• Reader for Blind

Forte

Aggiornato il: 13 apr 2019



di Gregorio Scorsetti

Quell’estate non ci fermammo un secondo. Appena rientrato da Londra iniziai a dare una mano a Billy e un lavoro dopo l’altro tirammo fino ad Agosto. Ci mancava soltanto la tenuta degli Aldobrandi, e a sentirlo non vedeva l’ora di iniziare. Se entravi nelle loro grazie, tra il giardino e tutto il bosco, diceva che potevi camparci una vita intera.

Il parco si allungava a perdita d’occhio come un’onda verde, i platani che lo chiudevano su tutti i lati. Dalla cancellata all’ingresso partiva un sentiero di ghiaia che portava dritti a una villa antica con la facciata incoronata dalle guglie, e una scalinata che sapeva ancora di grandi feste, frac e donne in carrozza.

Nemmeno il vento s’azzardava a uscire in quei giorni. I colori del prato sembravano sfumare dai loro contorni e fondersi nella luce bianca del sole. Odiavo quel lavoro, ma era l’unico modo per non chiedere altri soldi a mio padre. Aspettavo notizie da Londra per il colloquio alla Barclays, ma il tempo passava e con lui le giornate a caricare e scaricare il furgoncino, con Billy che trottava nell’erba alta come un toro. Spaccarsi la schiena per lui era un motivo d’orgoglio, e se mi dava un compito era solo per riprendermi e dirmi che era meglio se continuavo a studiare.

Stava ancora in quel buco che gli aveva trovato il prete, col letto a due passi dal cucinino e il bagno nascosto dietro a una porta a soffietto. Quando tornavo dal college stavo un po’ da lui e un po’ da papà, che con Billy manco ci parlava. Gliene aveva combinate di tutti i colori dopo che era morta la mamma, e quando vennero i Carabinieri a cercarlo papà gli disse che era un bastardo, e in casa sua non ci sarebbe più tornato.

Gli Aldobrandi non erano più nobili da una vita, ma il Conte continuava a comportarsi come tale. Era vecchio e pallido, sempre con la giacca e il foulard al collo nonostante il caldo. All’inizio ci guardava con sospetto e restava seduto in giardino a controllarci finché non spariva l’ultimo filo d’ombra, e tornato in casa rimaneva a fissarci dalla finestra.

Sua moglie Sofia era molto più giovane di lui, talmente bella che poteva rovinarti, se non stavi attento. Nel pomeriggio prendeva il sole in piscina, e appena la vedeva Billy si toglieva la maglietta e cominciava a spostare le fioriere da solo, a prendermi in giro e urlarmi che non sapevo fare niente. Qualche volta la faceva anche ridere, e allora iniziava a chiamarmi Wall Street e a chiedermi del colloquio. A dirmi che lo meritavo.

Era ignorante Billy, sempre geloso di tutti. Ma se lo conoscevi non era difficile andarci d’accordo. Bastava farlo sentire importante, e ti avrebbe voluto bene per sempre.

Il sole di quell’Agosto ci bruciò vivi. La sera tornavamo a casa talmente stanchi che andavamo dritti a letto senza nemmeno cenare, ma il Conte sembrava contento del lavoro. Cominciò a darci del tu e a intrattenersi con noi ogni mattina. A farci trovare un vassoio con panini e birre quando rimanevamo fino a tardi.

«Questa è gente di classe», diceva Billy che alzando lo sguardo passava in rassegna tutto il parco e le schiere di platani, facendo il conto di quanti soldi avrebbe potuto tirarci fuori.

Stare vicino al Conte lo portava a fare sogni in grande, e la sera, prima di andarsene, entrava in casa a salutarlo e a proporgli nuove idee per il parco. Si portava una maglietta e le scarpe di ricambio prima di presentarsi, se era troppo sudato si dava pure una sciacquata alla fontanella. Non mi faceva mai andare con lui, e se lo seguivo s’arrabbiava pure, perché gli avrei sporcato casa, e l’attrezzatura non si caricava mica da sola.

Così non mi restava che guardare la villa da fuori, a tradurre i suoi racconti in immagini. A tracciare i muri e a issare le scale per conto mio. A posizionare tutti i quadri che diceva di vedere, le armature vuote che vigilavano i corridoi e le sciabole appese alle pareti.

Quando scendeva per la scalinata si sentiva un nobile anche lui. Si metteva una camicia, mi portava in trattoria e mi chiamava Wall Street, ma il giorno dopo rispuntava Sofia, e per farsi bello me ne tirava dietro di ogni.

Da Londra mi confermarono il colloquio per inizio Settembre, e da quel giorno Billy non mi diede più tregua. Sarei stato un tirocinante, di soldi ne avrei visti pochi e con tutto il lavoro che c’era da fare lì a casa mi disse ch’ero un ingrato ad andarmene.

Un giorno Sofia ci sentì discutere, e tra una cosa e l’altra saltò fuori che anche lei da giovane aveva studiato a Londra.

Mi raccontò un po’ tutto, come se si fosse tenuta quella voglia per anni, con Billy alle sue spalle che tagliava i rami e mi strozzava con lo sguardo. Aveva lasciato dopo due anni, che poi s’era stufata, e appena rimanemmo soli, a fine giornata, andammo avanti a parlare della città e del campus. Camminammo lungo il corridoio di siepi che portava ai vecchi fienili, col sole che bagnava tutto d’arancio e il parco che taceva.

Billy ci raggiunse che eravamo seduti sull’erba, e quando vide le nostre teste fare capolino da dietro la siepe riuscì a pensare a una cosa soltanto.

«Te la sei scopata», mi disse in macchina.

Risalì la stradina a tutta velocità, sollevando un polverone che entrava dai finestrini e ti bruciava gli occhi.

«Non me la sono scopata.»

«Non mentire.»

Ormai c’era polvere ovunque, e si vedeva a malapena la strada. Una buca mi fece picchiare la testa sul tettuccio. Un'altra mi gettò contro la portiera.

D’un tratto, oltre il muro di terra, ci apparve una curva.

«Frena!» Mi tirai la maglietta sul volto, ma Billy andò ancora più forte, fino a quando sentii un balzo, e le ruote che procedevano lisce sull’asfalto.

Non ci dormì la notte per quella storia, e i giorni seguenti fu tutta una guerra a distanza. Mi insultava al primo errore, e per tutta risposta attaccavo bottone con Sofia e le raccontavo dei miei viaggi, e di tutti quei mondi che a lui erano rimasti preclusi. Qualche volta parlavamo anche in inglese, e se c’era Billy nei paraggi la facevo ridere apposta, come se stessimo parlando di lui, che non capiva una parola e mi squadrava da lontano.

Sofia mi guardava di sottecchi mentre prendeva il sole, rideva, e la sera mi portavo a casa ogni suo gesto. Andavo nella mia vecchia stanza da mio padre e chiudevo tutto, porte, occhi e finestre, e mi rotolavo nel letto pensando a lei.

Non mi pesò più lavorare con Billy. Né il caldo né le sue continue sfuriate. I giorni mi scivolavano addosso e mi bastava vedere Sofia per dimenticarmi anche di me stesso.

A casa ogni tanto ci provava pure a scambiare due parole, ma il discorso cadeva sempre nel vuoto e due volte su tre me ne andavo a dormire da papà. La sua unica soddisfazione era di strofinarmi le mance del Conte sotto al naso, ma ormai non mi faceva più nessun effetto e quando entrava nella villa a lisciarselo lo faceva sempre controvoglia, come se fosse costretto.

Una sera insistette per portarmi a un concerto che gli costò un occhio dalla testa, e quando al ritorno ci fermammo al pub pagò un giro dopo l’altro.

Passò la serata a chiedermi cosa avrei fatto a Londra, se ne valeva davvero la pena, ma quando ci raggiunsero i suoi amici cominciò picchiettarmi l’indice sulla tempia e a dirgli che Wall Street non era come tutti gli altri. Che avrei fatto strada.

A casa si mise a frugare in uno squarcio a lato del materasso, col pavimento che si copriva di fiocchi d’imbottitura e qualche banconota da dieci, venti e cinquanta.

«Prendile» disse, e me le ficcò nelle tasche.

«Ma perché?»

«Perché sei mio fratello» mi rispose, le parole che gli strisciavano dalla bocca.

Era ubriaco.

Cominciò a dire che avremmo potuto mettere su una ditta insieme. Che avremmo fatto i soldi. Che avremmo comprato l’appartamento vicino, buttato giù il muro e costruito una bella casa. Che avremmo fatto delle grandi feste, e ci saremmo divertiti un mondo.

Diceva un sacco di cose, Billy. Ma poi il fine settimana uscivo coi miei amici, e lui passava la giornata davanti alle macchinette. Scommetteva sulle partite e si ubriacava, venerdì, sabato e domenica, e il lunedì veniva su a fatica senza più una lira e andava a lavorare come una bestia sotto al sole.

Il giorno dopo venni a sapere da mio padre che la chiesa gli aveva dato lo sfratto.

«Tira scemi anche i santi, quel bastardo», e dalla sua faccia capii che non vedeva l’ora di raccontarmelo.

A lavoro Billy mi disse che si sarebbe risolto tutto, ma quella volta non gliela diedi vinta tanto facilmente.

«Ma cosa frega a te?», mi urlò alla fine. «Tanto poi te ne vai.»

Non ci parlammo più per il resto della giornata. Sofia uscì soltanto nel pomeriggio ma non la guardai nemmeno, e tirai dritto a lavorare con la testa che già volava oltre manica e si chiedeva perché il giorno prima di partire dovesse essere sempre così brutto.

Se ne andò via presto, che non la stava guardando nessuno, ma nemmeno il tempo di voltarmi che vidi Billy seguirla lungo la scalinata, e sparire nella villa con lei.

«Brutto bastardo» ringhiai, e corsi in casa a cercarlo.

I corridoi erano bui, spogli, e puzzavano di chiuso. Era diverso da come me l’ero immaginato. Un’ala era tutta coperta da teli bianchi, coi quadri e i mobili antichi piantati lì in qualche modo.

Salii le scale guardandomi intorno come un ladro, l’orecchio teso a ogni porta. Ma non li trovai. In queste cose Billy era molto più bravo di me.

Scendendo, lo vidi spuntare da una stanza.

Allungai il passo per raggiungerlo, quando comparve il Conte alle sue spalle con la camicia ancora fuori dai pantaloni.

«Stai diventando bravo.» Se la rise, e quel suo ghigno da pipistrello mi passò sulla schiena come un cubetto di ghiaccio.

Il gradino scricchiolò, e quando si accorsero di me il volto di Billy perse qualunque tratto che nel tempo l’aveva reso il volto di mio fratello.

Montammo in macchina senza neanche guardarci e risalimmo la stradina in una nube di terra.

«Vuole che gli tagli i platani, quest’inverno», fu tutto ciò che riuscì a dire.

«Forte» gli risposi, e tirai su il finestrino, che tutta quella polvere mi stava facendo venire da piangere.

#GregorioScorsetti #Forte #raccontiinediti #raccontibrevi #racconti #racconto #shortsstories #shortstory #stories #story #narrativabreve #narrativa

0 visualizzazioni