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Brave con la lingua



Il mio nome è un aggettivo, tra i suoi sinonimi sul vocabolario puoi trovarci dimesso e ritroso.

Da quando ero bambina la frase che mi viene rivolta più spesso, quando io voglio fare qualcosa e le persone intorno a me non vogliono che io la faccia, è “tanto tu sei brava”. Quattro semplici parole per non vedere sfumate le loro aspettative. Il nome che mi è stato donato e questa frase ripetuta all’infinito mi hanno sempre confinato in un piccolo quadrato da cui io raramente e con moltissimo tormento riesco ad uscire. Sono sicura che anche a me sia capitato di confinare le persone che ho incontrato con le mie parole. Spesso ripropongo questo stessa schema anche su me stessa inventando, con un certo talento, parole chiuse sempre nuove. Che fine fanno le parole che diciamo a noi stessi e agli altri? Qual è l’effetto che hanno su di loro e su noi stessi? Perché sentiamo il bisogno di bollarci con una singola parola o frase che non riuscirà mai a contenerci?

Sulla forte presenza delle parole chiuse nelle nostre vite e sull’uso improprio che facciamo del linguaggio soprattutto quando si parla di donne si è interrogata Giulia Muscatelli curatrice di Brave con la lingua. Come il linguaggio determina la vita delle donne” chiedendo a quattordici scrittrici di raccontare qual è stata l’espressione che le ha definite nel corso delle loro vite. Da queste parole sono nati quattordici racconti che partono da un fatto personale facendolo diventare una storia universale.

Le storie raccontate da Elena Varvello, Domitilla Pirro, Francesca Manfredi, Noemi Cuffia, Flavia Fratello, Simonetta Sciandivasci, Chiara Pietta, Vittoria Baruffaldi, Romina Falconi, Irene Roncoroni, Silvia Pelizzari, Silvia Greco, Giulia Perona e Simonetta Spissu, riescono a mostrare la varietà di voci, di stili, di situazioni, di sguardo e di complessità dei personaggi che non riesce a vedere chi si ostina ad applicare l’etichetta “scrittura femminile” sui libri scritti da donne senza nemmeno provare a leggerli.

“Siamo brave con la lingua perché ci piace raccontare storie, adoriamo inventare universi sempre nuovi. Siamo brave con la lingua quando otteniamo un risultato per il quale abbiamo lavorato tanto, quando diamo consigli, quando apriamo bocca e diciamo a voce alta cosa non ci sta bene. Siamo brave con la lingua anche a letto con un uomo che ci piace, e difendiamo queste abilità tanto quanto difendiamo il diritto di non essere giudicate per questo”

Ho scoperto "Brave con la lingua" sui social e sinceramente mi ero fatta un'idea molto diversa da quella che mi è rimasta dopo aver letto il libro. Sono emerse subito le storie ben scritte e ben curate. È una raccolta di racconti armonica che riesce a far emergere le voci delle singole autrici dando un'idea di unità. Un libro che scavalca luoghi comuni e pregiudizi con ironia e impudenza dimostrando che un altro modo di raccontare è possibile.

Modestina Cedola, di Italians Book it Better, ha intervistato per noi la curatrice del libro.


  • Come nasce “Brave con la lingua”?

Brave con la lingua per me nasce da un’esigenza: tanto di condivisione quanto di espressione. Per molto tempo nel corso della mia vita, dall’adolescenza a oggi, ho combattuto contro chi pretendeva di riassumermi in una definizione, collocandomi così in un posto ben preciso secondo la loro opinione senza mai domandare quale fosse la mia. Poi, fuori dalla mia testa, Brave con la lingua segue le regole standard di un prodotto editoriale (anche se ora è molto di più di un libro) e quindi nasce dalla richiesta della casa editrice di curare un’antologia al femminile e dal mio desiderio di trovare un fil rouge che andasse oltre al solo fatto di mettere nello stesso progetto delle donne esclusivamente perché donne, appunto.

  • Come hai scelto le autrici?

Leggendo i loro libri, articoli, ascoltando le loro canzoni (nel caso specifico di Romina Falconi). Più in generale, conoscendo o informandomi sul loro pensiero riguardo la tematica. Alcune sono mie amiche con le quali ho fatto, e faccio ancora, lunghe chiacchierate su cosa significhi essere donna oggi. Altre le seguivo da molto tempo e quando è arrivata la proposta del libro non ho avuto un attimo di esitazione. Volevo che fossero donne con un pensiero molto lontano dal mio e che ciascuna di loro rappresentasse un punto di vista preciso e differente sull’argomento.

Come dico spesso, non volevo creare un gruppo che rafforzasse una mia personale teoria ma un insieme di persone che riuscissero nell’impresa di mappare tutte le diversità di opinione sulla questione femminile. Quando ti occupi di questo genere di progetti, è solo mostrando le molteplici opzioni che puoi rendere un buon servizio a chi ti legge.

. Viviamo in un’epoca in cui scriviamo continuamente e comunichiamo di continuo eppure è evidente il cattivo uso che in molti casi facciamo delle parole.

Sono, ovviamente, molto d’accordo con te. Il fatto che abbiamo diversi mezzi per comunicare, e quindi scrivere, non ci ha portato a riflettere maggiormente sulle parole che utilizziamo. Anzi. Spesso la facilità del mezzo viene confusa con la facilità di esprimersi, ma non è così. Penso ai casi di shaming o di cyberbullismo, è come se avessimo colto questa meravigliosa occasione di essere tutti connessi non come una possibilità di dialogo e di confronto ma solo come un’occasione per affermarci sugli altri urlando più forte.

Riprendo il sottotitolo del libro e ti chiedo come il linguaggio determina la vita delle donne?

È uno dei modi più utilizzati dalle persone (donne e uomini) per metterci in un angolo. Le espressioni che ogni giorno ci rivolgono contribuiscono a creare una narrazione di noi donne sempre fatta dagli occhi degli altri e mai da nostri.

La dicotomia suora o puttana, è l’esempio più banale ed è solo uno dei tanti. In ogni caso, positivo o negativo che sia, la donna ha sempre una parola che la definisce e che esclude tutte le altre. Pensa a tutti quegli articoli così detti di approfondimento che titolano con frasi del tipo: “Una carriera in ascesa ma anche una madre straordinaria”. Quanti ne hai visti così? Io lì ci leggo, e neppure tanto tra le righe, che se una donna fa carriera è raro che possa essere anche una buona madre, o viceversa.

Gli aggettivi utilizzati per descrivere il femminile, poi, appartengono quasi sempre alla categoria degli stereotipi: c’è la donna acida, quella con le palle, la mestruata, quella bella, quella intelligente, quella chioccia... È come se per secoli ci avessero detto che una parola basta, una e una soltanto, senza neppure domandarsi se fosse quella in cui noi ci riconosciamo.

  • L’esplorazione del femminile viene erroneamente confinata nella scrittura femminile, come si fa a far cadere il pregiudizio sulle storie scritte da autrici donna e arrivare a pensarle come storie di persona?

Come dico sempre, non può esistere “Scrittura femminile” perché non esiste il suo contrario, la “Scrittura maschile”. In questa visione, qual è il punto? Che Alice Munro fa scrittura femminile e Philip Roth fa letteratura? Definire certi tipi di scrittura “femminili” è come dire che le donne possono parlare solo alle e di donne mentre gli uomini parlano dell’universale. Mi spiace, non lo accetto.

Credo che la soluzione risieda in un lavoro da fare su due fronti. Da una parte le donne devono trovare il coraggio di raccontare storie oneste e vere (della verità non dei fatti, ma della verità che ha che fare con l’onestà di quello che stiamo raccontando).

E in tante già lo fanno; penso alla serie Girls di Lena Duhman o a Memorie di ragazza di AnnieErnaux. Ma dall’altra, gli uomini, devono accoglierle con la stessa curiosità d’interesse di qualsiasi altra storia e soprattutto devono sospendere il giudizio. Le donne hanno ancora paura di raccontare la verità perché non sanno come verrà percepita e perché, a volte, ricoprire il ruolo che ci è stato assegnato per secoli è molto più facile. Quando Lena Duhman, per tornare a Girls, è comparsa nuda nella prima puntata della serie, mostrando un corpo non perfetto e facendo considerazioni da alcuni giudicate oltraggiose, ha fatto un servizio a tutte noi. Ci ha liberato, ha raccontato una verità che in poche hanno avuto il coraggio di affermare.

  • Cosa significa prendersi cura delle storie degli altri?

Significa, prima di tutto, rispettarle. È qualcosa che ha molto a che fare con l’ascolto. Con il mettersi seduto di fronte a una persona che ami e ascoltare cosa ha da dire per ore, senza giudicare mai.

Prima che iniziassero a scrivere, ho parlato molto con loro, proprio perché desideravo che queste storie nascessero da una necessità. Ho trovato un gruppo di donne che hanno riflettuto a lungo sul significato del termine femminile, su quanto questa parola avesse a che fare con ciò che sono diventate.

Porto in giro le loro storie con immenso orgoglio; le conosco a memoria, ne sono affezionata come se le avessi scritte io. Anche durante la fase di editing, che comunque non è stato necessario per tutte, neppure per un secondo ho sentito l’esigenza di domandare a una di loro di modificare l’espressione scelta o i destini dei loro personaggi. L’operazione che abbiamo fatto con questo libro è molto particolare e forse unica nel suo genere; siamo partite da una questione molto personale e l’abbiamo trasformata in un racconto universale. È questo che ho domandato alle autrici quando le ho ingaggiate ed è questo che mi hanno restituito fin da subito. Sono una curatrice fortunata.

  • “Brave con la lingua” è un titolo che a me piace però so che ti ha portato diverse critiche. Si riferisce al linguaggio ma è chiaro anche il doppio senso insito nel titolo. Perché ancora oggi il binomio donna sesso è un campo minato?

Io scrivo spesso articoli sulla questione del genere e spesso mi ritrovo a parlare di sesso. Ogni volta che devo fare una considerazione sull’argomento o anche solo una battuta ironica, mi fermo un attimo e mi chiedo come la percepiranno gli altri. Mi domando, per fare un esempio, quanto dire che “mi piace il sesso orale”, possa inficiare sull’immagine che gli altri avranno di me e soprattutto sulla mia professione. La fastidiosa domanda che mi risuona ancora oggi nella testa è: e se mi prendessero meno sul serio?

Non è facile uscire da queste paure. Anche io che ho fatto un libro come Brave con la lingua, spesso ne sono ancora vittima. Ma difendermi dagli attacchi riguardo al titolo, mi ha insegnato che chi giudica male una donna solo perché non ha problemi con la sua sessualità, è una persona non degna di essere ascoltata.

Possiamo evolverci quanto vogliamo ma sarò felice solo quando vedrò una donna girarsi per osservare un bel culo – come gli uomini fanno da sempre - e non sentirò nessuno nella stanza che la giudica.

  • Ogni racconto è legato alle parole chiuse che hanno definito le vite delle autrici. Il giudizio è il tema dominante che lega i racconti. Potremmo essere davvero liberi e invece sentiamo il bisogno di assegnare delle etichette a noi stessi e agli altri. Perché abbiamo bisogno di ingabbiare qualcuno in una sola parola? Che cosa ci impedisce di goderci in santa pace la bellezza e la varietà della libertà di ogni essere umano?

Perché siamo tutti un gran casino. Sentiamo continuamente la necessità di comprendere l’altro e viviamo nella frustrazione di non riuscirci o di non riuscirci fino in fondo, almeno. E allora ecco che diventa molto più facile giudicare. È una storia vecchia; se non capiamo una questione allora quella questione diventa sciocca, perché comprenderla significherebbe fare fatica e spesso noi non abbiamo voglia di faticare. Pensa a chi se la prende con gli omosessuali, ad esempio. Sono persone ignoranti che non capendo come al mondo possano essere individui con esigenze e preferenze differenti dalle loro, decidono di deriderli. Accettare le diversità – dove per diversità intendo quelle tra tutti noi e non solo le differenze di genere – significa ammettere per prima cosa a se stessi che si è soli, unici certo, ma soli. Se esistono tanti diversi da me allora io in chi cercherò me stesso? Per quanto mi riguarda la risposta è che gli altri non potranno mai essere il nostro specchio e che noi non dovremmo mai avere la presunzione di esserlo per gli altri.

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