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La sera giusta



Per costruire una bambola voodoo serve innanzitutto sapere come fare, ma per questo basta una veloce ricerca su Google. Non ho cancellato la cronologia: è a questo che penso mentre guardo il cielo.

Stasera non si vedono stelle. Qui, ai primi di Settembre iniziano gli acquazzoni: forse sta arrivando il primo. I due mesi migliori dell’anno, almeno sulla carta, sono passati. Le uniche luci che rischiarano la linea di bordocampo sono quelle che arrivano dai lampioni lungo la strada, un centinaio di metri più in là, mentre le braci delle nostre sigarette risplendono.

Al distributore automatico abbiamo preso Pall Mall, pacchetto da venti. Ce ne toccano cinque a testa, perché Ale non fuma. Accidenti a lui, al suo fisico e ai suoi polmoni da atleta. Di fumarne un paio e poi nascondere il pacchetto a casa di qualcuno non se ne parla: troppi rischi. Abbiamo delle mentine per camuffare l’alito, e questo la dice lunga. Quattro accaniti consumatori in incognito e un tabagista della domenica, quando va bene, che cercano il sapore della maturità nascosti negli angoli di un paese ucciso dalla noia.

Per fare una bambola voodoo serve della cera, per il corpo.

Il fumo è composto da una parte gassosa e da una solida. La prima è impalpabile e invisibile. I miei problemi sono come la seconda. Fini. Neri. Probabilmente anche cancerogeni. Qualcuno dice di fumare perché gli piace il sapore. Mente. Io lo faccio per autolesionismo, visto che non posso lesionare nessun altro.

Ho fatto il mio primo tiro già qualche anno fa, ma non mi è piaciuto granché e ho lasciato perdere. Mi seccava la gola e mi sentivo la lingua come impolverata. Ho ricominciato qualche settimana fa, per lei, per avere una bandiera con cui sventolare il mio malessere. Forse in questo momento mi si sta annerendo anche il cuore, oltre ai polmoni. Di sicuro, l’oscurità ce l’ho già in testa.

Per fare una bambola voodoo servono dei bastoncini, per le braccia e le gambe.

La panchina è lunga abbastanza, quindi se ci stringiamo riusciamo a starci tutti e cinque. All’estremo destro ci sono io. Poi Vince, Diego e Bobo. Dall’altra parte c’è Ale, senza sigaretta. Tiene la gamba destra allungata davanti a sé. Indossa dei pantaloncini corti, così riesco a vedere un bellissimo ematoma con satelliti di escoriazioni tutt’intorno. Dice che è caduto mentre si allenava.

È una settimana che non gli rivolgo la parola, che faccio come se non esistesse, anche se Giulia ha detto che il saluto non si toglie neanche ai cani. Se ho imparato qualcosa da questa mancata storia d’amore, è che niente ci appartiene di diritto. Anche il fatto stesso di soffrire per qualcuno non frutta nessuna medaglia al valore.

Il livido sul mio orgoglio è molto più esteso di quello sulla gamba di Ale. Per voler suscitare la compassione del prossimo bisogna essere finiti proprio in basso, ma io mi sono fermato giusto in tempo sul penultimo scalino di quella grande discesa che è la perdita dell’autostima. Ho fortunatamente afferrato il concetto prima di compromettermi del tutto, evitando di esprimere con parole chiare il mio bisogno di pietà.

Per fare una bambola voodoo serve qualcosa della vittima designata. Un brandello di indumento, unghie, peli. Un po’ di capelli prelevati di nascosto dal cappello di Ale sono stati più che sufficienti. È bastato aspettare che se lo togliesse prima di andare a farsi una nuotata.

La frase “non voglio rovinare la nostra amicizia” dovrebbe essere bandita da un qualche organo internazionale, perché fa più danni delle armi di distruzione di massa. È un cliché troppo abusato perché chi se lo sente dire possa capire pienamente. Di solito si rimane con la bocca spalancata, oppure con le labbra serrate per impedire alla dignità di colare via dagli occhi. Se poi lei è ben lieta di rovinare il suo rapporto con un tuo amico, l’opera è completa.

Lo sapevano tutti che ero innamorato di Giulia. Lo sapeva anche Ale. Ale con il suo fisico palestrato. Ale con i suoi occhi innocenti e il sorriso splendente e i suoi libri in spiaggia. Dopo il mio amichevole due di picche, ho visto costruirsi tra loro un feeling sempre più intenso. Ormai aspettavo minuto per minuto l’inevitabile. Finché un giorno Ale è venuto da me: «Ti devo dire una cosa.»

Per vedere se le istruzioni trovate su internet sono buone, ho deciso di fare una prova. Un paio di giorni fa ho visto un cane orbo che rovistava tra i rifiuti. Appena ha avvertito la mia presenza si è allontanato di una decina di metri, ma è stato facile conquistare la sua fiducia con un pezzo di pane raffermo pescato dalla busta di spazzatura di cui mi dovevo sbarazzare. Tenevo il boccone con due dita, mentre il cane fiutava nella mia direzione e si avvicinava. Ho cominciato ad accarezzarlo, cercando di non pensare al numero di zecche a cui offriva vitto e alloggio. Era talmente malconcio che i peli venivano via che era una bellezza. Ne ho avvolto un ciuffo in un fazzoletto.

Tornato a casa, mi sono procurato il materiale necessario e ho realizzato un grazioso pupazzetto a forma di cane. All’interno, impastato con la cera, ho messo il souvenir del mio pulcioso amico.

Sono tornato ai cassonetti e il cane era ancora lì. Avevo portato con me un lungo spillone acuminato. Ho trafitto il pupazzo. Il cane continuava allegramente a scodinzolare, cercando il proprio pranzo. Ho affondato di nuovo lo spillone nella pancia della bambola, senza risultato. L’animale mi aveva visto e cominciava ad avvicinarsi, magari chiedendosi quale leccornia gli avessi portato stavolta. Ho serrato i denti per la rabbia. Riuscivo solo a sibilare la mia frustrazione. Ho squarciato la bambola, facendone fuoriuscire le viscere di pezza e cera.

Avrei voluto smembrare Ale alla stessa maniera, quando è venuto a confessarmi tutto in nome dell’amicizia e della lealtà. Per avere la coscienza a posto mentre continuava a pomiciare con Giulia. Avrei voluto vederlo sanguinare a mio piacimento, picchiandolo fino a quando non fossi svenuto per la stanchezza. E ancora non sarebbe stato abbastanza.

«Queste Pall Mall fanno schifo al cazzo», dice Diego.

«Dovremmo passare alle Davidhoff», gli fa eco Bobo.

L’argomento mi è completamente indifferente. Sarebbe sempre e solo una variazione sul sintomo. Neanche Ale dice la sua. Con l’indice saggio la punta dello spillone che tengo in una tasca. Il fantoccio è nell’altra.

Per fare una bambola voodoo ci devi mettere dentro tutto te stesso. Serve l’odio puro spogliato del contorno e dei condimenti. Senza i perché e i forse. Un distillato. Nessuna logica.

Ieri ero in macchina con i miei. A lato della strada ho visto a un tratto la carcassa di un cane. Ormai non era più neanche un pezzo unico. Non so perché ne fossi così sicuro, ma quello era il mio amico pulcioso che mi regalava un’epifania. Mi sono reso conto che per la povera bestia non avevo usato un distillato, ma un drink annacquato che aveva impiegato del tempo per fare il suo dovere.

A quelli che quest’estate mi hanno chiesto perché avessi ripreso a fumare, ho risposto che la nicotina mi aiuta a calmare i nervi. A quel punto tutti ormai sapevano che Ale mi aveva battuto, ma io ho continuato a insistere nella parte dello spasimante irriducibile, il che mi rendeva doppiamente ridicolo senza che me ne accorgessi.

Vedevo Ale prendere furtivamente la mano di Giulia e allontanarsi con lei verso la spiaggia. Giulia mi ha detto che non volevano farmi soffrire. Non mi è venuto in mente niente di letale da rispondere. Ogni sera vedevo la stessa scenetta. Ogni sera accendevo la sigaretta. Ogni sera lui sapeva che aveva qualcosa di cui vergognarsi, ma forse neanche ci pensava. Anche gli altri vedevano e non dicevano niente. La nicotina mi entrava in circolo e si corrompeva con i miei pensieri di pece.

Si dice che la dispersione del fumo non segua nessuna legge matematica, o semplicemente non è mai stata scoperta la formula del suo vagare incontrollato. Se gli altri sapessero che sto accarezzando una punta d’acciaio da piantare nel cuore di una bambola crederebbero che sono pronto per il manicomio. Eppure, sono solo gli eventi che sono andati avanti sul loro sentiero. Io li ho seguiti: non sono stato io a guidarli, a metterli in marcia, o a incoraggiarli nel loro cammino.

Queste sigarette fanno davvero schifo.

Per costruire questa cazzo di bambola voodoo ci vuole soprattutto cautela.

Le mani mi tremavano troppo: mentre me la rigiravo tra le dita per ammirare il prodotto finito, mi è caduta. Quando mi sono chinato a raccoglierla dal pavimento, ho visto che una delle gambette di legno era scheggiata. La contemplavo con la testa che mi esplodeva, ma mi sentivo stranamente leggero, come se il peso di tutto il nero che avevo dentro si fosse riversato nel piccolo feticcio, lasciandomi pulito e sereno, l’animo libero dalla fuliggine.

Aspiro ancora una boccata di fumo. È l’ultima, perché stasera si chiude tutto. Non avrò più bisogno di sigarette o altri surrogati tranquillanti, perché non ci sarà più nulla per cui essere arrabbiati. Il mio anestetico saranno le scene che verranno dopo. Chiedo soddisfazione.

«Andiamo?»

Diego distribuisce le mentine. Ale si tasta l’ematoma e fa una smorfia di dolore. Questo fa parte della ricompensa che mi è dovuta, anche se fuori programma. Piacevole, dopotutto.

«Proporrei un bagno di mezzanotte, per celebrare la fine dell’estate», dice Diego alzando il mozzicone, come per un brindisi.

«Avete il costume?», chiede Vince.

«No, e allora?»

«Aggiudicato.»

Usciamo dal campetto attraverso un varco nel cancello, dove una delle barre di metallo è stata divelta. Mentre gli altri sono già fuori, sento una mano che mi trattiene per un braccio. Mi volto, e lì c’è Ale.

«Per quanto ancora hai intenzione di ignorarmi?»

Lo guardo in faccia ma non rispondo.

«Senti, non posso farci niente. Mi rendo conto di essermi comportato come una merda nei tuoi confronti. Non sono stato proprio un amico.»

Si vede che sta cercando le parole giuste. Ci avrà pensato molto, ma esprimere così i propri sentimenti non deve essere facile.

«Ma la amo, non posso fare altrimenti! È qualcosa che mi ha sorpreso e poi…»

«Ok, scusa.»

Lui mi guarda come se avessi un secondo naso. Forse si era preparato alla fine di un’amicizia, a un litigio. Magari a una rissa. Di certo, è rimasto senza parole.

«Come?»

Lascio andare un pesante sospiro e poi ripeto. «Ti chiedo scusa. Qui l’idiota sono io. Mi sono comportato come un bambino. Io sono meglio di così, tu lo sai. E anche Giulia. Sono state settimane confuse per me, ma spero possiate perdonarmi.»

«Ma veramente, io…»

«Mettiamoci una pietra sopra, ok? Amici come prima. Solo non parliamone più, ti prego. Fino a cinque minuti fa ti odiavo come se da questo dipendesse la mia vita. Ma è inutile.» Schiaccio il mozzicone. «Come queste cazzo di sigarette. Non mi dovete nulla, solo ho bisogno di un po’ di tempo per abituarmi all’idea di voi due.»

Lui mi guarda e non dice niente. Lo stupore gli ostruisce il forno. Poi riesce a sputarlo: «Cazzo! Sì, certo.»

«E fammi un favore. Non comportatevi come gli amanti che non devono essere scoperti. Credo di poter sopportare di vedervi insieme. Non sono il marito pazzo e geloso.»

Ale mi abbraccia all’improvviso, un gesto tanto spontaneo quanto inusuale nel nostro gruppo.

Poi, inizia a correre per raggiungere gli altri. A metà strada si volta e mi fa il saluto militare ridendo.

Lo guardo allontanarsi e contemplo con le mani in tasca i nuvoloni che arrivano. Sono estremamente rilassato, adesso. Lo spillone è al suo posto. Il feticcio che assomiglia ad Ale anche.

Mi domando se questa sia davvero la sera giusta. Forse sarebbe meglio aspettare e far assistere anche Giulia all’atto conclusivo.

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