanzo selvaggio, labirintico, possente. Cometa è l'epopea disastrata, erotica e lisergica degli eroi senza motivo. Archetipi di una generazione fuori fuoco, il cui centro è dappertutto ma sempre altrove. L'odissea senza approdo di una stirpe di eletti a niente che cavalca il progresso come una pulce su un cavallo imbizzarrito, traghettata da sogni frenetici e deliri tecnologici. Gregorio Magini celebra il dispiegarsi incerto dell'epoca che viviamo e approda a una visione del futuro a cui tutti, volenti o impotenti, siamo destinati.

Ritorno a Harlem di Claude McKay, traduzione di Emmanuele Jonathan Pilia (D Editore, 2018)

Voi che state per perdervi tra le vie e tra i colori di Harlem, attenti: alcool, fumo, sesso e gioco d’azzardo grondano dalle pagine di questo libro. Pubblicato per la prima volta nel 1928, Ritorno a Harlem è il romanzo con cui Claude McKay fece conoscere al mondo intero i colori e le passioni di una cultura, quella afroamericana, che ha saputo mescolare avanguardia e sensualità, riscatto sociale e lussuria sfrenata.

La Harlem di McKay non è semplicemente un quartiere, ma è un ostinato jazz che si distende sotto forma di romanzo, è amore carnale che parla con una prosa potente e rapida, è un odore forte e pungente emanato da ogni singola sillaba del libro che ha ispirato uomini come Martin Luther King.

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