• Reader for Blind

Agorafobia

Aggiornato il: 13 apr 2019



di Giulia Romoli

Si sveglia con la sensazione di un soffio sulla pelle, un odore familiare, un passo ovattato che si allontana. Ci mette un po’ a riemergere da quell’apnea di sonno che riesce a catturare i piccoli. La luce sul comodino è ancora accesa come l’ha lasciata la mamma. Aprendo gli occhi nella sua stanza, la bambina ha sempre l’impressione di essere una goccia d’acqua in un batuffolo di cotone: qualcosa di trasparente che prima o poi evaporerà.

Cammina in punta di piedi fino alla camera dei suoi. Anche lì la luce è accesa e tutto ha un aspetto antico e polveroso. Tutto tranne sua madre, che dorme distesa sulle lenzuola, ancora vestita. La bambina osserva il ventre della donna che si alza e si abbassa lentamente, le mani lungo i fianchi, il viso come quello di una delle bambole che tiene sopra il letto. Ogni tanto il lembo della tenda, sospinto da una brezza leggera, arriva a baciarle la punta dei piedi, e subito si ritira, come un cane fedele.

Le sembra tutto così lento in quel momento. Come se la notte facesse colare sopra ogni cosa un liquido denso, per proteggere il sonno di ciò che sta sotto. Anche la bambina, allora, inizia a muoversi lentamente.

Dabbasso, sente le note della trota di Shubert. La bambina conosce le copertine di tutti i dischi che sono in casa e ne pronuncia correttamente i nomi: è la musica di papà. A volte, nel pomeriggio, quando lui non c’è, li prende tutti, li stringe al petto e si nasconde sotto il tavolo del soggiorno. Compone le copertine come un puzzle e il risultato finale è papà. Legge tutte le Z e le H che ci nuotano sopra. Vorrebbe mangiarsele come fa con i biscotti che inzuppa nel latte. Li rimette a posto solo quando sente la macchina nel vialetto: suo padre che torna per cena.

Il suo disco preferito è il Quintetto della trota di Shubert. Una volta ha preso l’enciclopedia dal ripiano alto e ha letto di lui: austriaco, famiglia numerosa, doti precoci. Ha letto la frase del suo primo maestro: ha l’armonia nel dito mignolo! Per giorni ha esaminato attentamente il suo, sperando di trovarci qualcosa. Ma la bambina non ha doti per la musica. Le sue mani, dito mignolo compreso, non sono elastiche. Il suo orecchio può solo apprezzare.

Adesso scende le morbide scale di velluto, annusa nell’aria ciò che resta dell’odore di tabacco, sente la macchina che si risveglia nel vialetto. Corre alla finestra. Piedi silenziosi in una casa silenziosa. Vede i tergicristalli salutarla scacciando le prime gocce di pioggia. Vede due occhi tristi proiettare fantasmi sui muri delle altre villette. Non è colpa mia, le dicono quegli occhi. Vede il profilo di suo padre che si allontana e viene inghiottito dall’oscurità della strada di fronte.

Appoggia le mani sul vetro freddo che piange per lei. Con il dito segue il percorso di una goccia che veloce mangia le sorelle e poi si disfa sul bordo di legno. Gira il pomello per tre volte: aperta, chiusa, aperta. E ancora un’altra: chiusa.

In soggiorno soffia la polvere, sul ripiano dove poco prima c’erano i dischi. La musica è finita. La puntina lentamente torna a posto, il disco gira ancora tre volte e poi si ferma. Sulla copertina, lì accanto, osserva il suo nome scritto con un pennarello: Shubert-Cate, legge ad alta voce. Per Cate da papà.

Girando la testa si trova di fronte ai suoi occhi riflessi in un piattino d’argento: vede la paura conficcata come una scheggia nel nero delle pupille: sa che lui non tornerà mai più.

Allora si abbandona sulla poltrona sformata vicino al camino. Sul tavolino basso afferra il bicchiere mezzo vuoto. Il liquido bruno è lava che scende nella sua gola, sprofonda giù, nello stomaco, rade al suolo quella teoria di barriere che ha appena iniziato a costruire e che domani innalzerà di nuovo.

Si acciambella come un cucciolo e si lascia inghiottire dal buco nero del camino, mentre sogna braccia calde e una mano grande che le accarezza i capelli.

È il periodo della paura dei gatti.

«Ailurofobia», dice premendo le labbra contro il suo collo. Lui la guarda e ride. Caterina vede i suoi denti così bianchi e perfetti, il petto che si gonfia sotto le sue mani.

Ogni volta che sono sdraiati l’uno accanto all’altra, immagina di essere sua moglie: immagina le voci dei bambini nella stanza accanto; immagina colazioni in una cucina bagnata dal sole, un vialetto dal quale attendere il suo ritorno, teneri abbracci sul divano; immagina il proprio volto felice.

Ma quando lui si alza e inizia a cercare i pantaloni sotto al letto, quel volto si trasforma. Si ricompone accanto all’immagine di una donna che già esiste e a cui spetta tutto. Una donna che non è lei.

«Hai tutte queste fisse», le dice lui mentre si abbottona la camicia. Caterina arriccia le labbra e lo guarda mentre si riveste. Lo fa sempre con calma, è il suo rituale di addio. I sensi di colpa aleggiano nella stanza come fantasmi.

«Non sono fisse», risponde lei. «Sono fobie.»

«Fa poca differenza», conclude lui.

Caterina si alza dal letto e si siede sulla scrivania, iniziando a catalogare le sue impronte digitali con lo scotch.

«Tra poco è Natale», gli sussurra.

«Smettila, Caterina. Ne abbiamo già parlato. Ci rivedremo dopo Capodanno.»

Poi si avvicina e le sfiora con l’indice le spalle, le braccia, la pancia. Tocca delicatamente i seni nudi, che reagiscono al suo passaggio.

Caterina chiude gli occhi. Sa perfettamente che quello che farà più male, una volta che lui avrà chiuso la porta alle sue spalle, sarà il dolore provocato dalla consapevolezza della sua assenza. Come per altre cose, lo incanalerà in un punto preciso del corpo, tra il femore e le costole. Aumenterà con il passare dei giorni. E alla fine svanirà, si dissolverà come una nuvola nel vento. O forse lascerà un’invisibile cicatrice, qualcosa che sentirà con il cambiare delle stagioni.

Non ci saranno prossimi anni, vorrebbe dirgli, lo so già. È un copione che ho già recitato, di cui continuo a sbagliare le battute.

La bacia sulla punta del naso. Poi, prima di uscire, si volta.

«Perché hai paura dei gatti?», le chiede.

«Non lo so. Mi fanno paura e basta.»

Rimangono così, a sfidarsi con gli occhi, mentre la luce di un lampione, dalla finestra, illumina i volti solo a metà.

«Ti chiamo», le dice.

Sparito.

Caterina si butta addosso una coperta. Lo osserva mentre esce dal portone con quel passo composto che le piace tanto. Allunga una mano verso il comodino e svita il tappo della boccetta. Sulla lingua le gocce cadono fredde. Ne conta quindici, in bocca resta l’amaro. La sua schiena comincia a rilassarsi. Espira piano.

«I gatti mi fanno paura perché non restano mai», dice all’ ombra che si trascina oltre il vetro. «Arrivano in una casa, mangiano, si fanno fare due carezze e poi se ne vanno. Nuove case. Nuove ciotole. E nuove carezze.»

Mentre parla, apre e chiude la finestra quattro volte.

«Ha il corpo da ballerina», dice sua madre a un’amica. Accenna un sorriso, prende un sorso di caffè dalla tazza e accende una sigaretta.

Caterina detesta quel modo che ha di parlare di lei, come se non ci fosse. Se ne sta seduta composta sulla sedia imbottita del bar, le sue piccole mani da bambina unite in grembo, la testa bassa sulla fetta di dolce che ha iniziato a tagliuzzare e poi abbandonato nel piatto.

L’amica è una signora grossa, una collega di lavoro. La donna allunga una mano per carezzare le guance asciutte di Caterina, ma lei si ritrae.

«Caterina, cos’è questa maleducazione?», le dice sua madre. Soffia lentamente il fumo dalla bocca continuando a fissare solo il posacenere.

A cinque anni indossa le mezze punte per la prima volta. Sono tanto grandi che la signorina Letizia ci deve infilare il cotone dentro. Per due mesi Caterina non le usa, si limita a fissare le altre bambine, rannicchiata come un leprotto nella sua tana. Impara le posizioni, con tutti quei nomi francesi, e la sera le prova di nascosto nel bagno. Quando lo fa, la sua camicia da notte le ruota intorno come la coda di un pavone e la sua faccia sorride a sé stessa.

«Ogni bambina ha i suoi tempi», sente dire una volta alla signorina Letizia.

«Io pago per farla ballare», è la risposta di sua madre.

Il primo saggio lo farà dopo un anno. Dietro alle quinte preparerà i pliés per La Bella Addormentata. Gli spettatori abbracceranno con i loro sguardi emozionati le altre bambine. Ma non ci sarà nessun applauso per lei, solo un posto vuoto.

Ballerà con la sensazione di essere realmente sotto un malvagio incantesimo e desidererà non svegliarsi mai più.

Più tardi, la signorina Letizia le metterà una mano sui capelli laccati e asciugherà il trucco sulle sue guance.

Tornata a casa, troverà un silenzio familiare e un biglietto sul frigorifero, sotto la calamita con la faccia di Marilyn:

Ti ho lasciato la cena pronta. Sono a una riunione. Torno tardi.

Ignorerà il biglietto e la cena. Andrà a recuperare il martello nel ripostiglio. Metterà una gamba sul tavolo e colpirà il ginocchio con tutte le sue forze, mettendo fine a quella che una volta – una sola volta – sua madre ha descritto come una carriera promettente.

Un pomeriggio cade a terra. Non è proprio che sviene. Si accascia e basta: le gambe hanno ceduto. Sente il pavimento rinfrescarle la guancia. Ma nessun suono.

Vede delle scarpe che le girano intorno – mocassini neri, scarpe di tela verde acido, un paio di decolté blu – e si ricorda che è proprio per comprare delle scarpe che è andata al centro commerciale.

Quando è entrata l’hanno aggredita le luci dei neon, l’odore di disinfettante e quello delle patate fritte, le urla di due bambini sui giochi. Ha cominciato a farle male il braccio.

Dietro di lei qualcuno ha riso. Per un po’ ha creduto di riconoscerla, quella risata. Avrebbe voluto girarsi, ma non ci è riuscita, ha iniziato a vedere delle macchie, nient’altro che macchie colorate. Dalla fronte le sono cadute due grosse gocce di sudore. Le ha viste piombare sulla giacca e farsi risucchiare dal tessuto. Il cuore ha cominciato a correre, in fuga dal corpo. Chiodi invisibili e micidiali le hanno trafitto la pelle.

Ha pensato che era troppo presto. Troppo giovane, troppe cose ancora da fare prima di morire. Tutti questi pensieri le hanno affollato la mente come avvoltoi in attesa del pasto: lei.

Poi, sul mondo è calato un macabro sipario. Solo per un istante.

Il dottore che la visita dice agorafobia. Questa parola ha un suffisso che conosce fin troppo bene.

Le tocca una spalla e le dà un biglietto rosa che subito sparisce nella tasca dei jeans. La costringe a promettere che andrà dallo psicologo il prima possibile. Caterina esce sorridendo e ringraziando. Ma ha già dimenticato il biglietto rosa nella tasca.

Lo rivede per la prima volta dopo dieci anni da quando se ne è andato.

Hanno viaggiato per quattro ore, lei ed Elena, bivaccando sulle poltroncine del treno, leggendo le riviste comprate in stazione, mangiando tramezzini tiepidi di sole e giocando al gioco che chiamano la terapia: si raccontano storielline imbarazzanti ed entrambe ridono fino a che non hanno il mal di pancia. Ma appena può si disfa degli occhi della sua amica, lasciando che vaghino al di là del vetro, e tenta di ricordare le parole esatte della lettera che custodisce in tasca. La lettera di suo padre.

E adesso è lì, lo vede. Sta montando in macchina, una station wagon blu scura. Ha i capelli più corti di quanto ricordasse. E più grigi. Indossa una tuta e Caterina cerca di frugare nella memoria, ma quella che ha davanti sembra una persona sconosciuta, un dozzinale imitatore. Perfino il portamento è diverso, ora che vede quella curvatura nella schiena, quell’incedere titubante. Sembra un uomo così fragile.

Elena le tiene la mano e le getta uno sguardo. Caterina lo avverte come una piccola iniezione di quotidianità in quell’evento eccezionale.

La lettera è accartocciata nelle sue mani. Sopra, l’indirizzo si sta sbiadendo, si mescola alle emozioni del corpo.

«Non posso credere che sia lui», dice a Elena in un sussurro. La sua voce viene risucchiata all’interno.

«Andiamo», le fa l’amica. E le stringe la mano ancora di più.

Per un po’ restano in silenzio guardando le bottiglie di birra vuote davanti a loro e accendendo sigarette.

«Dovresti provare a parlargli», le dice Elena. «Non avremo fatto tutta questa strada solo per vederlo da lontano?»

Caterina arrotola un biglietto dell’autobus e non alza la testa. Ha le gambe intorpidite dall’alcool e dai ricordi.

Il sole sta tramontando e annaffia il tavolino con i suoi raggi attraverso le foglie degli alberi. Il vento porta via la cenere della sua sigaretta. Quando è finita, Caterina la lancia con due dita e la vede scoppiare a terra in mille piccole luci rosse per poi sparire in un tombino.

Più tardi, appoggia le mani sul cofano ancora caldo della station wagon. Si sta dando tempo. Osserva una finestra a caso del palazzo decidendo che è la sua. Lo immagina togliersi le scarpe, appendere la giacca e aprire il frigo per prendere qualcosa di pronto da scaldare.

È ancora accanto alla macchina quando vede il portone aprirsi e suo padre uscire di nuovo. Accanto a lui due persone: una donna alta, vestita elegante; l’altra, per mano a entrambi, avrà otto anni e lunghe trecce nere. Un sorriso che assomiglia a quello che vede ogni mattina nello specchio.

Caterina volta le spalle all’edificio e inizia a correre. Solo quando è senza fiato, si volta e aspetta Elena.

Prima di salire sul treno che le riporta a casa, getta la lettera umida nel cestino.

«Sono ancora in cassa integrazione», risponde a sua madre al telefono.

Le dice che in cassa integrazione lo stipendio glielo danno lo stesso. Un po’ meno, ma tanto non esce quasi più. Non le dice che si è licenziata. La conversazione dura pochi istanti, come al solito.

Abbassa il telefono e pensa alla ragazza con i capelli neri, che per il suo primo giorno di lavoro avevano messo a fresare la pelle.

Che non si era legata i capelli lo avevano visto tutte, le donne alla pelletteria e quelle nella sala dei modelli. Erano dei capelli bellissimi, lucidi, brillanti sotto la luce del neon. Caterina aveva pensato che, forse, nemmeno lei li avrebbe legati, se li avesse avuti così.

Dalla sua posizione aveva osservato per tutta la mattina quelle ciocche che ondeggiavano su e giù, vicino alle spazzole. Qualcuno le dovrà pur dire di legarsele, aveva pensato, ché quelle spazzole fanno duemila giri al secondo e, se gliele acchiappa, le fanno lo scalpo. Ma non era passato nessuno. E tutte le operaie avevano taciuto, guardando di sottecchi.

Caterina stava cucendo delle giacche rosa e aveva la nausea. Le sembrava di cucire la sua stessa pelle. Gli aghi correvano veloci su e giù, infilzando ferocemente il pezzo di cuoiame.

Poi l’urlo, un suono stridulo. Una delle donne si era coperta gli occhi. Nemmeno Caterina aveva guardato. Quando le altre si erano alzate, lo aveva fatto anche lei, ma si era voltata ed era uscita dal retro.

Il giorno dopo aveva chiamato per dire che si licenziava.

La segretaria le aveva detto che alla fine non era successo nulla, che la ragazza dai capelli neri aveva premuto il pulsante di emergenza in tempo e che aveva dovuto tagliarsi solo una ciocca. Lavora ancora lì, aveva concluso. Ma ora si lega i capelli.

Ha una giacca di pelle nell’armadio che non riesce più a toccare. Per due notti non si muove di un centimetro nel letto: guarda l’anta chiusa del mobile e suda.

Di mattina, chiama Elena e la invita a casa sua.

Mentre prendono il caffè le parla della giacca. Le dice che se la vuole gliela regala. Elena se la prova, voltandosi più volte davanti allo specchio del bagno. Caterina è costretta a girarsi dall’altra parte.

Quando l’amica esce, ricomincia a respirare.


#GiuliaRomoli #Agorafobia #raccontibrevi #racconti #racconto #shortsstories #stories #shortstory #story #narrativabreve #narrativa

49 visualizzazioni