• Reader for Blind

Briscola



Veniva il lunedì pomeriggio, quasi sempre allo stesso orario, e non fissavamo mai l’appuntamento per la settimana successiva. Eppure veniva. Saremo andati avanti così per quattro mesi, più o meno. Io non ho tenuto il conto a dire il vero, e per una psicoterapia quattro mesi non sono nemmeno un tempo particolarmente lungo. Gli avevo detto che sarebbe stato meglio fissare un appuntamento settimanale, anche per essere sicuro di non trovarmi in seduta. Ma lui preferiva così.

— Se poi non può, non mi aprirà.

Un prete.

All’inizio mi era parso di un’invadenza fastidiosa, ma lo accettai comunque. Nel bel mezzo del lunedì non avrei trovato facilmente altri pazienti.

Suonava, saliva le scale, si accomodava sulla poltroncina, e poi stavamo in silenzio per dieci minuti buoni. Le prime volte credevo che non avesse capito bene come funzionava, che doveva parlare lui. Pensavo si aspettasse un cenno, un paio di domande, come immagino succedesse a lui nel suo confessionale. Poi aveva iniziato ad aprirsi. Parlava di ansie, patemi, a celebrare la messa su quell’altare.

— Tutta la chiesa che mi guarda, che mi fissa, come se fossi io il Salvatore. A volte ho il terrore di dimenticarmi le formule, quelle stesse che ripeto da quarant’anni.

Mi pareva così fragile, un anziano di velluto e stecchi, dall'odore di acquasanta e tweed, che avrei voluto abbracciarlo se non avessi avuto timore di romperlo. Di solito i vecchi mi fanno paura, mi fanno un po’ senso. Questo prete no, era un nonno mai avuto che procedeva nei suoi racconti con un tremore vago. Uno smarrimento esistenziale lo guidava, senza che io dovessi fare o dire nulla. Lo chiamo "il prete" perché non mi ha mai detto il suo nome, non ce n’è stata l’occasione, e comunque non gli facevo mai nessuna fattura. Era una specie di amico che arrivava in visita ogni settimana e se ne andava lasciando sul tavolo una manciata di cartamoneta, dal taglio corto di certo preso dai cestini delle offerte.

Qualche volta mi raccontava dei suoi fedeli, al confessionale. Sembravano sogni immaginati da una mente imprigionata in una cella. Quanto ci fosse di vero non lo so, perché alcune delle sue storie sembravano così peculiari da farmi pensare che in fondo le usasse solo per dirmi qualcos’altro. Di solito sono i sogni, reali o inventati, che la gente usa per parlare di quello che non riesce nemmeno a pensare. Forse il prete usava il confessionale altrui.

— Non so mai davvero cosa dirgli, in fondo credo che vengano da me solo perché lei costa troppo.

Faceva spesso dei paralleli fantasiosi tra il mio mestiere e il suo. Come se i suoi anni di seminario valessero quanto i miei di formazione continua, dalla laurea in medicina e poi la psichiatria, e l’analisi per diventare terapeuta. Non provavo mai ovviamente a discuterci, non era quello il mio ruolo. Non posso negare però che questo mi infastidisse, appena.

Una volta mi aveva confessato:

— Potrei andare a fare la mia solita confessione da un sacerdote che conosco bene. Prima facevo così. Però volevo provare come ci si sente a non essere giudicato.

Non gli ho detto ovviamente che anche noi terapeuti a volte giudichiamo i nostri pazienti. Non in senso universale, certo. Un giudizio non umano, non divino, meno etico, di testa e non di anima. Però rimane un giudizio. Per non essere giudicati, chissà dove si dovrebbe andare, anche i nostri genitori ci hanno sempre valutato, no? Io per contro avrei curiosità di andare nel suo confessionale. Aprirmi io, a lui. Ovviamente non si potrebbe fare, non ora che abbiamo iniziato questo nostro percorso.

Mi ha raccontato alcune vicende alquanto scabrose. Una relazione durata un anno e mezzo, decine di anni prima, a cui ancora ripensa con un vigore e una concentrazione tali da farmi immaginare che gli si sia radicata nella corteccia cerebrale come un pugnale. I suoi superiori l'hanno scoperta, o meglio, l'ha confessata lui alla fine, e gli è mancato il coraggio. Ancora la rimpiange, pare. Lei poi si è sposata nella sua stessa chiesa.

In seguito gli è capitato di avere non altre relazioni, ma rapporti sì. Non ne parla con particolare rimorso e questo mi è parso curioso. Anzi quasi con rimpianto, come se ora che è arrivato a quel declivio che porta gli anni a rotolare su sé stessi uno dopo l'altro, fino a perderne il conto, si pentisse soprattutto di non averne avuti di più.

Una volta è venuto con un mazzo di carte da briscola, e mi ha proposto una partita. Dietro alle sue insistenze ho accettato, rassegnandomi con malcelato stupore alla perdita di sacralità del mio ruolo. Lui vedevo che sorrideva, era contento. Mi ha raccontato che ci giocava di nascosto a militare con quello che sarebbe rimasto nel suo ricordo il suo amico più caro.

Alla fine poi ha smesso di venire.

Sai ma', mi sei venuta in mente tu.

Sono andata il mese scorso ad un convegno, ero ferma in questo aeroporto lucido e brillante, come tutti totalmente impersonale, vetroso e rarefatto. Dovevo aspettare la coincidenza e non mi ricordo neanche più dov'era l'aeroporto, assurdo no? Non volo tanto ma ero così stanca che davvero, dove fossi non importava affatto. Ero esausta, sudata e mi è venuto in mente prima lui, anche se ormai non veniva più in studio da mesi. Poi tu. Eppure siete così diversi, lui con il suo bisogno di schivare il giudizio altrui, tu con la tua noncuranza degli altri. Lui terrorizzato dalle valutazioni, tu così pronta a dare un voto a tutti noi.

Mi è venuta in mente la sua briscola, e il fatto che aveva vinto lui. Forse è stata proprio quella partita, le carte consumate che si era portato dietro che puzzavano di mucido.

Mi è tornata in mente quella volta che io ero ancora piccola. Al bar. Che cosa avrò avuto, diciassette anni? Non ero neanche maggiorenne, quello lo ricordo, perché ci ero andata in bicicletta. E al bar di paese tutti ti guardano, specialmente se sei lì con un'amica a cui stringi le mani forse troppo vicina al suo viso, per sentirne il profumo di tic tac all'amarena, io te lo giuro mamma non mi ricordo com'eri vestita quando sei entrata o cosa hai detto di preciso eppure mi ricordo il profumo di amarena. Mi ricordo i vecchi che giocavano con le loro Del Negro, che fumavano tutti, dal primo all'ultimo, e che lo sguardo che mi hai lanciato e il cenno che mi hai fatto per farmi venire via. Eppure non c'era fretta. Non ricordo dove dovevamo andare, ma non c'era fretta.

Altro non ne posso ricordare, perché non ne hai mai più parlato. L'omissione è un dono portentoso, un toccasana per la psiche, l'ho scoperto negli anni a venire anche se poi la chiamano rimozione. E altro non c'è mai stato più da dire, forse per colpa mia, che non ho mai più toccato l'argomento. Ma una figlia è una figlia, e una madre è una madre. Pensavo sarebbe stato sufficiente dire che andavo in vacanza con un'amica. Pensavo sarebbe stato abbastanza portarla con me alla cena di Natale, anche se l'amica a quel punto era un'altra. Forse non dovevo immaginare che tu potessi sospettare qualcosa dalla totale assenza di uomini nella mia vita? Eppure sono piacente, addirittura bella, direi. Guardami, mamma. Non sono bella?

E alla fine mi sono decisa, proprio stasera. E' ripassato quel maledetto prete. Non lo aspettavo, come sempre. Ma stavolta è stata davvero una sorpresa. Ha pianto, mi ha detto che io sono stata l'unica con cui ha parlato che non lo ha mai consigliato, redarguito, lodato. Ha detto che ieri, a dispetto dei suoi sessantacinque anni, ha lasciato la tonaca. Ha detto che non c'è mai stata nessuna Francesca, ma che c'è stato un Francesco. Mi ha confessata. Te lo giuro, mi ha confessata, o forse gli ho solo raccontato di te.

E allora ti scrivo questa lettera, mamma. Per essere sicura che tu mi ascolti, finalmente. Ma non te lo scrivo per davvero. Forse non ci riesco, o forse penso che se ora lo sai, lo sapevi già allora.

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