• Reader for Blind

Raccontami il mondo che mi piace



Gregory Crewdson, Untitled, from series Beneath the Roses, 2006

Non so come ci arrivo, ma all'improvviso la vedo.

È in un vicolo, ferma davanti a uno specchio. Sono lontana, ma riesco a vedere che osserva il suo riflesso. O almeno così mi pare. Lo specchio è appeso a un muro di mattoni. È lungo, quasi a figura intera; la contiene tutta, lei che è così piccola - fragile, ma di ferro, in un modo che quasi non so comprendere. Subito dopo, la pendenza del selciato aumenta: la strada inizia a salire e si trasforma in una scalinata. Ogni tanto la vedo girarsi, smarrita, e guardare in alto, come se stesse aspettando qualcuno. Non so se possa vedermi o sentirmi. Spingo tutto il peso del mio corpo in avanti, voglio scoprire se posso muovermi verso di lei. Il primo passo è come tentare di smuovere una forza sconosciuta, eppure mi sposto. I successivi seguono, il muro invalicabile che contiene i miei contorni inizia a scivolare insieme a me. Più mi avvicino, più distinguo i dettagli della sua forma. Mi dà la schiena – quella posizione che mi ha sempre reso facile sorprenderla, ogni volta che, bambina, entravo nella sua stanza – voltata verso lo specchio. Ho come l’impressione che si stia consumando, poco a poco.

Allungo una mano per sfiorarla, per toccare la lana del maglione rosso, che a tratti si sta infeltrendo. Non arrivo a sentire la sua spalla sotto le dita – è sempre stata così minuta? – che all’improvviso si gira. Ora siamo vicinissime, sento il suo profumo intenso, ho gli occhi ancorati al suo color nocciola, che sbiadisce nell’azzurrino affievolito delle cose che scompaiono. Ha una lacrima che le riga la guancia, e mi domando di nuovo se possa vedermi, se mi percepisca. Non ho mai visto quei lineamenti – sempre volitivi – persi nello smarrimento. È la prima volta che mi disorienta. Si accascia su di me e la sento, la inspiro, la sorreggo tutto d’un colpo. Non so cosa devo fare, ma la tengo. Dico parole che non riesco a sentire, le sue lacrime mi cadono sulla spalla, mi scivolano sulle mani, le tocco i vestiti bagnati e non so se sia pioggia, mare, o se abbia pianto tanto da consumare i suoi occhi e anche sé stessa, se si stia corrodendo da sola con quel dolore che io non capisco.

I passi risuonano all’improvviso sulla scala, ci sono dei piedi che scendono veloci. Lo vedo con la coda dell’occhio e so che è lì per lei. La madre apre gli occhi e trova il figlio. In quello sguardo, l’abbraccio di uno strazio che incontra la sua risposta. Lui, sempre così sicuro, ora è incerto. Lascio scivolare la sua forma bagnata dalle mie braccia a quelle di lui, dalla mia spalla alla sua. Sembra un cumulo di rami bianchi passato di mano in mano. Lei alza gli occhi e li incatena ai suoi. Lui prende quella fragilità quasi silvestre e la plasma, la culla. La riscalda. L’immobilità diventa abbandono. Il tremito diventa affidamento.

Io sono di nuovo immobile, arpionata da un uncino che parte dal mio ombelico e scompare nel centro della terra. Guardo quella Pietà rovesciata, l’uomo che custodisce la madre bambina. Tutt’intorno il mondo non esiste: sfumano i contorni del vicolo, sfumano i miei ricordi e quello che penso di sapere. Non sono certa di dove mi trovo. Non sono certa che ci siano suoni.

Poi, la vedo socchiudere le labbra e sforzarsi. Vuole dire qualcosa, ma forse non sa come fare. Forse le sue labbra sono ancorate tra loro, come il mio corpo al suolo, penso. Ci prova ancora, e questa volta una preghiera si fa strada dalla gola, tra i denti, sulla lingua che non è più una foglia secca. È un filo flebile, che non ha nulla della voce che ricordo, così tonda e gorgogliante, come l’acqua che gioca, quando zampilla dalle fontanelle del lungomare.

«Raccontami il mondo che mi piace.»

È appena un sussurro, ma sembra non ci sia mai stato un altro suono nella storia del tempo.

Lo sta implorando, come il bambino una carezza quando la stanza è buia. Come se non ci fosse altra possibilità di salvezza che la risposta a quella supplica.

L’abbraccio di lui la solleva, la avvolge, la carezza. Sa che per placare quel dolore c’è bisogno di volti familiari, del conforto di suoni conosciuti, di cortili, di ciliegi, del respiro degli alberi, e degli occhi di chi c’era. Lo sa e allora inizia a raccontare, la voce continua e morbida, come un flauto, come una polla d’acqua, come tende che si muovono nella corrente di una stanza. Non so se l’ho mai sentito usare quel tono – non lo ricordo, non so più se ho ricordi – una dolcezza che non sembra appartenere a quel corpo così grande, risoluto nella potenza del passo quanto nella curva delle sopracciglia.

La bellezza di quelle parole, di quel canto, mi spacca il petto. È un balsamo, una goccia calda che mi scorre nella gola, nelle orecchie, nelle narici, arriva al mio centro e mi irradia, percorrendo ogni vena, riempiendo ogni atomo della mia superficie.

Il vicolo scompare, lo specchio non esiste più.

Intorno a noi c’è una stanza, due uomini davanti a una scrivania. Il giovane è seduto, intento a scrivere, mentre l’altro, molto più vecchio, lo osserva da dietro. Il pavimento è di legno, i muri sono pesanti, ricoperti da diplomi e riconoscimenti. L’abbigliamento dei due è austero. Dalla finestra arriva il vociare allegro della casa, che si infrange contro la severità di quel lavorare. L’anziano ha baffi bianchi e arcigni, che sfiora appena, mentre segue la mano del ragazzo sulla carta, da sopra la sua spalla. Si interrompono un momento, solo per dirigere lo sguardo verso un punto della stanza, verso di noi, verso di lei. Come se ci avessero sentiti arrivare. Ci guardano e all’improvviso quel mondo antico si riempie di luce. I baffi si aprono in un sorriso mite, e c’è orgoglio, c’è gioia, c’è un amore tanto immenso da riscaldare ogni angolo dell’ambiente in cui siamo.

La luce porta via tutto, e lentamente riconosco i contorni di un giardino. Prima compaiono le foglie, poi una fontana, con lo scorrere dell’acqua, i guizzi di pesci colorati, aghi di piante tropicali e un intenso profumo di glicine. Un bambino ci guarda seduto da un dondolo di ferro e inclina la testa.

Il terreno muta ancora, lo sento sotto le piante dei piedi. Un pendio tra gli ulivi, la terra piena di umori, una corte in lontananza, lembi bianchi di panni stesi e cavalli nella scuderia, mentre voci indistinguibili risuonano intorno a noi. C’è una mano tesa verso di lei, c’è il viso di un uomo con gli occhi chiari che la chiama dolcemente. Occhi limpidi e buoni che diventano mare, che ci avvolge e ci sostiene, mentre la luce del sole si infrange in mille riflessi scomposti.

Distolgo a fatica lo sguardo da quel mondo in continua trasformazione, da quel racconto fatto di persone e immagini, in cui siamo tutti immersi. Lo strappo da lì e cerco il viso di lei.

Non mi vede, ha lo sguardo perso, sereno. Una lacrima le scorre sulla guancia, mentre tiene le mani giunte, al sicuro tra quelle grandi dell’uomo che la culla. È una lacrima dolce.

All’improvviso posso muovermi, sono sempre più leggera.

Intorno a me si sta alzando una nebbia sottile, e inizio a svanire.

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