• Reader for Blind

Voragine



Sei sott’acqua. In apnea. E ti manca il respiro. Poi ti abitui. A una nuova strana forma di luminosità oscura. Che confonde i contorni delle cose. All’improvviso vivi in una specie di notte perenne, dove il giorno è solo un debole bagliore.

Sei catturato. Sei in un mondo dove la regola è la sopravvivenza. Nessuno ti ama. Nessuno si preoccupa per te. E nessuno comunica con te, neppure tuo padre, se non con gesti bruschi, violenti. Tutto ti fa male.

Questa è la storia di Giovanni. Lo conosciamo bambino che vive con il padre, il fratello e un cane in un deposito di sfasciacarrozze. Non ha una madre. Non sappiamo chi sia e che fine abbia fatto.

Sappiamo che il cane lo morde e il fratello muore.

Sappiamo che ci troviamo in un mondo che sembra post apocalittico, eppure ci lascia dentro un’inquietudine sottile, un filo di sudore gelido. Un senso di impotenza.

Giovanni vaga alla ricerca di cibo, inghiotte topi, e parla senza comunicare davvero con altri esseri deliranti, aggressivi. Quando incontra qualcuno prova a raccontare di sé, del suo bisogno di essere visto, compreso, ma le parole degli altri lo soverchiano e lo ingabbiano. Nessuno sta davvero parlando a nessuno, ma ognuno sta soltanto provando a rendere vivo il proprio senso di spaesamento. Ogni essere è fatto di una solitudine così estrema e crudele che non si può spiegare. Bisogna leggerla.

Sei in un tunnel e non sai quanto durerà il buio. Non sembra possibile che ci sia mai stato un tempo in cui i bambini ridevano nei loro grembiuli a quadretti, in casa c’era profumo di torta e caffè appena fatto. Quel tempo in questo libro non è mai esistito, e noi non possiamo riaverlo perché non l’abbiamo mai vissuto.

Giovanni vaga senza meta, prende i rifiuti di un mondo putrefatto. Lavora come può lavorare uno schiavo sfruttato. Sta in coda e aspetta. Cenni. Segnali. Cibo. Coperte. Fuoco.

La donna lo guarda e la sua faccia è invasa da una rassegnazione severa. Nel buio le labbra sono scomparse. Poi dice: Stai zitto. E lui dice scandendo le parole e parlando più lentamente. Come se parlasse a un bambino che si sta per addormentare. Come se raccontasse a questo bambino i sogni che tra poco incontrerà: che senso ha stare zitti. Io ascolto questa voce e questa voce non è rivolta a me. Io ripeto. Tutto quello che faccio è ripetere. Ho un’altra storia.

Il tempo è acqua dall’odore di fogna e di carcasse macerate nelle pozzanghere.

Questa è un’immagine impietosa di un mondo senza solidarietà.

Il suo incontro con un vecchio che ha perso la vista, ci può riportare nel mondo greco di Tiresia, ma il vecchio non è un profeta. Lui stesso è una specie di dannato dominato da un istinto incontrollabile che lo spinge a uccidere senza motivo, una brama insaziabile di distruzione. Può essere una malattia. Può essere una conseguenza dell’aria avvelenata. Può essere il disvelarsi di una parte nascosta dell’umanità nuda. Quella che non ha cortesia o rispetto.

Può essere un luogo che esiste da qualche parte, e noi non lo sappiamo, nelle nostre vite sicure.

Il linguaggio lirico, potente, disperato ma perfettamente calibrato ti ingoia e poi ti risputa fuori. Divorato. Divorato da un libro. E ne vorresti ancora.

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