• Reader for Blind

Tranne una sola cosa



L’aspetto più spiacevole della puzza di merda è che ti resta nella testa. In cella c’era sempre puzza di merda, impregnava i cuscini e i materassi. Ancora oggi, dieci anni da quando ho lasciato la casa circondariale, avverto con nitidezza quel tanfo funesto. Lo percepisco chiaramente quando mangio, lo sento sul corpo delle donne con cui, raramente, mi capita di scopare, lo mastico persino in moto, nel tragitto che da casa mi conduce al cantiere.

Roberto, invece, che nella merda c’era cresciuto, non se ne accorgeva. Neppure sembrava preoccuparsi, a dire il vero, quando l’acqua corrente latitava per giorni. Rimestando nel putrido stagno dei miei ricordi, forse era proprio Roberto che puzzava di merda. Puzzava di merda da vivo, puzzava di merda pure da morto, quella mattina. Levitava serafico, il volto livido, gli occhi vitrei, i piedi disossati, il lenzuolo lercio avvolto intorno al collo sottile come uno scialatiello. Si era impiccato in silenzio, la notte del suo trentatreesimo compleanno, povero cristo. Quando la guardia entrò in cella parve sorpresa, come se un suicidio in carcere fosse un evento bizzarro, un’epifania inconsueta.

Chi odiava quel molesto oltraggio all’olfatto era Michele. Un carcerato per così dire azzimato, così elegante che pareva esser sempre pronto a incontrare la regina del miglio verde, la sventura fatta imperatrice al gran ballo dei galeotti. Probabilmente perché suggestionato dai trascorsi, a volte mi capitava di pensare che si sarebbe potuto ammazzare con una cravatta di Marinella. Non si uccise, ma si consumò lentamente. Un giorno, gli scoprii sulla camicia bianca – solitamente immacolata come una vergine – una macchia di sugo. Cominciò a non lavarla, a non cambiarla più, esibendo con indifferenza una guernica di residui alimentari sulla tela irregolare del suo petto sporgente. L’ho rivisto l’anno scorso, una sera di febbraio alla stazione, prossimo come mai alla prima notte di quiete, disteso su dei cartoni stropicciati. Sorseggiava una Peroni a gargantueschi sorsi. La birra gli bagnava i pantaloni lisi, come se avesse un buco scientificamente praticato sotto la mandibola. Con sguardo assente gettava le pagine di un catalogo di Armani in un falò rudimentale.

A Carmelo non piaceva la puzza di merda. Non credo, d'altronde, che esistano cuochi che la amino. La tollerava, però, con ostinato ottimismo. Diceva spesso che, tutto sommato, si sposasse bene con l’odore del cavolfiore bollito, unica licenza infantile a un gusto da adulto esperto. Credo di aver letto troppi saggi di politica, perché io, che cuoco non lo sono mai stato, ho sempre pensato, e penso tuttora, che la merda si accompagni dignitosamente solo col sangue.

Raffaele immergeva nel cesso i fiori che la moglie gli portava ogni settimana alla consueta visita del lunedì. Eseguiva questa operazione con un’inquietante voluttà, il volto sfigurato dalla perversione come se si stesse masturbando voracemente. Devo confessare, tuttavia, che per uno strano fenomeno fisico, o poetico, l’aria in quei mesi mi sembrò più respirabile. Chi ha suggerito di mettere i fiori nei cannoni evidentemente non è mai stato in carcere. Raffaele magari l’aveva capito, più probabilmente era mosso dalle redini di Pavlov, ma io per la sicurezza che proviene solo dai gesti antichi, ogni mattina adagio una rosa nel water di casa, fiore deposto sulla tomba dei ricordi della vita che fu.

La verità è che l’aspetto più spiacevole della puzza di merda non è che ti resta nella testa, ma che ti resta nella vita. Lo pensavo stamattina, lo penso ogni mattina che il Grande Sadico manda giù sulla Terra. L’alba scintillava come una spada di fuoco pronta a segarmi quelle sfere senz’anima che mi ostino a chiamare occhi, ma che da anni vedono e non comunicano, non comunicano nulla. Non c’è più un’anima nei miei bulbi, è morta con Roberto, Michele, Carmelo, Raffaele nella cella n. 5 di Poggioreale. Cos’è rimasto allora? L’inerzia. L’inerzia e la puzza di merda. Quella che alle sei di ogni giorno mi travolge nei bagni chimici del cantiere. Negli ultimi tre anni la merda l’ho pulita tutta. La merda degli italiani, la merda degli albanesi, la merda dei tunisini, la merda dei rumeni. È sempre la stessa. Il razzismo non esisterebbe se tutti facessero almeno per un giorno il mio mestiere, se così si può definire.

Nei primi momenti di libertà credevo, lo credevo davvero, che quel fottuto leppo fosse rimasto confinato dietro le sbarre. E invece mi era rimasto addosso, attaccato come un parassita, evidente come uno stigma marchiato a fuoco sulla pelle. Ho percepito, come se uno squarcio le aprisse il ventre, le budella di mia moglie che si torcevano quando le comparii davanti quel pomeriggio di marzo. Avevo citofonato e lei aveva aperto senza guardare nel piccolo schermo privo di colori. Lo faceva sempre. Per questo non mi stupì la sua sorpresa appena mi vide. Ciò che mi atterrì, invece, che mi rivelò frangenti del mio futuro, fu il suo sguardo. Carico di compassione, e di disgusto. È un binomio che ho riconosciuto spesso successivamente, ma che non avevo mai incrociato prima. Capii subito che quella notte non avrei dormito a casa mia, che non avrei avuto il risarcimento a cui ardentemente anelavo dopo anni di pudico onanismo, che non vi avrei più ascoltato l’erotico gorgoglio della moka sul fuoco a prima mattina. La pioggia cadeva copiosa e violenta, ma non c’era abbastanza spazio in quel bilocale per la mia puzza di merda e il suo profumo di borghesia.

L’ho incontrato sul volto di tanti quello stesso, dannato sguardo, anche se a volte non c’era ombra della compassione. Il fetore mi precedeva ai colloqui di lavoro, agli appuntamenti con gli agenti immobiliari, nei bar dove i miei vecchi amici in giacca e cravatta affogavano la frustrazione delle loro vite sprecate. Quello che è successo dopo è semplice e drammaticamente banale. Improvvisamente, ho smesso. Ho smesso di cercare. Ho smesso di credere. Ho smesso di interrogarmi e ho smesso di fare domande. Ho smesso di capire. Soprattutto, ho smesso di sentire. Tutto, tranne una sola cosa.

#NicolaChirilli #Tranneunasolacosa #raccontiinediti #raccontibrevi #racconti #racconto #narrativabreve #narrativa #letteraturabreve #letteratura #shortsstory #story #stories

73 visualizzazioni