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L'inventario

Aggiornato il: 13 apr 2019



di Graziano Gala

Il pavimento era un participio passato del verbo sgranocchiare e alla mezzanotte mancavano pochi minuti.

Era stato tutto uno sradicare vestiti di taglia x con gonne di taglia l sperando che il numero n di minuti dividenti il sabato s dalla domenica xs – ancor più stretta e dolorosa in quella trappola da topi ribattezzata boutique d’abbigliamento – passassero rapidamente restituendola ad una libertà vigilata, a una semidetenzione o a qualsiasi cosa che differisse dalla minuziosa catalogazione dal titolare richiesta.

Si era sciolto alle sue spalle, il già citato sabato s, principiato alle ore 23:00 in cotesta età fiorita che passando coincideva con compleanno domenicale da consumarsi solitario previa scadenza in esercizio lavorativo inventariante.

Di compleanni, con un po' di fortuna, ne trascorrerà almeno una settantina, ma non credo le capiterà molte volte un’esperienza simile, che le consentirà di ambire finalmente al ruolo di shop assistant – aveva detto il Contigliozzi, titolare da minimo salariale, stagismo cronico, capacità d’anglicizzare anche l’ultima merdosa ora di schiavitù legalizzata.

Aveva funzionato, quel mantra, per tutta la notte del sabato s fino al mattino della domenica d, riaprendo gli occhi che si facevano piccini accorciando gli sbadigli che si facevano larghi animando la penna tracciante sul foglio progressiva confidenza con quantità q di quattrocentotrentasei indumenti riordinati in attesa di collettiva amnistia per i rimanenti settecento circa.

A incepparlo, il meccanismo, era stato lo stomaco. Non il cuore, il cervello, i polmoni o un qualsiasi altro pezzo nobile dell’organismo, ma un meschino corrotto impaziente stomaco gorgogliante, incapace di capacitarsi che la fatica fosse così troppa e così poco il nutrimento, computato in numero uno toast preparato da contigliozziana moglie, accompagnato da numero tre bottigliette d’acqua.

Da qui, a duecento vestiti stimabili dalla fine del gioco, era iniziata una caccia all’unico articolo necessario non cedibile a terzi, giacché le patatine padronali masticate in faccia alle commesse – pardon, shop assistant – dal Contigliozzi sembravano computare quantità x + infinito.

L’aprirsi della porta dell’ufficio del personale fu semplice e naturale: l’abbassarsi di una maniglia. I tubi di nota marca patatinale, come da sospetto, non inventariabili, una 7xl di colori e sapori quanto mai variegata.

Furono le bottiglie di spumante con su scritto per occasioni speciali la variante inaspettata: un compleanno passato a sminuzzare su fogli da commercialista vestiti e affini sembrò, alla nostra, occasione specialissima, nello stappare, nell’abbeverarsi e nell’accucciarsi triturante patatine in un angolo dell’esercizio.

Scendeva, lo spumante, a cancellare le ventiquattr’ore presenti, quelle passate e forse quelle a venire, in prospettiva di ventottenne ormai ventinovenne costretta ad abbandonare gli studi a morte paterna, a insaccarsi in divisa da shop assistant per tamponare bollette, infermità materna e chissà quale altri imprevisti futuribili in non evolvibile contratto da stagista.

Il tempo scorreva piacevole, il muro era comodo, i centonovantaquattro capi d’abbigliamento disperavano catalogazione.

Il pavimento era un participio passato del verbo sgranocchiare e alla mezzanotte mancavano pochi minuti: un tubino rosso, indossato senza incamerinarsi; dei tacchi, calzati; uno smalto, adagiato in rapidità.

Un alzarsi di saracinesca poi riabbassata. Un documento appeso in bella vista.

Numero otto di anni passati qui sperando in regolare assunzione.

Numero tre di pullman presi per arrivare puntuale all’esercizio lavorativo.

Numero quattro di tubi mangiati, due di bottiglie attinte per festeggiare il mio compleanno.

Numero quattordici di passi percorsi per uscire dal negozio e non rientrarvi più.

Numero uno di vestiti, due di scarpe, uno di smalti utilizzati a risarcimento.

Inventario completato.

Nell’allontanarsi, un rapido specchiarsi nella vetrina: quei ventinove le stavano a pennello.


Graziano Gala nasce a Tricase il 19 settembre 1990. Vince nel 2012 il premio Lo scrivo io della Gazzetta del Mezzogiorno. Si qualifica terzo a Viareggio al Premio Nazionale Bukowski. Vince, nel 2016, il Carlo Cultrera. Nello stesso anno un suo racconto viene selezionato dall’associazione Onalim e letto nella Piano City Milano 2016.

Nel 2018 pubblica per Musicaos Editore la raccolta di racconti Felici diluvi.

Una sua poesia viene scelta da Lietocolle per la realizzazione de Il segreto delle fragole.

Ha pubblicato racconti su Crapula, Argo, Risme, Settepagine, Verde e Antimateria, blog di Wojtek edizioni.

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