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La donna che cercava il violino



La pioggia che cadeva inarrestabile dai tetti stava trasformando le strade in nastri di petrolio. L’incidente era stato segnalato sotto il Cavalcavia Dalmazia. L’uomo guardava le auto, luccicanti e imprudentemente veloci, correre lungo la circonvallazione, oltre i vetri rigati d’acqua del furgone. Si sentiva torpido — e un po’ svogliato — perché la notte aveva sognato il letto vuoto, cosa che gli capitava spesso. Il vuoto aveva la forma di una coscia lunga premuta contro la sua, o di un avvallamento fra le lenzuola come due corpi incastrati l’uno nell’altro (i gemelli da piccoli dormivano così) ma la moglie era morta e i figli erano ormai grandicelli. Avevano la voce che si era fatta a crème brulée, come diceva sua sorella: crosta che fa crock e sostanza, subito sotto, morbida e zuccherina.

L’uomo scese dal furgone, e si avvicinò; la Peugeot rossa si era accorciata di quasi tutto il cofano contro il pilone del cavalcavia. Gli sembrava di conoscere la donna che era in piedi vicino alla macchina.

«Ehi», le disse. «Tutto bene?» ma quando la guardò in viso non riuscì a riconoscerla.

La donna piangeva. Era sconvolta ma non sembrava essersi fatta male.

«Si metta qui tranquilla», le disse facendola accomodare sul furgone. «Beva il tè intanto che faccio il verbale». Qualcosa in lei lo turbava, forse la matita verde che cominciava a colare, forse la smagliatura nelle calze; doveva sentirsi tremendamente in disordine. Dal finestrino del furgone si vedeva il muso della Peugeot tutto arricciato. La donna soffiava sul tè; aveva gli occhi come pozze di cianuro. Era stata la sorella a inventare quell’espressione. Una volta che lui portava i gemelli uno per spalla e lei era in fondo al corridoio, magra e nera, aveva detto: «Che occhi hai, due pozze di cianuro».

«Mia sorella è emo», disse alla donna parandosi davanti al finestrino. «E scrive poesie».

«Ed è una cosa brutta?», chiese la donna staccando la bocca dal bicchiere. Aveva le labbra sottili e pallide.

Lui alzò le spalle: «Solo un po’ sciocca».

«Tante cose sono sciocche», disse lei con gli occhi che tornavano a riempirsi di lacrime e il naso di nuovo rosso. Stava sicuramente pensando alla disattenzione che aveva provocato l’incidente, capitava sempre: il ricordo si ripresentava a ondate, e quando finalmente speravi di aver concluso, l’infortunato riprendeva il perché e il per come dall’inizio, agitato come se non ti fossi prodigato abbastanza in soccorso e rassicurazioni.

«Sa perché è successo?», disse la donna. «Non ricordavo che in Corso Francia ci fosse il divieto di svolta». Stava cercando di smettere di piangere e tratteneva i singhiozzi come una bambina coraggiosa. Lui era concentrato sul verbale.

«Beva il tè. Non siamo in Corso Francia. Questa è Via Fra’ Paolo Sarpi. Non esiste Corso Francia in questa città».

«Infatti», rispose la donna. «Ma ero convinta di essere a Torino, fino a che l’ho vista intestare quel foglio. È un problema perché alle undici ho un appuntamento al teatro San Carlo. Non penso di farcela».

Lui scosse la testa: cinquecento chilometri in un quarto d’ora, neanche la Batmobile. Forse era il caso di accompagnarla in Pronto Soccorso e farla mettere in osservazione.

«Sono così stupida», continuò la donna. «Il mio direttore ci rimarrà malissimo se salterò le prove». Stiracchiò un po’ il braccio, poi disse: «Ha mica fatto caso al violino? Forse sarà sotto gli spartiti. Sono stata fortunata a non farmi male alle dita. Da Corso Francia che strada devo fare per arrivare velocemente al San Carlo?», e dopo queste parole, come se finalmente avesse inteso quello che stava dicendo, atteggiò il viso a puro terrore.

«Siamo a Padova», disse lui. “Stia tranquilla, è solo sconvolta. Il violino deve essere dentro la macchina, vediamo di recuperarlo prima che arrivi il carro attrezzi. Qui siamo a Padova», ripeté. «Fra poco riuscirà a mettere tutto a fuoco. Sta facendo confusione con un avvenimento recente, di solito funziona così».

Ma la donna non si calmava, anzi aveva preso a singhiozzare. «Il mio violino», diceva «dov’è il mio violino? Sono già passati tutti questi anni?». Aveva cominciato a colpirsi la fronte, e istintivamente lui l’aveva afferrata per il polso. Con la mano sinistra, lei lo schiaffeggiò in modo goffo, quasi mancandolo e cadendogli contro il petto. Aveva un profumo strano, piccante, che gli fece girare la testa. Il rumore della pioggia sul tettuccio era come il fragore di una cascata sulle pietre.

Non glielo aveva buttato? Si chiese sbattendo le palpebre. Quando era stato? Una sera che la moglie era tornata a casa con la gonna così corta e così leggera da alzarsi a ogni macchina che passava. Lui aveva avuto un attacco di gelosia bello e buono. Se ne era vergognato ma prima era andato a gettare il flacone verde del profumo nell’immondizia. E non si era scusato. No, decisamente non si era scusato.

«Perché mi hai rotto il violino?», piangeva la donna con la bocca sulla sua divisa. «Non eravamo felici? Io mi sarei accontentata, te l’avevo giurato. Non ti avrei mai parlato dei bambini che non avrei avuto».

«Ne parlavi sempre», le rispose lui impallidendo. «Era diventata un’ossessione.»

Gli sembrava assurdo pensare che ci fosse stata una vita dove erano i figli a essere fantasmi. Una precedente vita di desiderio al posto di un rimpianto, le avrebbe barattate subito.

«Potrei rinunciare a tutti e due», disse «pur di riaverti».

«Tu non rinunciavi», disse la donna. «Tu! Tu! Tu! Il terzo, il quarto. Quando è nata la femmina, mi sembrava di impazzire. Un’altra donna fra di noi, un’altra! Ma ancora non mi lamentavo. Se volevi una squadra, che tua moglie ti facesse la tua squadra!Ma femmine no! Non lo sopportavo. Te l’avevo detto che la bambina non avrebbe dovuto suonare. E tu? Da chi l’hai portata tu per cominciare? Da me!»

Lui l’aveva bruscamente scostata. «Quella sera che eravamo a teatro, te la ricordi? Quando mi hai detto che il medico ti aveva sconsigliato di rimanere incinta. Hai detto che non credevi di correre veramente dei rischi e che non me ne avevi mai parlato prima per non turbarmi. Perché allora l’hai tirato fuori quella sera?»

La donna aveva smesso di piangere. «La Paquita», disse. “La sera della Paquita di Mingus, me la ricordo bene. Eri venuto dietro le quinte».

«Mia sorella faceva la costumista», rispose come a scusarsi dell’intrusione. Le ballerine che scendevano le scale a chiocciola senza appoggiare i talloni e con matasse di tutù raggruppate fra le mani, sfilarono improvvisamente davanti a lui. Aveva ancora occhi che non erano di cianuro, a quel tempo, e sua sorella non era emo anche se scriveva già le sue brutte poesie; portava una specie di cuscinetto crivellato di spilli appuntato su una bretella. «Quella sera è cambiato tutto», ammise. «Tutto il peso che ho ancora dentro.»

La donna annuì. «Certe cose», cercava di spiegarsi «diventano vere solo quando ne parli. Non potevo ignorare quello che avevi detto a tua figlia quando la sollevasti per farle toccare i diamanti che portavo alle orecchie.»

Lui ricordò che la moglie stringeva la spalliera della poltrona di fronte e si sforzava di sorridere. «Non sono preoccupata» diceva, e lui aveva risposto: «Sei tu l’amore della mia vita».

«Un unico amore», pianse la donna. «un unico amore. E io?».

L’uomo cominciò ad annaspare in preda al panico. «Mi sembrava», balbettò «mi sembrava di renderlo più vero se fossimo riusciti a bastare a noi stessi. Guarda a cosa ci ha portato darti retta». Voleva dire “alla tua morte”, ma vide i gemelli addormentati con le gambe intrecciate nei pigiami di ciniglia e rimase zitto, poi aggiunse: «Come ho potuto lasciarti correre il rischio?»

«Tutta la sera ho suonato con la morte nel cuore, ho sbagliato, ho appoggiato l’archetto sulle ginocchia, mi sono sfilata gli orecchini. Quando ci siamo alzati per l’inchino li ho scagliati verso la platea».

«Gli orecchini?» Ora lui ricordava vagamente che la moglie aveva visto brillare qualcosa sotto una delle poltrone. «Un gioiello», aveva detto. «lo consegno al personale». Ma poi se l’era dimenticato sul fondo della borsa, e tempo dopo, quando aveva saputo di essere incinta, l’aveva fatto incastonare su un fermaglio per capelli. L’altro giorno il figlio l’aveva preso in mano e aveva detto: «Ma questo lo metti sulla cravatta?».

«Un orecchino soltanto», disse.

«Tutti e due», rispose la donna prima di crollare di nuovo contro di lui per farsi abbracciare. «Ti sei così arrabbiato. Me li avevi presi a Parigi quando era nata tua figlia perché volevi che anche io avessi un gioiello. Ma rompermi il violino… promettimi che non lo farai più».

L’uomo pensò al giorno prima, quando aveva litigato col figlio (non quello del fermaglio, l’altro) e l’aveva colpito sulla bocca col dorso della mano. Il figlio era andato a sputare il sangue nel lavandino. Gli sembrò improvvisamente una cosa irreparabile, come rompere il manico di uno strumento musicale.

«Ho fatto una sciocchezza», disse. «Cosa posso dire?»

E siccome la donna lo guardava con gratitudine, le sollevò il mento con la mano e la baciò.

Le sue labbra sapevano di ciliegia.

«Dimmi che mi perdoni per gli orecchini», disse la donna.

«Ti perdono. Non ti bastavo ma ti perdono.»

«Anche io non ti bastavo e ti perdono.»

Lui le fece scivolare il trench dalle spalle. La donna indossava un vestitino con la scollatura a barchetta che gli pareva di non avere mai visto e una fusciacca che forse avevano comprato assieme.

«Ci ho messo così tanto a accettarli», le disse baciandole il collo. «Non li sentivo miei, i bambini. Ti avevano rubata.»

La donna sospirava e sorrideva. «Perché non mi hai rapita, rinchiusa, perché non ti rifiutavi di dividermi tutte le sere col mio pubblico? E io che non accettavo una bambina fra le tue braccia. Rapiscimi ora.»

Lui continuò a spogliarla, sciolse la fusciacca, cercò la cerniera della gonna. «Saremo soli noi due», le promise. «Rinunceremo a tutto il resto.»

«A chiunque», mormorò la donna. «Io sarò tua madre e tua figlia e tu pure, il mio pubblico, il mio strumento».

Lui cominciò a penetrarla contro la parete del furgone. «Giura di non abbandonarmi mai», le disse.

«Lo giuro. Anche tu». Ma proprio dopo averlo detto la donna si staccò da lui — fece come per strapparsi dal suo corpo — e si coprì alla meno peggio con la gonna.

«Mi hai uccisa dopo il concerto, o l’hai dimenticato?», gridò.

Il cielo si era fatto d’asfalto e premeva contro i finestrini del furgone.

«Sei morta di parto», ribatté lui spaventato. «Subito dopo! Non avevi più la pancia, ti avevano svuotata.» Si portò le mani la viso. «Eri come una borsa vuota in una stanza gelata. Siamo stati noi a volerlo, come abbiamo fatto a pensare di aver bisogno di loro?».

«Hai detto che tutto il possesso che volevo avere su di te era un’ossessione», continuò la donna concitata. «Ti facevo impazzire, ti succhiavo la vita. E hai fatto per me quello che non avevi mai fatto per nessuna: la morte. Sei morto con me.»

«Non sono morto», disse lui. Ricordò quando sua madre veniva a trovarlo con la sorella. Tiravano su i gemelli dal tappeto, li cambiavano, davano una pulita al frigo. Una volta la madre l’aveva preso per mano e l’aveva portato in bagno, ma quando aveva aperto l’acqua della doccia era entrata la sorella. «Risparmiamole almeno questo», aveva detto dopo averla spinta fuori. L’aveva spogliato lei. Erano più o meno i giorni degli occhi di cianuro, ma stavolta non aveva usato espressioni poetiche. Solo sapone.

La donna, che fino a quel momento era rimasta rannicchiata su sé stessa, si alzò in piedi e, nuda, aprì la porta del furgone. «Ora bastiamo a noi stessi», disse scendendo sotto la pioggia. «Niente dà possesso come la morte». E così dicendo si diresse verso la macchina schiantata. Lui raccolse il trench, la gonna, e la fusciacca per correrle dietro ma si accorse che mancavano le scarpe. Si chinò a cercarle sotto i divanetti, quando il vento fece sbattere forte la porta del furgone. Il rumore dell’acqua di fuori divenne remoto. L’uomo ricordò la passeggiata che aveva fatto con la moglie la sera della Paquita. Avevano camminato per via Roma tenendosi per mano, lei fantasticava su come sarebbe cambiata la loro vita se avessero avuto un bambino e lui le aveva chiesto come potesse amarlo già che neanche esisteva. Lei aveva risposto quella cosa strana, sciocca, il tipo di cose che la sorella buttava giù sui suoi quaderni di carta riciclata. “L’amore non sottrae”, o qualcosa del genere. “Non divide ma moltiplica”, ora non si ricordava. Si ricordava solo di quando l’aveva vista viva per l’ultima volta — era già in coma — con le palpebre schiuse e gli occhi un po’ strabici e fissi su un punto, qualcosa che sembrava verso il fondo del letto, oltre la montagna della pancia. Senza sorriso e senza dolore.

Non trovò nessuna scarpa, la fusciacca era rimasta a terra. Tra l’acqua che scrosciava e i vapori che salivano dalla strada la donna non era che una sagoma bianca che ondeggiava in lontananza. La Peugeot una striscia di vernice metallizzata sul cemento armato. L’uomo ripose il foglio del verbale e passò in cabina di guida. Si avviò lungo la circonvallazione; ora che le nubi si erano alzate le auto formavano un anello pigro che scorreva attorno alla città e fluiva colorato in tutte le direzioni. Non volle guardare cosa fosse rimasto della macchina e della donna, però si chiese se avesse ritrovato il suo violino.

E poi cercò di non pensarci più.

Fonte immagine: https://www.gaviagallery.com/videos-photos/photos/

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