• Reader for Blind

Morti viventi



Corpi, sudore, carne, pelle, viscere, respiri pesanti.

Camici insanguinati, occhi di vetro, coltelli di gomma, denti di plastica.

Erano rossi, verdi, viola, bianchi, blu. Pioveva, pioveva, pioveva senza interruzione sulla piazza vuota, i mostri erano tutti al riparo sotto ai portici, sotto alla luce gialla dei lampioni.

La mano di lui era stata come un’ancora in quel mare di demoni, che lei aveva attraversato, la sua nuca era stata come una lanterna da seguire.

“Non ho paura di voi”, aveva detto tra sé e sé, “Nasco e rinasco in continuazione. Rinasco nella notte dei morti. Mentre voi fate finta di essere cadaveri, chirurghi pazzi, mentre voi andate in giro con teste mozzate e ferite sanguinanti, io mi porto dietro le mie ferite sul cuore, piccole spelature, come quelle che ci si fa sui polpastrelli con la carta, e non ho paura di voi.”

Finti morti, redivivi, macellai, diavolesse sexy.

“Passo in mezzo a voi e non potete toccarmi, tengo la testa leggermente sollevata per respirare, come un bambino che sta imparando a nuotare, e tiene il mento puntato verso l’alto per non inghiottire l’acqua piena di cloro della piscina. Siete il cloro che non voglio inghiottire. Io nuoto in voi e non ho paura.”

Il giorno dopo avrebbe camminato su un ponte, sotto al cielo plumbeo, avrebbe guardato l’acqua marrone e fangosa del fiume. Il giorno dopo, sarebbe entrata in un ospedale, e sarebbe stata investita da quell’odore. Odore di vita e odore di morte. Dietro alle porta automatiche il riflesso del blu, dell’azzurro, del bianco e del verde delle barelle, dei teli, dei lenzuoli. Odore di disinfettante e odore di tutto ciò che non può più, ormai, essere disinfettato. I finti morti coperti di sangue della sera precedente si sarebbero sovrapposti a quelli veri, qualche piano più sopra di lei, silenziosi, loro, senza sangue. I finti bisturi di gomma accanto ai veri bisturi di acciaio inossidabile. I finti mostri accanto a quelli veri, dietro alle porte, nei corridoi vuoti. Improvvisamente tutto sarebbe stato precario.

Avevano camminato sotto alla pioggia, in due sotto ad un solo ombrello, aveva respirato l’aria fredda e umida, e si era sentita meglio. Si era sentita meglio quando aveva sentito il braccio di lui intorno alla sua vita, aggrappato, il passo veloce per non bagnarsi troppo.

Il mese era finito, e con lui anche la sua maledizione. Aveva ascoltato il rumore delle loro scarpe sull’asfalto sconnesso e brillante, bagnato e umido delle luci riflesse dei lampioni, si era scrollata di dosso ogni pensiero, e aveva ricominciato a camminare, l’ombrello in una mano e il suo amore nell’altra.

Elena Ramella, classe 1995, studia Lettere all’Università di Torino. Ha trascorso un anno in Francia per studio e ha conseguito la laurea in Culture e Letterature del Mondo Moderno. Appassionata lettrice e appassionata scrittrice, ha pubblicato la raccolta di racconti “Lettere dalla notte” (Edizioni LaGru) nel 2015 e il romanzo breve “Melograno” (Edizioni Echos) nel 2016.

Da un paio di anni collabora con riviste on-line scrivendo racconti.

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