• Reader for Blind

Di fronte a tutti

Aggiornato il: 13 apr 2019



di Alessandro Ceccherini

Ah, eccoti. Era da qualche giorno che non ti facevi vedere, hai trovato il coraggio di lasciare il tumulo. Ti avvicini al bancone, c’è qualcosa di diverso in te: meno compiacimento, un po’ di timore. Sento un brivido di paura mista a enorme, sconcertante piacere: con la mia recensione ti ho cancellato quel sorrisetto, non mi aspettavo tanto. Hai pensato a quanti la leggeranno decidendo di non venire a ingrassarti il culo nel tuo merdoso bed and breakfast, a te e a quel finocchietto sommelier di tuo figlio; pensi a quanti di quelli che conosci l’avranno letta e ne avranno parlato a casa: certe cose, in paesini come questo, girano veloci. Ti capisco. Mi guardi, mi saluti, mi chiedi un caffè. Sorrido. «Arriva subito!»

Un serial killer gode al massimo grado di uno specifico tipo di piacere, quello inconfessabile. La reiterazione è per lui fondamentale perché compiere quegli atti è l’unico modo che ha di viverli, a parte il ricordo e i feticci; la sua vita interiore è solitudine, la sua memoria è una cantina sprangata, un bunker. Immagino una convention di serial killer, un evento in cui ognuno di loro possa percorrere le segrete degli altri e schiavardare le proprie; li immagino confessare uno alla volta il loro mondo singhiozzando per la felicità di poterlo fare. Li capisco, vorrei parlare con qualcuno ma non posso. Sono il serial-killer di TripAdvisor. Tipologia di vittima: struttura piccola, a gestione familiare, situata in idilliaco insediamento umano a vocazione turistica; proprietari: pidocchi risaliti, ignorantoni che fanno gli splendidi, feccia ebbra di successo.

Da qualche mese esco dalla trincea del computer per brevi sortite in campo aperto. A volte, dopo aver scritto una recensione, vado a passare una notte nella struttura. Sono assalti pianificati, azioni pulite. C’è sempre il proprietario alla reception, sono posti troppo piccoli per avere dipendenti. Durante il check-in accenno di aver letto quella recensione orrenda, in viaggio. Sotto i muscoli dei loro visi appaiono colori cupi o nefasti: rossi spenti come sangue secco, o violacei; smania di vendetta, senso d’impotenza, vergogna. Allora ci metto il carico e gli dico, tra il serio e il faceto, che se l’avessi letta prima probabilmente avrei titubato: fasulla o meno non avrei potuto saperlo, e andava detto che le descrizioni, dettagliate e vivide, assolvevano perfettamente alla funzione di scoraggiare. Mi fissano e annuiscono facendo un calcolo moltiplicatore che innalza la gravità della situazione al limite del peggior scenario possibile; a volte tremano un po’.

Non credo esista cosa più inebriante di assistere a un uomo distrutto per causa tua. Vederlo devastato, in ginocchio. Avresti voglia di dirgli che si trova lì per mano tua, che tuo è il dito del giudizio, tua la finezza della punizione. L’idea di colpire ancora le stesse strutture lasciando fino a venti recensioni con profili differenti, scritte però con uno stile forbito che rende indubbia la paternità di un unico autore, è stata una genialata. E poi tornare lì, raccontare di essere di nuovo in zona per lavoro e chiedere com’è andata con quella recensione, se poi ce l’hanno fatta a farla cancellare; fissarli con un bel sorriso mentre valutano cosa risponderti. Quella è la cosa che non li fa dormire la notte, la minaccia oscura che si è fatta flagello, e per loro è difficile parlarne con leggerezza. A volte, in camera, mi tappo la bocca perché nessuno mi senta ridere.

È già notte, il bosco a valle è una macchia di buio. L’agriturismo è stato ricavato da una vecchia colonica e ha cinque ampie stanze; i faretti fanno emergere dall’oscurità la struttura, il pratino all’inglese sul retro, la piscina perfettamente quadrata, il ghiaino su cui poso i piedi. Entro. Il principio regolatore che condanna a zero stelle: vi ho scritto una recensione proprio ieri, per annunciarmi; roba davvero pesante. La hall è stretta, il soffitto alto. Ricordavo il tutto più luminoso, ma va detto che sono passati sette mesi. Non c’è nessuno. Chiudo la porta in ferro e vetro che scatta a battuta con un clangore. Ascolto il silenzio che segue. La stagione è finita, è probabile che ci sia solo io a pernottare. Sono qui, non ho paura di niente, vi schiaccio coi talloni, lascio macerie al solo sguardo.

«Buonasera».

È sbucato alla mia destra un uomo di mezz’età con la testa rettangolare, stempiato, capelli brizzolati, faccia calante ai lati, basso ma massiccio; mi ricorda un po’ il Pacciani ma è vestito di tutto punto, ci tiene a mantenere un’immagine decorosa; deve essere uno di quei miserabili marchigiani che hanno colonizzato la zona decenni fa. L’altra volta c’era sua moglie. Lo saluto mantenendo il sorriso beato che mi accompagnava nel fantasticare.

«Volevo controllare ma poi non l’ho fatto. Ricordo il suo nome, lei è stato qui in estate, sbaglio?»

«Fa bene a fidarsi della sua memoria. Sì, sono stato qui, ma non era estate, era aprile».

«Bene, fa sempre piacere quando un cliente torna, vuol dire che abbiamo lavorato bene».

«Non c’è dubbio. A proposito, l’altra volta parlai con una signora, presumo sua moglie».

«Sì, Luisa».

Ha l’espressione concentrata di chi è abituato a fingere interesse. «Vero, Luisa. E insomma parlai con lei di una recensione pessima che qualcuno vi aveva fatto per spregio e poi, venendo qui, ho riguardato il vostro profilo per scoprire se ce l’avevate fatta a farla cancellare». Faccio una piccola pausa, lo osservo scuotere la testa. «E invece mi sono accorto che ce ne sono molte altre, tutte sullo stesso tono. Serve il documento?».

Annuisce turbato, guarda qualcosa sul bancone ma non guarda niente.

«Qualcuno ce l’ha con voi», insinuo passandogli il documento.

«Perché, io vorrei solo sapere perché».

E vorresti piangere, anche. «Cose così non sono semplici da capire. Può essere uno con cui si è avuto uno screzio anni fa, anche una cosa insignificante, oppure uno con cui non abbiamo mai parlato ma che ci odia di nascosto. Ha mai visto Anatomia di un rapimento, di Kurosawa?»

Mi guarda come se avessi detto un’insensatezza. «No».

«Oppure, più semplicemente in effetti, può essere qualcuno con delle motivazioni plausibili di vendetta, o un concorrente in affari, magari qualcuno invidioso del vostro successo. È difficile capire il perché, se non si sa il chi. Comunque, odiare a distanza, oggi, è troppo facile. Potrebbe essere chiunque». Riesco ad amare l’uomo solo da una certa distanza.

«Io so solo che per me è meglio non saperlo, potrei compromettermi».

«Giusto, cosa si può fare a uno che racconta di aver trovato degli escrementi nella doccia?»

Smette di trascrivere i dati della mia carta d’identità per guardarmi spiazzato. «Nessuno ha mai scritto quella cosa».

È tutto perfettamente nitido: ho fatto un errore, il messaggio che ho scritto ieri non è ancora stato pubblicato ma lo sarà a breve, e allora sarà la catastrofe. «Ah, no? Devo averlo confuso con qualcos’altro che ho letto». Potrebbe denunciarmi, si verrebbe a sapere che sono stato io a scrivere anche tutte le altre. Devo muovermi, andare in camera ed eliminarlo prima che venga pubblicato, oppure cancellare il profilo e disinstallare l’applicazione.

Ripiega la carta, me la passa guardandomi da sotto le sopracciglia fitte come rovi.

«Dovrei andare in bagno, posso avere la chiave?»

«Certo». Mi passa la chiave senza alzarsi. «Stanza 1».

Corro i pochi metri che mi separano dalla stanza. Le mani mi tremano un po’ mentre ficco la chiave. Entro, mi chiudo dentro, tiro fuori il cellulare dalla tasca interna del giubbotto. Non c’è campo in questo buco di merda. Mi connetto al Wi-Fi. Vuole la password. La cerco sul vecchio scrittoio, tra le istruzioni di benvenuto, nella legenda dei tasti del telecomando, sul comodino accanto al telefono: niente. Merda. Esco veloce e torno al bancone. L’uomo non c’è più. «Mi scusi!» urlo.

«Mi dica».

Le parole mi arrivano alle spalle e faccio un salto: non l’ho visto, doveva essere già lì. «Mi servirebbe la password del Wi-Fi, per favore».

Cammina con spaventosa lentezza, mi passa accanto guardandomi negli occhi. Distolgo lo sguardo. Raggiunge il retro del bancone, afferra un foglio, si guarda intorno, apre un cassetto, prende le forbici, taglia una striscia in fondo al foglio, me la passa.

«Grazie». Ho un presentimento orrendo. Cammino veloce fino alla stanza. Mi sono chiuso fuori. Torno indietro. «Mi scusi ancora, ho lasciato le chiavi in camera».

Resta immobile con le mani sulla pancia, reclinato all’indietro sulla sedia da ufficio. Non mi guarda. È cupo. Prende un mazzo di chiavi da sotto il banco e si avvia nel corridoio. Lo seguo standogli un po’ a distanza. Apre la porta. «Prego».

Schizzo dentro. «Grazie».

Veloce, inserisco la password, Latorcia2019. Connesso. Apro il profilo di Tripadvisor. Il titolo: “ESPERIENZA DA INCUBO”; le prime parole: “Non andate in questo posto sperduto, la vastità delle orribili sorprese che...” È stato pubblicato. Devo cancellarlo subito. Entro sul mio profilo. Tocco i tre puntini in alto a destra: elimina. Un messaggio mi informa che la recensione verrà cancellata in massimo quarantotto ore e trattengo un urlo con la mano. Vado sulle impostazioni del profilo, cancello il profilo. Torno sulla pagina della struttura. La recensione è ancora lì. Adesso sono davvero nella merda. Calma. È più probabile fare un incidente sulla strada che percorriamo ogni giorno perché ci sentiamo troppo sicuri, ci azzardiamo a spingere. Mi sono rilassato troppo. Però... sì! La recensione avrei potuto averla letta appena prima di entrare. Sì. Questione di minuti, di secondi: lui non l’aveva ancora vista e io ho aperto Tripadvisor proprio qui fuori, prima di entrare, e l’ho letta lì. Quando me l’ha chiesto ho fatto confusione e mi sembrava di essermi sbagliato, ero reduce da una giornataccia, il lavoro e cazzi e mazzi, sa com’è. No, non sono tenuto a giustificarmi, la storia ci sta, è improbabile ma possibile, non devo stare sulla difensiva, questa gente lo sente l’odore della paura, sono abituati a inebriarsi delle urla dei cinghiali, questi sadici psicopatici fiutano il panico e il terrore. Non devo avere paura. Ho letto la recensione prima di entrare, punto, addio e grazie per tutto il pesce, stronzo. Non è così grave, anzi è abbastanza agile. È la verità, ci devi stare, non hai alcuna prova del contrario. Di fronte alle tue insinuazioni rido: si sbaglia, io sono venuto in zona per lavoro e sono tornato da voi perché mi ero trovato bene, e anzi trovo fuori luogo le sue insinuazioni. Giusto, il lavoro: dovrei revisionare gli ascensori in zona, meglio che controlli una lista di posti che hanno l’ascensore. Apro Maps. Devo inventare una lista di indirizzi, tre o quattro bastano. Il paese più grosso nei dintorni è Poggibonsi. Uso il navigatore 3d di quegli schifosi di Google. Trovo un palazzone in Via della Costituzione; un altro in Via Berlinguer; Via Forlani. Questa gente conosce bene la toponomastica dei paesi, è gente attiva, inserita nelle dinamiche comunitarie, sa che il negozio di falciatrici si trova in Via Piedimonte 66, lo sa perfettamente. Via Venticinque Aprile. Mi segno la lista sul bloc-notes del telefonino. E per quale ditta lavoro? Perché non chiedo la fattura? Va tutto bene, non gli ho detto che venivo per lavoro. L’ho fatto nella e-mail di prenotazione? Controllo. No. Bene, allora sono qui per vedere una tipa. E me ne sto in camera tutta la sera? Sono in viaggio per il sud e passo una notte qui perché voglio visitare il paese all’indomani, mi piacciono le torri. Dovrei uscire a cena. Non posso, sono troppo sconvolto al solo pensiero di incontrarlo adesso. Sto male e non esco per cena. No, troppo sospetto. Ho già cenato e sono molto stanco, viaggio verso il sud e faccio un giro in paese domattina, prima di ripartire, vado a trovare la famiglia di mia moglie che vive in Campania, sud della Campania. Cerco su Maps. Parco del Cilento, Piaggine, posto spettacolare, nel verde. Perfetto. Cancello Tripadvisor e tutte le e-mail che mi sono arrivate da Tripadvisor. Come prova finale, in un atto di estrema apertura e volontà chiarificatrice, potrei mostrargli il telefonino: facciamo così, controlli pure il mio telefonino. Perfetto. No, Tripadvisor la devo reinstallare, gli ho detto che la usavo. Devo ricontrollare tra i nomi suggeriti al login, a volte li memorizza, il silicio non dimentica. Cancello anche la cronologia di internet. Perfetto, perfetto. Cazzo, tutta questa storia mi ha sfasciato, sono distrutto, mi fanno male le gambe. Controllo che la porta sia chiusa, ci metto una sedia a contrasto con sopra dei bicchieri così se qualcuno entra mentre dormo mi sveglio. Mi ci vuole un bel bagno ora, devo rilassarmi e pensare lucidamente, preparami a ogni evenienza. Se mi aggredisse in bagno, nella vasca, roba alla Psycho, stile Marat. Meglio evitare il bagno, troppo vulnerabile. Oppure potrei fuggire stanotte, di soppiatto. No, ha tutti i miei dati, e poi sarebbe un’ammissione di colpa. Però potrei lasciargli un biglietto con su scritto che sono dovuto scappare di corsa e poi non ripassare mai più da queste parti per il resto dei miei giorni. Potrebbe andare bene, la gente si fa molte meno paranoie di quanto non faccia io, per questo ne uscirò bene. Ma qui si parla di avvocati, di quantificazione dei danni, di risarcimenti: certa gente diventa incredibilmente sveglia quando si parla di soldi. No, devo chiudere qui la cosa, chiarire, evitare sospetti e lasciarmi tutte queste beghe alle spalle. Sono colpevole, non devo dimenticarlo. Se il tizio contattasse tutti i posti che ho recensito facendo un controllo incrociato dei profili potrebbero farmi una cazzo di class-action. Porca troia, questa è roba che finisce su Dagospia. Domattina sarò trasparente, tutto andrà bene. Ho i brividi, sto tremando. Controllo il riscaldamento. È acceso. Ci piazzo le mani davanti, mi si sono congelate, il sangue è dovuto affluire al cervello per pianificare la strategia d’uscita, è normale che non sia arrivato alle estremità degli arti, si deve sempre sacrificare qualcosa. Sono stanco, stanco di pensare, stanco di me. La finestra davanti alla mia faccia è chiusa e la luce interna si specchia sul vetro impedendomi di vedere l’esterno: il tizio potrebbe celarsi nell’ombra e fissarmi proprio ora. Devo agire in maniera disinvolta. Guardo la luna: sembra che ci sia un buco sulla superficie; non so perché, ma mi fa pensare a un corpo cavo. Sbadiglio allungando le braccia per stirarmi: guardami, sono stanco e perfettamente tranquillo, ora mi metto a letto. Tiro le tende. Mi tolgo le scarpe, le poggio accanto allo zaino e mi infilo sotto le coperte vestito, pronto alla fuga. Spengo la luce. Potrebbe avermi osservato mentre pensavo a come tirarmi fuori da questo casino. Chissà che faccia avevo...

Mai passata una notte così, non che ricordi. Ho fatto incubi tutto il tempo, a un certo punto ho sognato le urla infuriate dell’uomo arrivare dalla sua stanza e mi sono svegliato ma era tutto silenzioso. Prendo il telefono, sono le sei e mezzo. Un chiarore tenue filtra ai lati degli oscuranti. Sarei tentato di guardare fuori per vedere se è già giorno o se ancora è tutto blu. Dovrei aspettare le otto, farmi fare il conto, rifiutare la colazione e andarmene salutando nel sole pienamente sorto, lo so. Mi alzo, infilo le scarpe, mi metto lo zaino. È il momento. Se non c’è nessuno, meglio, lascio i soldi sul bancone. Anzi, scrivo un biglietto. Prendo un foglio dallo scrittoio. Sono le 6:30. Scusate, mi ero dimenticato di dirvi che sarei ripartito così presto, ieri sera sono crollato per il viaggio. Alla prossima, Roberto Fazi (stanza 1). Perfetto, almeno non sembra che sia fuggito nel cuore della notte. Mi muovo rapido, apro la porta, la chiudo piano, cammino di soppiatto nel corridoio in ombra. Arrivo al bancone. Non c’è nessuno. Perfetto, alla fine tutte quelle paranoie per niente. Lascio i soldi e il biglietto, mi avvio alla porta. La tiro: non si apre. La spingo: non si apre. Cazzo, chiudono durante la notte, giusto. Ma dovrebbero esserci le chiavi qui vicino, mica possono sequestrare le persone.

«Cerchi le chiavi?»

Il bastardo è sbucato da dov’è sbucato la prima volta, deve avere il suo appartamento lì. «Ehm, sì. Le ho lasciato un biglietto e i soldi sul bancone, non volevo andarmene senza pagare».

«Certo, certo».

«Solo che devo ripartire presto, devo andare al paese di mia moglie, in Campania». Come cazzo si chiamava? «E prima volevo fare un paio di foto alle torri». Spiaggina, Piaccina, Piangina.

«Capisco. Come si chiama il paese di tua moglie?»

Mi sta dando del tu. «Pianiggia, è in mezzo al parco del Cilento, un posto bellissimo, molto verde».

«Capisco».

Si appoggia allo spigolo del muro con la spalla, incrocia le braccia. Non sembra intenzionato ad aprirmi la porta.

«Guardi, non ho bisogno della ricevuta, non importa, va bene così».

«Molto gentile da parte tua, bel pensiero quello di farci risparmiare una decina d’euro, molto generoso».

Si mette male, molto male. «Sì, a me non cambia niente».

«Sai, stanotte ho dormito molto male, anzi non ho dormito affatto. A un certo punto ho anche urlato, spero di non averti svegliato».

Ci siamo. «No, ho dormito molto bene, ero molto stanco».

«Io invece non dormo bene da alcuni mesi».

«No?»

«No». Si scosta dal muro, lascia cadere le braccia. «Sai, mi dispiace che mia moglie non sia qui. Stanotte abbiamo litigato per causa tua».

La testa mi galleggia via. Devo rimanere qui, essere lucido.

«Quella roba sulla merda nella vasca, poi è stata pubblicata, te ne sarai accorto».

«Cosa?» Non riesco a ragionare bene, è difficile seguire quello che dice e pensare a ciò che devo dire, mentire non è semplice. «No, non ho riguardato Tripadvisor».

Non si scompone. «Sono andato a controllare, e le recensioni non vengono pubblicate immediatamente, solo alcune ore dopo, anche un giorno dopo essere state scritte. Tu hai scritto la recensione e credevi fosse stata pubblicata, invece non lo era ancora, e così ti sei sputtanato. E ora, che facciamo?»

«Cosa? No, io ho letto la recensione poco prima di entrare. Sì, ecco, l’ho letta per davvero quella cosa, ma proprio qui fuori, sul ghiaino, mentre entravo. Mi era venuta la curiosità, avevo ripensato alla conversazione con sua moglie avuta alcuni mesi fa».

«Non dire cazzate. E allora perché mi hai detto che ti eri sbagliato, che l’avevi letta da un’altra parte?»

Ho intaccato le sue certezze. «Ero molto stanco, tant’è che sono andato a letto presto e oggi devo farmi altre sei o sette ore di viaggio».

«Cazzate».

Fanculo, non hai niente. «Senta, io capisco che la cosa la turbi, ma non sono io quello che sta cercando, perché dovrei fare una cosa così assurda?»

«Perché?» si domanda. «Non so perché, ma so che sei stato tu! L’altra volta sei venuto proprio dopo la prima recensione, ho controllato le date, sei venuto proprio il giorno dopo».

Stai deragliando. «Senta, io non so cosa dirle. Vorrei andarmene e basta, se possibile, oppure devo chiamare i carabinieri?»

Abbassi il capo, sei frastornato, sei un povero cane e io ti ho fatto assaggiare il bastone. Denunciami, fai quello che vuoi se ci tieni, io cancellerò tutto e niente esisterà più, dammi due giorni.

«Fammi vedere il telefono, se non hai fatto niente».

Ecco il finale riconciliante. Guarda e pentiti, e io ti perdonerò, perché grande è la mia misericordia. Fingo di titubare. «Ci sono tutte le mie cose qui dentro, ma se la cosa può aiutare a chiudere questa faccenda...» Gli passo il telefono.

Lo prende. «Devi aver cancellato tutto, altrimenti non me l’avresti passato così a cuor leggero». Fruga senza dignità coi polpastrelli.

«Senta, io più di così non so cosa fare».

Il suono di una notifica, un’e-mail. Non credo all’idea che mi si presenta nella testa, non è possibile. Preme sulla notifica. La sua faccia cambia: è felice. Non ce la faccio ad allungarmi per riprenderlo, sono congelato.

«È Tripadvisor».

No.

«Dicono che...»

Non è possibile.

«...hanno cancellato...»

L’account, cancellato.

«... la recensione».

Com’è possibile che sia tutto così inefficiente? Ho cancellato l’account, ho fatto tutto quello che dovevo. Dovrei denunciarli quei bastardi. Vorrei non essere qui. Provo a dire che non è la stessa recensione ma dalla gola non esce niente, le parole si sfiatano a contatto con l’aria.

«Non dici più niente? Non hai qualche arguta lamentela da sottopormi? Ti hanno cacato sul letto questa notte? I ragni hanno depositato le loro uova nel tuo buco del culo? Orribili suoni di peti ti sono arrivati dagli scarichi del bagno infastidendo il tuo sonno?»

Fa un paio di passi verso di me. Ho paura. Metto le mani avanti, apro la bocca, non dico niente. Devo sembrare terribilmente colpevole.

«Dimmi solo una cosa e io ti lascio andare senza spaccarti le gambe: perché?»

Perché. Perché. Perché.

«Perché cazzo l’hai fatto? Per quelle recensioni ho perso una barcata di soldi, un contratto con un tour operator americano che organizza roba superlusso. Soldi veri, morto di fame! Tutto questo l’ho fatto con le mie mani, l’ho tirato su coi miei sacrifici! E tu, pidocchio schifoso, patetica merda, chi cazzo sei? Ti sfoghi su gente come noi perché, per invidia? E tutti quei discorsi sul movente, ti sentivi tanto intelligente?». Gli esce del fumo dal naso, mi pare. «Dimmi perché, se sei un uomo. Ce l’hai le palle o no?».

Lo fisso con degli occhi che non credo siano i miei, come se vedessi quello che vede un altro, o indossassi un visore. Sta sbavando. «Io...Io...» scoppio a piangere. «Io non vo-levo. Io lavo-ro in un bar schifo-so, in una frazione schifo-sa». È tutto sfocato. «Vivo con mia madre, è infe- è inferma. Non ho niente, non avrò mai nie-nte. E voi invece...»

«Noi ce lo siamo guadagnato, abbiamo lavorato! Meriti di essere sputtanato davanti a tutta Italia, niente di meno. Gente come te non dovrebbe più uscire di casa senza che qualcuno lo insulti, solo questo meriti!»

Mi asciugo le lacrime. «Vi prego, non rendete pubblica la cosa, mia madre morirebbe».

Fa un cenno col mento oltre me, oltre le mie spalle. Mi volto. La moglie, Lucia. No, Luisa. Ha un telefonino spianato su di me. «Troppo tardi», dice.

Troppo tardi, troppo tardi. Non ci credo, non è possibile.

«Diretta Facebook condivisa sul gruppo Albergatori d’Italia».

Sono morto. Non esisto più. La troia continua a puntarmi addosso il telefono. Mi lascio guardare. Mi volto verso l’uomo. Sento i muscoli del collo tesi, e il petto mi brucia, e le braccia sono dure come chele.

L’uomo tira fuori le chiavi, si avvicina alla porta, la apre, mi fa un gesto plateale per invitarmi al commiato. «Dai su, fuori dai coglioni».

La telecamera fredda e silenziosa memorizza ogni mia reazione. Mi moltiplico mille volte per manifestarmi di fronte a ogni spettatore e fissarlo, lui che ha commentato infuriato invocando la forca o il fucile. Vorrei dire qualcosa ma non ce la faccio, qualcosa nei muscoli facciali si è inceppato, non so chi essere. Gli occhi si sono moltiplicati come buchi neri incapsulati nel vetro e io non so dove guardare. Io sono qui. Chiudo gli occhi. Li riapro. Li spalanco. Strappo il telefono da quella mano, lo piazzo davanti alla mia faccia stanata esposta al sole. Dentro la telecamera brilla un diamante nero. Si può sopravvivere a esistere di fronte a tutti?


Alessandro Ceccherini è nato nel 1985; laureato in Filosofia, ha conseguito un master in traduzione specialistica dall'inglese all'italiano e vive tra Certaldo (Fi) e Genazzano (Rm).

Suoi racconti sono stati pubblicati su Split (Pidgin edizioni), L'Irrequieto, L'Elzeviro, Argo, Lahar Magazine e Verde Rivista.

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