• Reader for Blind

Solo uno sguardo



Dentro

La donna è appena entrata nell’appartamento.

In piedi, al centro del salotto, sta indicando il quadro appeso poco sopra al divano- Le sue labbra si muovono lentamente, ma leggere il labiale non è semplice come si pensa.

Rimane con la bocca socchiusa, sta ascoltando l’uomo di fronte a lei, nascosto dalla tenda della finestra.

Dopo pochi secondi appaiono nella cornice rettangolare che è la finestra della cucina, dove sul tavolo ci sono due tazzine di caffè fumanti. Con precisione chirurgica l’uomo ha fatto in modo che fossero pronte per quando lei avesse suonato il campanello e adesso vorrebbe godersi la piccola opera d’arte che ha composto, ma sente che non c’è tempo per il caffè.

Si avvicina rapido e la abbraccia da dietro. Le sussurra qualcosa all’orecchio, lo si intuisce dal lento muoversi della bocca accanto al lobo pallido e liscio. Basterebbe che la bocca si spostasse di pochi millimetri per addentare il lobo. Infatti si sta muovendo, le labbra si aprono e mostrano i denti.

Lo sguardo si sposta verso il salotto.

Appena sotto la finestra c’è la scrivania con il monitor del computer, sul quale comincia la riproduzione di un video di qualità amatoriale, non si capisce se per dimenticanza dell’uomo, oppure per le autonome iniziative che talvolta prendono gli apparecchi elettronici.

Il cortometraggio fa parte di una raccolta di file nascosti male, in una sottocartella senza nome, che chiunque intenzionato a scoprire i segreti quotidiani che ognuno coltiva troverebbe con facilità. Gli ambienti ripresi sono interni di grande metratura, di attici o di ville, a essere costante è la presenza del divano, dove un uomo e una donna cominciano a parlare. I dialoghi grotteschi nel migliore dei casi alludono a ciò che sta per accadere.

Finalmente, sacro quanto un altare monolitico, il divano accoglie nella loro interezza i corpi denudati, che fanno sesso con foga. Mentre sul monitor scorrono le immagini, sul divano del salotto l’uomo e la donna si muovono come un replay vivente, hanno la stessa foga, la stessa avidità.

Lo sguardo sale svelto sulla parete, a guardare il quadro.

È un’opera di iperrealismo che ritrae un paesaggio cittadino al tramonto. Tra le finestre irradiate dalla luce l’osservatore attento ne distinguerebbe una in particolare, all’interno della quale si palesa una macchiolina scura, che però, se l’osservatore analizzasse con maggiore impegno, riconoscerebbe come la sagoma di qualcuno che con un binocolo sta spiando, si intuisce ancora, l’edificio dirimpetto.

Fuori

Ogni sera rientra a casa e vorrebbe solo una doccia per lavare via i compromessi accettati controvoglia, le frasi alle quali non ha replicato, certi sguardi diventati frequenti, situazioni che avrebbe fatto meglio a evitare. Il carico di scorie che tutti si ostinano a chiamare quotidianità.

Nel box doccia però ci sta stretta. Giusto il tempo di sciacquare il sapone ed è già appoggiata al lavandino. Respira a fatica.

È allora che le pareti cominciano a scricchiolare. Il rumore rimane costante, mentre le mura convergono verso il centro del bagno.

Non teme di essere schiacciata, sente di rimpicciolirsi a sua volta, insieme agli spazi, alla casa tutta. Il giorno dopo tornerebbe alla solita vita, con la differenza di essere minuscola quanto uno spillo. Con le dimensioni di uno spillo ogni cosa che la sera si illude di lavare via con il bagnoschiuma apparirebbe gigantesco. Per questo non teme di essere schiacciata. Essere schiacciata sarebbe un sollievo.

Quando entra in camera da letto suo marito è già sotto le coperte.

Si infila anche lei, ha deciso di starsene zitta. Ma le decisioni sono condizionate da una vivace variabilità, non meno delle perturbazioni meteorologiche.

«Stanco?»

«Un po’.»

«Poi non abbiamo più visto quel film.»

«Già.»

«Sei proprio stanco»

«Possiamo vederlo domani.»

Le pareti della camera hanno scricchiolato.

Di nuovo silenzio.

Ci vorrebbe una minuscola, seppure decisiva, spinta per cominciare a parlare e non fermarsi più. Colleziona in testa le frasi giuste, le frasi che si rimpiange a vita di non avere pronunciato, ma ogni volta che prova a parlare si sente una stupida.

Solo che adesso le pareti si muovono, si avvicinano lentamente. Pure il soffitto si abbassa. Diventerà uno spillo e nessuno si accorgerà più di lei.

«Se andassimo un po’ di là? Sul divano?»

Si sente una stupida.

Il marito non risponde. Forse è rimasta in silenzio più di quanto sembra e lui nel frattempo si è addormentato.

Si alza e infila le scarpe. In punta di piedi, con il passo di un ostaggio che ha la gelida pistola pressata sulla schiena, esce sul pianerottolo e chiude piano la porta.

Nell’ascensore morde tra le labbra la sigaretta, tira a secco, compulsa la rotella dell’accendino con il pollice. Dopo il secondo c’è il primo, dopo il primo il pianterreno, e poi si scende ancora, senza piani ai quali fermarsi, l’importante è scendere, con le pareti della cabina che si restringono, e lei che diventa minuscola insieme all’ascensore, sempre di più, centimetri quadrati, millimetri, fino a quando la scintilla dell’accendino non è che un‘apocalisse di fuoco.

Percorrendo il viale oltre il portone si ferma a guardare il palazzo. Gioca con la prospettiva e lo investe con nubi di fumo. Ora il cemento non può più schiacciarla. Anzi è lei che lo tormenta, che lo affoga con le sue nubi di nicotina.

Getta il mozzicone nei giardinetti e con lo sguardo percorre la facciata dell’edificio. Si ferma al quinto piano, dove osserva le buie finestre del loro appartamento.

La finestra del salotto si è appena illuminata.

Altrove

L’uomo finisce di bere il caffè, lava la tazzina, si asciuga le mani in fretta e lascia l’appartamento.

Dopo circa un minuto appare sul viale, si trascina dietro una grossa valigia. Cammina guardandosi intorno, sbirciando le finestre del condominio.

Prima di salire in macchina si volta. Ha gli occhi puntati in direzione dello sguardo. L’uomo ci sta guardando.

Le pareti stanno scricchiolando, sembra che qualcuno le stia spostando verso la finestra dalla quale abbiamo assistito a tutto. Questa volta nessuno diventerà uno spillo, questa volta sarà una strage, i mattoni schiacceranno la pelle, i muscoli, gli organi, le ossa, i pensieri, l’intonaco si mescolerà al sangue. Certi sguardi conducono vite proprie, non amano pensare, agiscono di puro istinto, frequentano i luoghi che stimolano i loro interessi, sopperiscono, come le persone, alle abitudini e ai tic, e amano la solitudine. Per questo quando due sguardi si incontrano allora possono uccidere.

Nel frattempo l’uomo è entrato in macchina e ha messo in moto.

Si allontana a velocità costante, svolta al primo incrocio, sparisce tra i palazzi.

Lo scricchiolio va scemando, c’è di nuovo lo spazio giusto tra le pareti. La stanza subisce una piccola scossa di assestamento. Poi il silenzio. La quiete.

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