• Reader for Blind

Clara



Clara stava dritta davanti alla finestra spalancata e fissava il vuoto. Quella notte pioveva forte, ma lei sembrava incurante delle grosse gocce che la inzuppavano e colavano fino al pavimento, la sua mente era in un mondo lontano, diverso, senza dolore.

Non reagì nemmeno quando il pesante portone d’ingresso sbatté alle sue spalle né quando sentì la voce di suo marito carica d’angoscia.

«Dio onnipotente, che succede?»

Clara non rispose né si voltò, rimase semplicemente immobile. Lucio corse a chiudere i battenti, poi prese dolcemente la moglie per le spalle.

«Hai portato Mattia dall’ennesimo medico, non è vero?»

La donna annuì.

«E la prognosi è sempre la stessa, vero? Amore mio, dobbiamo accettare la realtà, smetterla di cercare altre diagnosi e seguire i consigli del neuropsichiatra, non abbiamo alternative.»

Ormai era passato quasi un anno da quando avevano sentito per la prima volta la notizia che aveva spaccato loro il cuore. Poteva rivedere davanti ai suoi occhi, come se fosse la scena di un film visto mille volte, il momento in cui il dottor Orsini aveva pronunciato quella frase:

«Signori Parisi, purtroppo non ci sono dubbi, vostro figlio è autistico.»

Il loro mondo era rimasto cristallizzato in quell’istante. La prima reazione di Clara era stata la negazione. Era sempre stata convinta che da lei, prima donna a dirigere il dipartimento di fisica dell’università in cui lavorava, e da suo marito, brillante astronomo, sarebbe nato un bimbo perfetto, e riteneva inaccettabile che la realtà la disingannasse con tale ferocia. Aveva cominciato a interpellare ogni medico possibile nella speranza che la diagnosi venisse cambiata, per mesi aveva rifiutato di arrendersi, ma quell’ultima conferma le aveva tolto ogni forza.

Lucio l’abbracciò, vedere sua moglie in quello stato gli stritolava il cuore.

«Clara, promettimi che non cercherai altre opinioni e inizieremo con le terapie.»

«Te lo prometto.»

Se l’uomo in quel momento avesse potuto vedere gli occhi della moglie, avrebbe capito che lei stava per ingannarlo.

L’orologio segnava le 2:00 in punto. Clara si alzò dal letto cercando di non fare rumore e scese al piano inferiore. Accese il pc e digitò l’indirizzo del sito che stava cercando. Ci era capitata per caso alcuni mesi prima e inizialmente aveva pensato che fossero tutte sciocchezze, ma un seme le era rimasto piantato nel cervello. Più ci rifletteva, più si convinceva che quella era l’unica spiegazione possibile. Rimase a scorrere le pagine del forum finché non si fu del tutto convinta: il motivo per cui il suo bimbo perfetto ora era malato era il vaccino.

La polvere si era accumulata per quasi due anni sul drappo di stoffa che Clara si apprestava a rimuovere. Dapprima la donna allungò le mani verso di esso con timore, poi lo strappò via con decisione, provocando una nuvola di pulviscolo che le fece bruciare gli occhi e la gola.

Rimase per un po’ ad osservare la strana cabina di legno che si stagliava davanti a lei, poi si decise a girare la maniglia e ad entrare. Niente sembrava essere stato intaccato dal tempo o dall’umidità, l’unica cosa che mancava era il propellente adatto, ma nei laboratori dell’università non avrebbe avuto difficoltà a procurarselo. Uscì e si richiuse lo sportello alle spalle, poi ricoprì tutto, sperando che il marito non scendesse in cantina, se avesse sospettato ciò che lei aveva in mente avrebbe fatto di tutto per fermarla.

Lucio si versò una dose generosa di whiskey e sprofondò sul divano. Seduto sul tappeto di fronte a lui, Mattia allineava con precisione le costruzioni sparse davanti a sé, completamente indifferente a qualsiasi interazione suo padre tentasse. L’uomo quella mattina aveva acceso il pc e controllato la cronologia. Sapeva che era scorretto da parte sua, ma era preoccupato per la moglie e, visto ciò che aveva scoperto, ne aveva tutte le ragioni. Ancora quella sciocca storia del legame tra vaccini e autismo. Lucio aveva detto molte volte a sua moglie che ogni teoria in proposito era stata smentita e che il medico che l’aveva formulata era stato radiato dall’ordine per aver pubblicato dati falsi per denaro, ma evidentemente non l’aveva convinta. In fondo la capiva, per quanto sapesse razionalmente di non avere colpe per la malattia del loro bambino, il rimorso la divorava. Se credere in una menzogna le dava sollievo, forse era meglio che lui non la smentisse.

Clara scivolò via dalle coperte, tentando per l’ennesima volta di non svegliare il marito. Di solito Lucio faceva finta di niente e continuava a stare immobile con gli occhi chiusi, ma quella volta non riuscì a trattenersi, era come se sentisse addosso un presagio di tragedia. Le sfiorò il braccio per fermarla.

«Tutto bene, tesoro?»

La donna annuì con poca convinzione. Quando Lucio accese la luce notò quanto profonde fossero le ombre blu che le cerchiavano gli occhi.

«Non dormi da mesi, ti prego torna a letto. Clara, ci stiamo perdendo e io ho paura. Per favore, torna da me.»

Lei gli si sedette accanto e gli asciugò le lacrime col dorso della mano, poi, per la prima volta da quasi un anno, gli sorrise.

«Non temere, amore mio, le cose miglioreranno presto. Ti prometto che ci ritroveremo.»

Lucio l’attirò a sé per baciarla, poi, quasi inconsapevolmente, le fece scivolare la mano tra le cosce, era così tanto che non facevano l’amore. Si aspettava che lei si negasse, ma si sbagliava. Clara sollevò le lenzuola e si sdraiò su di lui. Lucio credette che sua moglie fosse finalmente tornata la donna che era e le sfilò la camicia da notte.

La cantina era fredda e umida e Clara si strinse più forte nella felpa che si era gettata sulle spalle.

Si avvicinò alla cabina di legno, la scoprì ed entrò. Dentro c’era tutto ciò di cui aveva bisogno, dei vestiti comodi e caldi, acqua e cibo. Non aveva potuto prendere molte cose perché lo spazio era ristretto, ma non importava, ciò di cui aveva principalmente bisogno poteva portarlo addosso. Sperò che il propellente fosse sufficiente, poi accese quell’assurdo macchinario di sua costruzione, pensando al fatto che lo aveva assemblato per gioco e consapevole che se i suoi calcoli fossero stati sbagliati avrebbe potuto far esplodere l’intera casa. Digitò sul display una data e delle coordinate geografiche, poi sfiorò il pulsante di avvio con mano tremante. Respirò a fondo e si disse che non poteva esitare, era suo dovere salvare suo figlio e tanti altri bambini. Doveva tornare indietro e uccidere Edward Jenner, il medico che aveva inventato il vaccino nel 1796.

Edward era al settimo cielo. Finalmente, dopo tanto lavoro, aveva tra le mani la prova definitiva a sostegno della sua intuizione. Jenner aveva avuto quell’idea folle e geniale osservando che i contadini che si ammalavano di vaiolo bovino diventavano immuni al ben più grave vaiolo umano. Aveva condotto vari esperimenti e infine somministrato al giovane James Phipps il vaiolo bovino. Dopo mesi gli aveva inoculato la forma umana e, come lui aveva previsto, il ragazzo si era rivelato del tutto immune alla malattia.

Era così felice che si ritrovò a fischiettare tra sé e sé. Se fosse riuscito ad applicare lo stesso principio anche ad altre malattie, avrebbe potuto salvare centinaia e centinaia di vite. Si apprestava a trascrivere le sue osservazioni quando sentì la porta del suo laboratorio aprirsi. Una donna dall’abbigliamento bizzarro varcò la sua soglia.

«Siete voi il dottor Jenner?»

Dall’accento era evidente che non fosse inglese.

«Sì, sono io. Avete bisogno di aiuto?»

Lei annuì debolmente.

Il giovane medico si alzò e solo quando le fu vicino notò che il suo volto era rigato di lacrime.

«Mi dispiace tanto», sussurrò Clara.

Edward non capì fino a che non vide la pistola brillare nella mano di lei. Il proiettile lo colpì al cuore prima che lui potesse emettere un suono. Il corpo di Jenner cadde di schianto e Clara rimase come ipnotizzata a fissare la muta maschera di orrore e stupore che era diventata il viso dell’uomo che aveva assassinato. Si sentì improvvisamente scossa dai conati e cadde anche lei in ginocchio, fino a che il senso di nausea non fu passato.

Si rimise in piedi barcollando e si impossessò degli appunti del medico. Trasse un accendino dalla tasca e lasciò che le fiamme lambissero i fogli fino a che non li sentì crepitare, poi li gettò a terra. Osservò le boccette ordinatamente disposte su una mensola fino a che non trovò quelle che contenevano liquidi infiammabili, poi ne rovesciò il contenuto sulla carta, sul pavimento e sulle pareti. Il fuoco divampò all’improvviso e mentre fuggiva via dal laboratorio, Clara intravide il proprio riflesso su un vetro. Lo mandò in frantumi per cancellare l’immagine di quella donna, a lei ormai sconosciuta.

Clara riprese i sensi lentamente e all’inizio non riuscì a ricordare cosa fosse accaduto, poi, quando si rese conto che stava fissando il soffitto della sua cantina, realizzò di trovarsi ancora nella macchina del tempo e che qualcosa aveva fatto aprire lo sportello. Quando uscì dal macchinario, sentì una goccia di sudore gelido correrle lungo la schiena: niente era come lo aveva lasciato, quella stanza, un tempo di stipata di ogni cianfrusaglia, era completamente vuota e uno spesso strato di polvere ricopriva il pavimento.

Sobbalzò quando sentì uno scoppio alle sue spalle. Dalla cassa di legno si alzò una voluta di fumo e Clara capì che il sistema era andato in corto circuito. Qualsiasi meccanismo lei avesse innescato cambiando il passato, ormai non poteva essere disfatto. Si diresse come una sonnambula verso la porta della cantina, ma non riuscì ad afferrarla, la sua mano attraversò lo stipite come se fosse diventata improvvisamente incorporea. Clara sentì il terrore attanagliarle il petto mentre, impalpabile come una fantasma, si dirigeva al piano superiore. Ogni singola stanza della casa era spoglia e abbandonata da mesi, era evidente. Suo figlio e suo marito erano spariti e qualsiasi traccia della loro esistenza era stata cancellata, del loro passaggio non era rimasto nulla.

Avrebbe voluto urlare e battere i pugni contro il muro, ma non aveva più voce per gridare il suo dolore né muscoli per sfogare la sua rabbia. Non sapeva come avesse fatto, ma era certa che tutta quella desolazione fosse stata causata da lei.

Il portone di ingresso che si apriva la riscosse dalla sua angoscia. Vide entrare due persone, una era Cristina, la sua giovane vicina di casa che salutava a malapena, l’altra era una sconosciuta sulla sessantina, impeccabile nel suo tailleur color cipria.

La più anziana delle due arricciò il naso nel sentire odore di chiuso.

«Per l’amor di Dio, apriamo le finestre, qui dentro l’aria è irrespirabile! Siamo sicuri che la casa sia stata bonificata?»

L’altra sospirò spazientita.

«Ovvio che è stata bonificata, altrimenti non vi avrebbero mai permesso di venire a stimarla per l’asta. Se solo penso alla povera famiglia che viveva qui dentro… Si chiamavano Clara e Lucio Parisi e avevano un bimbo piccolo.»

Clara era sempre più sotto shock, era chiaro che le due donne non fossero in grado di vederla e che una tragedia si fosse abbattuta sui suoi cari.

«Una delle tante famiglie devastate dall’ultima epidemia di vaiolo», continuò la donna più giovane. «Madre e padre morti e il figlio rimasto orfano.»

Fu allora che Clara capì. Uccidendo Jenner non aveva contribuito a salvare delle vite, ma aveva condannato a morte migliaia di persone, compresi sé e suo marito, e per qualche motivo era finita in quella sorta di limbo a scontare per l’eternità la sua colpa, osservando tutto il male che aveva provocato. In un momento di follia si ritrovò a pensare che suo figlio era comunque vivo e sicuramente sano grazie a lei, quindi in fondo ne era valsa la pena. Sperò ardentemente che una delle due donne dicesse qualcosa che la portasse a capire dove si trovava la sua creatura e la sua preghiera fu accolta.

«Il bambino è stato affidato a dei parenti?», chiese la signora in tailleur.

«No», rispose l’altra con amarezza. «Nessuno lo ha voluto ed è finito in un istituto. Sai, è affetto da una grave forma di autismo.»

#Clara #AnnaMariaPierdomenico #raccontibrevi #racconti #racconto #raccontobreve #shortsstories #shortstory #stories #story

53 visualizzazioni