• Reader for Blind

Risvegli



È notte fonda quando il telefono vibra. È Lui. Lo stomaco della ragazza nuda sotto le lenzuola si contorce, le tempie pulsano.

“Sono tornato qualche ora fa, ti aspetto qui?”. Lei continua a fissare il testo indecisa ma il tumulto del corpo non si placa. Impossibile rinunciare. Deve solo risolvere un problema. Si gira verso la massa scura alla sua destra. Gli scuote la spalla senza tanti complimenti.

«Hey». Nessuna risposta. «Hey!», ripete alzando la voce e strattonando più forte. L’informe sagoma si volta e si trasforma nel luccichio di due occhi neri che la fissano assonnati.

«Che c’è tesoro? Non stai bene?» chiede appoggiandosi sul gomito, dapprima tranquillo e poi allarmato dallo stato di sovraeccitazione di Lei.

«No, no, tutto bene, è solo che…» si guarda intorno confusa, non aveva pensato a un alibi.

«Ehm…» tergiversa. L’Altro si gira per accendere la luce, e quando si volta di nuovo le pianta in faccia gli occhi indagatori.

«Cosa succede amore? Dimmelo, sei tutta sudata»

«Qua dentro fa caldo», si alza e apre la finestra. Il ragazzo scosta le coperte per raggiungerla ma Lei, in piedi al centro del tappeto di fronte al letto, lo blocca dicendogli:

«No no, stai lì, io devo andare…ehm… nonna sta male», lo dice tutto d’un fiato guardandolo negli occhi, perché sa che i bugiardi distolgono lo sguardo.

«E cos’ha? Ti accompagno all’ospedale!» balza in piedi l’Altro.

«No, no, no, è a casa, vado solo io. Niente di grave, ma preferisce non stare sola»

«Ma vengo a farti compagnia»

«Nooo», sbuffa spazientita. Ma poi, ricordandosi che è dalla parte del torto, aggiunge più dolcemente:

«Vuole vedere solo me, lo sai»

«Ma domani mattina hai la prova dell’abito», piagnucola.

«Eh vabbè, che ci vuole a infilare un abito?» risponde avviandosi veloce verso il bagno.

«Tu dormi pure tranquillo!» urla ancora aprendo piano l’acqua della doccia. Avendo timore di subire domande scomode la copre aprendo il rubinetto del lavandino, dando così a intendere che si sta lavando i denti. Tre minuti ed è fatta, si asciuga e si mette la crema corpo costosa, quella che riserva per le occasioni speciali. Si lava i denti e si mette il completino sottratto dal cassetto, quello che punge e si infila in qualsiasi buco del corpo. Si trucca leggermente, si spazzola i capelli, si veste e torna in camera da letto.

«Allora io vado», dice rivolta al buio.

«Ok amore, ti chiamo dopo», risponde l’oscurità con voce già impastata di sonno.

Vola giù dalle scale, inforca la macchina che si accende troppo lentamente per l’impazienza di Lei, ma che una volta in strada esegue docile i comandi della proprietaria, lanciandosi agli ottanta all’ora per le dormienti strade della città.

Poco dopo parcheggia inchiodando. Spegne la macchina, si prende il tempo di respirare. Guarda fisso di fronte a sé, si concentra sull’insegna luminosa del tabaccaio. Pallini bianchi le turbinano davanti agli occhi, il respiro si fa più veloce, il vetro si appanna. È sempre così quando Lui torna. Sei respiri profondi, come le aveva insegnato la sua insegnante di yoga, afferra il manico della borsetta e si avvia. Apre la portiera, chiude la portiera, muove i primi passi in direzione del condominio. Il tempo si dilata, i rumori rimbombano, il cuore ha trovato dimora nelle tempie. Il portoncino del palazzo si staglia severo di fronte a Lei, come il confine tra sogno e realtà.

Suona. Quattro o cinque minuti trascorrono senza risposta. Poi il gracchiare del citofono, il portoncino che sbatte, la corsa su per le scale, terzo piano senza ascensore. Arriva che è senza fiato ma si catapulta dentro. Lo sente vicino, è in salotto. Sta per svegliarsi da quel sogno che dura mesi ogni qualvolta Lui parte. Il risveglio è di solito traumatico, ma quello è uno di quei risvegli come ce ne sono pochi nella vita. È il risveglio in un giorno di sole, il padre che sorride da sopra il caffè, la madre con il pranzo al sacco, la gita con i compagni delle elementari. Il risveglio la mattina di Natale, la nonna sorridente mescola il risotto dall’alba, la casa assordante di rumori di gioia. Il risveglio in tenda nel cortile del liceo durante l’occupazione, il risveglio pigro del primo giorno di ferie, il risveglio in un paese straniero… il suo sorriso nel buio del corridoio è tutti questi risvegli, tutti insieme.

Non parlano, Loro non lo fanno mai, non serve. Sono anima e corpo, un connubio misterioso che pompa da dentro e si irradia negli arti e negli organi, fino ad affiorare sulla pelle. Arrivano nel salotto illuminato, Lui prende dal posacenere una canna abbandonata, le versa del gin, glielo porge, si distende sui grossi cuscini marocchini disposti sul balcone che si affaccia sulla piazza. Ha ancora la divisa addosso, quando la incontra non se la toglie mai, Lei ricorda di averlo visto soltanto così, così o nudo. Le piace Lui con la divisa, gli respira addosso odori di luoghi lontani, che Lei non vedrà mai. Va a distendersi al suo fianco sui cuscini. Lui striscia fino a Lei e poggia la testa sul cuscino, Iliana ne sente il respiro dolce di vino. Le ciglia nere riposano sulla guancia pallida, sembra che dorma, in realtà le sta solo guardando le tette. Senza preavviso ci tuffa dentro il volto, inizia a baciarle, voracemente. Poi scende e le bacia l’ombelico e il ventre morbido. Poi sale, finché i due volti sono uno di fronte all’altro. Lei vorrebbe guardarlo negli occhi ma non ne ha il tempo, Lui si avventa sulla sua bocca. Non è un bacio dolce, neanche passionale. È un bacio quasi stanco, tipico di chi può finalmente riprendere fiato dopo una lunga camminata in salita. Il diktat del bacio finisce e passano a cose più serie. Lui ricomincia a baciarle il corpo, Lei lo stringe a sé. Lui si alza per spegnere la luce e lei si alza di conseguenza, chissà perché. Lui si dirige verso di Lei e la bacia prendendola tra le braccia. Nel frattempo, la conduce sul balcone e una volta lì la gira di schiena e le bacia la nuca. Sotto di lei la piazza risplende di bellezza mentre sotto la sua gonna le mani di Lui si riempiono di carne.

Sono seduti per terra, le gambe intrecciate. Si sono entrati dentro, ora si fissano negli occhi.

«Dormi qua»

«Sai che non posso» «Dormi qua»

«Va bene»

Il sole, trovandoli abbarbicati, si affaccia timido. Per Lei è ora di andare. Si muovono a scatti, non riescono a coordinarsi. Si schivano. Non si guardano più neanche in faccia, figuriamoci negli occhi, nonostante per tutta la notte si fossero guardati nell’anima.

L’abito bianco la fissa accusatore dalla gruccia. Lei lo guarda senza senso di colpa, si sfila la camicetta e la gonna, macchiata.

Lui è una macchia sulla gonna. L’Altro è un abito candido. Ma Lui è una macchia che si allarga,

espandendosi sull’intera sua esistenza. Fa parte di Lei, come un alluce, che per quanto sbatta forte contro il mobile non lo si può amputare, lo si tiene lì e si soffre. In silenzio.

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