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Cose sparse



Una farmacia antica ci attirò in una galleria di strumenti desueti, esposti sopra dispense di legno e affiancati da teche e barattoli che ospitavano, essiccate, creature aberranti. Sembrava un piccolo museo di arnesi d’altri tempi e campioni impagliati o sottovuoto di animali malformi ed esseri rari. Nella pianta superiore, una stanza quadrata e senza aperture, si prodigava un mercato delle pulci, dove su quattro banchetti e alle pareti era in vendita l’armamentario delle due guerre. Pensammo che fosse il luogo per noi, che lì doveva esserci la soluzione che cercavamo, e insieme a certi infusi omeopatici la donna al bancone seppe fornirci una trappola a base di zenzero e naftalina, da collocare negli angoli dove i rumori più probabilmente si nascondevano.

Fuori, il vento russo aveva portato con sé la neve e oltre le mura antiche e i bastioni, dove si ergevano grattacieli dai colori monotoni, si era alzata una coltre violetta. Un aereo, l’ultimo che avremmo preso per molto tempo, ci riportò a casa quella sera stessa.

Casa non si poteva chiamare. Era un monolocale al sesto piano senza ascensore, con una finestra di discrete dimensioni affacciata sui tetti di zinco e dove tutto era costretto in un incastro tanto scomodo quanto efficiente: il bagno nascosto da una parete e una tenda, la doccia in un abitacolo di cartongesso rivestito di piastrelle, un piccolo frigorifero in un angolo con sopra una piastra elettrica. Il letto da una piazza, dove dormivamo in due, si trovava sotto la forma rovesciata delle scale esterne, una rampa stretta e asimmetrica che saliva fino a una casupola inabitata. Poi c’erano le nostre cose, sparse ma ancora ordinate: le valigie ammassate una sopra l’altra pronte per andarcene alla prima occasione, i libri in una colonna traballante, sulle staffe più alte quello che usavamo meno, appesi alle pareti giacchetti, stoviglie e biancheria ad asciugare. C’erano una bicicletta e altri resti della vita che avevamo prima, un tavolino minuscolo a cui avevamo messo ruote, una cesta per i rifiuti, poi noi.

Lo avevano spacciato per uno studio di dodici metri quadri, ma da tempo eravamo sicuri che tendesse verso i dieci. Quella che pensavamo una sistemazione temporanea ci stava trattenendo a causa di certi rumori sottili, senza eco, e dal desiderio di ammutolirli per assicurarci di riavere i soldi della cauzione. Era impossibile determinarne l’origine: inudibili durante il giorno, riaffioravano di notte e parevano infilarsi sotto la pelle come un suono a basse frequenze. Potevano essere insetti oltre gl’intonachi, tubature a schioccare dentro il cemento, umidità a crepare l’edificio dall’interno: avrebbero detto che avevamo tenuto chiusa la finestra a lungo, intasato il lavandino, lasciato crescere colonie di scarafaggi; e si sarebbero tenuti i soldi.

Con il primo rimedio toccò mettere la stanza sottosopra per incastrare le pastiglie negli angoli del battiscopa, oltre i rivestimenti del reparto cucina e nei buchi del muro di cartongesso occultati dalle staffe. Le nostre cose si riversarono le une su le altre insieme alle scatole di cibo, i prodotti per lavarsi, i panni appesi. Quella sola stanza divenne, ancora più di prima, la sintesi di una casa dove tutto era mescolato e compresente, dove ogni camera era anche la sua vicina, e i momenti diversi di una giornata si esaurivano tutti insieme e nello stesso luogo.

Non pranzavamo più, tiravamo avanti con sorsi di mate fino a sera, giocando partite infinite di backgammon o dama cinese finché non eravamo stanchi, poi prendevamo a leggere Carver o Cortázar in lingua originale, cercando nuovi significati alle stesse storie, e ci preparavamo l’una per l’altro un medicinale effervescente, aspettando magari che facessero effetto certi campanelli cinesi comprati in un mercato sotto casa, al limitare di un quartiere dove si udivano i piatti battere insieme e ombreggiavano colorati i draghi di cartapesta, una delle pochissime volte che eravamo usciti.

Perché non uscivamo quasi mai se non per fare la spesa o raggiungere la stazione più vicina. Prendevamo il treno per andare oltre la città e cercare posti nuovi e spaziosi dove vivere non appena avessimo avuto i soldi della cauzione – una casina nelle città vecchie del sud, una finestra sulla spiaggia infinita della costa normanna, una villetta nella campagna verso Fontainbleau – e ogni volta tornavamo a casa terrorizzati – perché la città vecchia sarebbe caduta, la spiaggia mangiata dall’acqua, la campagna raggiunta dallo smog – e ci ritrovavamo nella metropoli satura, abbracciati sotto le scale rovesciate, in quella casetta al sesto piano i cui metri sembravano diminuire e i rumori attenuarsi mai.

Solo una volta, tornati alla stazione, ci trattenemmo fuori. Tra le strade che si susseguivano più o meno parallele fino a casa nostra scoprimmo una scorciatoia per passare da una all’altra, una galleria coperta a disonorare le facciate degli edifici hausmaniani attraversati penetrandoli: i negozi che vi dimoravano erano imitazioni plastificate di stili indiani e del medio oriente, le insegne costituite da rettangoli di basso costo in un’accozzaglia di colori e scritte indecifrabili, lungo il corridoio un’esposizione di lavagne riempite di gesso che facevano a gara a chi esibiva il prezzo minore in formato più grande. Varcammo una soglia sorvegliata da elefanti leggeri che sarebbero rimbombati vuoti se una mano vi avesse bussato, per entrare in un’epicerie indiana dove odori di spezie e incensi arrivavano prepotenti e indistinguibili. L’intero negozio sembrava il bazar di una visione: ciondoli d’oro oppure coloratissimi ma sempre intarsiati, stickers con divinità azzurrognole dai piedi intrecciati e i serpenti intorno al collo, talismani di esseri con cinque braccia per lato, poi recipienti kitsch dagli usi misteriosi, acqua di cocco, di rosa, pickle al frutto della passione e al mango, matite e ombretti a bassissimo costo e un signore dalle labbra nere che d’una parete composta di scatoline allungate ci vendette degl’incensi per scacciare quelli che lui riteneva spiriti.

Tornammo a casa quasi di notte e distribuimmo gli incensi in ogni angolo della stanza, incastrati tra latte di fagioli, scarpe, valigie, tubetti di shampoo, nella porta del frigorifero, in bilico su Cattedrale, sul Bestiario, ognuno acceso sopra un foglio di carta spesso o tappi di qualsiasi dimensione che avevano perso la loro funzione di chiusura e s’erano consacrati all’arte del raccogliere. Le stecche bruciavano nel buio e mentre ci riempivamo i polmoni d’incenso sembrava di avere il cielo intorno e vedere le stelle esaurirsi in cenere.

I rumori non smisero. Qualche notte dopo parvero invadere anche le pareti del corridoio che conduceva fino al nostro monolocale e così le scale per la casupola: uno sfrigolare continuo sembrava passare nella parte interna delle rampe e ricalcarne la forma rovesciata sotto la quale dormivamo. Non riuscimmo a chiudere occhio, tormentati dalla preoccupazione per le accuse che ci avrebbero rivolto pur di non ridarci i soldi, e crogiolandoci nel buio fantasticavamo di stare attaccati al soffitto e d’intravedere finalmente le scale dal punto di vista giusto, sperando che in quella visione sottosopra i rumori cessassero; ma all’entrare dell’alba dall’unica finestra, la luce tracciò nuovamente i contorni della stanza e fummo sicuri che di metri ne misurasse solo sette.

Che fossero spiriti o fossero topi, non potevamo lasciar passare altro tempo. Bandimmo anche le poche uscite che fino a quel momento c’erano sembrate necessarie e succhiando mate a ogni ora del giorno facevamo e disfacevamo le valigie, spostavamo i mobili da una parete all’altra, divellendo le tavole di legno del pavimento e staccando i battiscopa, indagando le ante delle finestre, gli architravi, i fili elettrici scoperti, le ossa dei nostri corpi che ormai aderivano alla pelle e schioccavano come vuote quando tra di loro si scontravano nel poco spazio, e più le cose erano alla rinfusa più era difficile riaccomodarle e riconsegnare alla stanza un ordine logico. Stanchi di cercare i rumori, osservavamo la discarica di oggetti alla rinfusa accatastati contro la porta di uscita e stremati ci adagiavamo su quell’acciottolarsi di cose sparse che seguiva fino alla parete opposta e scompariva sotto il letto, e diventavamo un tutt’uno con la casa senza più forma né divisione e che si era fatta di cinque, quattro, ora tre metri quadri.

Solo in momenti come quello i rumori sembravano placarsi: così decidevamo di partire subito, sperando che rimanessero quieti per qualche tempo ancora, e costipavamo tutto nelle valigie, saltandoci sopra, e chiudevamo ogni cosa insieme a ogni altra in grandi scatoloni, e quando sarebbe bastato accatastare tutto sul letto per poter aprire la porta d’uscita, i rumori tornavano subito e il ciclo ricominciava uguale, perché anche solo restare qualche ora implicava rovesciare una scatola per cercare la bombilla del mate o una coperta per il freddo, e buttavamo tutto all’aria di nuovo, e in pochi secondi il pavimento si era fatto di nuovo indistinguibile, inseparabile dai segni della nostra vita che avevamo raccolto in fretta, un’ammucchiata di vestiti ancora umidi, viti di bicicletta, segatura dei battiscopa, naftalina evaporata, mozziconi degli incensi, sporcizia e pezzi del nostro corpo.

Allora ci rendemmo conto. Che non erano animali, non era l’umidità, non erano fantasmi né gli echi di precedenti inquilini, eravamo noi che cercavamo di partire e non partivamo mai, le cui parole rimanevano tra gli intonachi e rimbalzavano da una parete all’altra, i cui corpi perdevano massa e sembravano smontarsi come giochi, eravamo mostri più aberranti di quelli della farmacia antica a cui sicuramente, nell’unico metro quadro di quella teca-soffitta, somigliavamo. Lanciammo uno sguardo alle scale alla rovescia, immaginando di percorrerle e trovare un’uscita che portasse alla casupola sopra di noi per scendere fino al cielo e camminare sull’invisibile e vedere la città al contrario sopra la nostra testa, la torre stringersi in una punta come un contagocce, le cupole sembrare ottovolanti poggiate sulle nuvole e poi una miriade di stanze come la nostra attaccate ai cornicioni e pendendo dai tetti degli appartamenti veri, come teche piene di oggetti e persone, e immaginammo i loro pavimenti sfaldarsi lasciando cadere piastrelle di zinco con le quali sarebbero venute giù tutte le nostre cose sparse, come pioggia, come se non ci appartenesse più niente.

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