• Reader for Blind

Pompini e caramelle



«Ma com’è che non ti è venuto duro, eh, ce lo vuoi dire? Non è possibile, dai.»

Marco, Chicco e Tom stanno lì, a sghignazzare, e già mi pento di averglielo raccontato.

«Dai, zio», sta dicendo Chicco. «Sei più finocchio di… di un finocchio, oh!» Non sa mettere in fila due parole, Chicco, ma in quel momento tutti giù a ridere, e so che, in quel pomeriggio dei miei tredici anni, ho perso il loro rispetto.

Un po’ me lo merito pure. Camilla, la trrroia (se lo dice da sola, eh, e le esce proprio così perché ha la erre moscia), mi ha offerto il Paradiso e io l’ho rifiutato. Il Sacro Graal, il Boccino d’Oro, voglio dire un pompino ― o una sega, ormai non lo scoprirò più.

«Cioè, la Cami ti si struscia addosso, ti accarezza la cosa più preziosa che hai, e tu non ci fai niente?» Marco è tutto teso, vuole far vedere che si sta sforzando di capire. «Sei pazzo?»

Di sicuro, mi vergogno a morte. Ha ragione Chicco, com’è possibile che non mi si sia rizzato? Ho tredici anni, mi attizza pure la supplente di Geografia. All’improvviso ho paura della fica? Oddio, è una cosa possibile? Mi ci manca solo quello.

«Vabbè», sta dicendo Tom, «passiamo dalla Droga a prendere una lattina?»

La “Droga” è la drogheria all’angolo, dietro la scuola, un posto talmente anacronistico che ci sembra solo giusto derubarlo. Rubacchiamo caramelle, eh, niente di che – sì, siamo ladri di caramelle. Diventiamo anacronistici pure noi, in quel posto.

Mentre ci avviciniamo comincio a pensare che questa è una prova, che posso avere subito il mio riscatto sociale. Perché le caramelle, di solito, io non le frego nemmeno, ma so che questa volta non potrò tirarmi indietro.

Entrando vedo la solita signora alla cassa, con gli occhiali appesi al collo e la messa in piega da sciura. Suo marito fa avanti e indietro dal retro: non sai mai cosa stia facendo, quale sia il suo lavoro, in effetti, perché non fa altro che andare avanti e indietro. Grosso, grasso e con l’ultimo numero della Settimana Enigmistica arrotolato nella mano. Sembra uno che può ammazzarti con un ceffone, ma che gli prenderebbe un colpo se solo camminasse troppo veloce.

Ed eccoci lì, fra le corsie: raccogliamo una lattina di Coca a testa e continuiamo a camminare. Lì nell’angolo ci sono le caramelle. Non sono convinto, ma Chicco comincia a stuzzicarmi a bassa voce mentre Marco e Tom si danno di gomito, si stanno scompisciando.

«Cosa state facendo, là dietro?» Perfino la sciura comincia a mettermi pressione, e allora fanculo, che devo fare? Tuffo una mano nel cestino delle Goleador e ne prendo un casino, me le ficco in tasca. Ma non mi accontento: rituffo la mano e ne prendo ancora, da tutti i cestini, caramelle alla frutta, alla cola, alla liquirizia che mi fanno pure schifo, merda, me le prendo tutte queste cazzo di Goleador.

Finisce che ho le tasche strapiene, senza pudore, ma cerco di camuffare il rigonfiamento e mi avvio con arroganza per pagare la Coca.

Allora, arrivando in cassa, mi accorgo dello sguardo della sciura: pare tipo indignata, con quella faccia che fanno a volte le persone di una certa età. Ho una brutta sensazione, un presentimento, e allora mi giro e la vedo, appesa in un angolo di soffitto: una telecamera di sicurezza nuova nuova. Porca puttana. Gli altri stanno ancora ridendo come coglioni quando la sciura strilla «Mario! Mario!» Non si sono resi conto, ma adesso scattano come sorci e mi lasciano lì, portandosi dietro le lattine di Coca che non hanno pagato. La sciura si alza per corrergli dietro, ma è ovvio che non ce la può fare e allora si mette di traverso per sbarrare la strada a me.

Intanto, il signor Mario, suo marito, è arrivato, un po’ confuso, un po’ incazzato e pronto a menare. In preda al panico alzo le mani, appoggio la Coca sul nastro, non si sa mai, e dico: «Ecco, non la stavo prendendo, non volevo mica rubarla», e poso cinquanta centesimi accanto al registratore di cassa.

Ma alla parola “rubarla” il grosso signor Mario si è riscosso, ha capito all’improvviso la situazione e gli basta quello, si innesca, viene avanti a passi pesanti e fa per agguantarmi.

Senza farmelo ripetere due volte, corro. La sciura è lì con le braccia spalancate e quindi devo scavalcare il bancone, picchio il ginocchio, salto dall’altra parte e mi prendo una storta. Caramelle dappertutto. Schizzo fuori dalla porta automatica, libero, piagnucolante, un po’ zoppicante. Sento la sciura che arriva sulla soglia per urlarmi dietro insieme al marito, ma anche da zoppo so che tanto non mi possono raggiungere. Mi lascio dietro una scia di caramelle, le ho perse tutte, porca troia, ma sono scappato.

Per un po’ continuo a corricchiare in avanti, sempre in avanti, facendo la strada che han fatto Chicco e gli altri, credo, ma forse no, e comunque si sono già dileguati da un pezzo. Mi torna in mente Camilla, chissà perché, e non so bene se devo essere eccitato o depresso.

E mentre svolto a destra e vado verso casa, infilando le mani in tasca, trovo che c’è rimasta una Goleador, l’ultima. La scarto e me la metto in bocca: sa di liquirizia.

Mi fa un po’ schifo, ma va bene così.

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