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Babel

Aggiornato il: 13 apr 2019



di Hector Luis Belial

Infine, tolto di tasca lo Zindoq, me lo legai attorno alla fronte, come l’ultimo dei luridi stracci. Nel pallore di un’alba d’Aprile, gli uomini riemergevano dall’oscurità malvagia di vicoli angusti, raccogliendo i vecchi arnesi abbandonati a terra. Insieme, tornammo a fluire verso il luogo a cui appartenevamo. L’unico posto che ci appartenesse.

Ancora una volta, ricominciammo a edificare la Torre.

Il ferro delle catene rugginose penetrava nella carne. Le insostenibili occhiate delle guardie, anche più in profondità. Conoscevamo il sapore della frusta, e del sudore di fuoco che cala sugli occhi nello Zenith infernale. Sì, eravamo i più miserabili schiavi della città.

E quando, al tramonto, strisciavamo fuori dal cantiere trascinando corpi spezzati e sanguinanti, avremmo meritato la pietà del più umile dei mendicanti.

Eppure, al mattino, quando il fresco vento d’oriente separava la Luna dal suo breve amplesso col Sole, noi svettavamo già sui vertiginosi ponteggi del cantiere. La luce scivolava liquida tra le strade della città, bagnava le gocce di rugiada sui floridi giardini pensili, allagava le misteriose facciate di templi ancestrali. Lo spettacolo più bello del mondo era soltanto nostro; dall’altezza impareggiabile della Torre in costruzione, eravamo noi, e noi soltanto, i veri padroni di Babele.

A Babele eravamo schiavi, muratori, e stranieri provenienti dai quattro angoli del mondo. Per giungere alla Città del Peccato, ciascuno di noi aveva dovuto attraversare mari e imperi oscuri, deserti e ponti a pedaggio, traghettare fiumi su barche malfamate, imbarcarsi come clandestini su navi di filibustieri. Giù, fino al più basso gradino dell’antica scala di Babele. I sogni ci avevano condotto lontano da casa. I desideri, strappato la patria; i peccati, la libertà.

Eredi di corone troppo pesanti, fuggiaschi da regni troppo piccoli per chi sognava di possedere il Mondo, pellegrini sul sacro sentiero di Quazar accecati dalle luci della Città del Peccato, o abbagliati dall’amore di una donna, generali sconfitti, disertori di guerre non nostre, naufraghi nel mare amaro della vendetta, esuli delle lande di Ziffar, maestri della menzogna, giocatori, ladri, assassini.

Per molti uomini, la vita è una barca da pesca, un campo di grano, una casa con dei figli da crescere. Ma non per noi, non per gli schiavi della Torre, dai molteplici passati e dalle remote patrie... La nostra vita di pallide certezze, noi l’avevamo barattata con un’eterna partita a dadi contro il destino. Scommettendo forte, vincendo molto, e infine perdendo tutto. Tranne la consapevolezza di aver vissuto. Perfino ora, ridotti a bestie di proprietà della Corporazione della Torre, continuavamo a disgregare noi stessi, crollando dalle sommità più elevate soltanto per rinascere dalle nostre macerie, per sempre.

Le rigide leggi di Babele sono proverbialmente numerose, ma non quanto i modi per infrangerle.

Nel passato, chi veniva condannato alla schiavitù non aveva diritto ad alcun salario, non poteva muovere un passo al di fuori della Torre in costruzione. Ma in simili condizioni, molti trovavano sollievo nel suicidio, o conforto nella sodomia. La Corporazione, che condannava, tradizionalmente, ambedue le pratiche, impose un rapido cambio nella legislazione.

Oggi abbiamo il nostro salario, per quanto miserabile, e abbiamo la notte. Al calare del sole, possiamo spingerci ovunque regni la tenebra, entro i confini della città, fino al momento dell’alba. Sì, la notte è nostra, e la nostra fama ci precede.

Non vi è focolare, nelle piazze o nei bordelli di Babele, che non accolga di buon grado uno schiavo della Torre. Siamo noti, e ricercati, per il nostro cantare di esotici eroi, isole oltre i mari dell’immaginazione, per le nostre musiche mai udite prima.

Il più grande, in questo, era il mio buon amico Ahmadu. Non era raro vedere il suo cranio rasato e tatuato di schiavo circondato dai più ricchi e nobili mercanti di Babele, entro le sale dei più favoleggiati palazzi di piacere.

Ma quando un trovatore giungeva da lontano per sfidarlo nel canto, Ahmadu voleva che la tenzone si svolgesse davanti agli occhi di tutti: al chiaro della luna, all’ombra della Torre incompleta. I poeti arrivavano da Oriente e Occidente, pallidi bucanieri del selvaggio Nord, principi oscuri dell’Ovest, figli di piccoli mercanti di Babilonia.

Ciascuno cantava nella propria remota lingua, spesso ignota ai più. Ma poco importava: quando cantava Ahmadu, non c’era bisogno di interpreti affinché la gente scoppiasse in lacrime, o rimanesse incantata come di fronte alla danza dell’odalisca favorita di un imperatore.

Quanto a me, a lungo ho percorso questo vecchio mondo; ho visto il limite oltre il quale l’oceano s’infrange schiumando contro il cielo vuoto, e odorato misteriosi fiori arcobaleno nella capitale d’Oriente. All’ombra della Torre, non m’importava la lingua dei cantori, né la direzione da cui erano giunti. Perché in ogni canto di morte, piangevo mio padre; in ogni rima d’amore, tornavo a stringere le mie amanti di gioventù; ogni inno di guerra mi trascinava di nuovo nell’orrore della mia battaglia.

Di rado la sfida aveva vincitori o vinti: i trovatori brindavano dalla stessa coppa, ed erano fratelli. Le loro parole, che avevano attraversato miglia e generazioni per giungere a Babele, erano tutte le mie parole, tutte le mie lacrime, il mio sangue, la mia poesia.

E lo stesso poteva dire chiunque, in quella città di santi e meretrici.

Gli oracoli avevano visto la morte disegnare i suoi vessilli sopra il cielo notturno di Babele. L’avevano vista specchiarsi negli occhi vuoti dei capri sacrificali, nel volo di uccelli in fuga, nelle ossa di vacche rese scheletriche dalle pestilenze del bestiame.

Il giorno della fine non era stato stabilito e inciso su tavolette di cera, non era stato codificato nella Sacra Lingua che è segreto di pochi. Ma quando un vento nero salì da Occidente, tutti sapevamo che la fine stava per giungere. Un vento di morte chiuse i fiori dei giardini pensili, zittì le trattative tra le affollate bancarelle dei mercati, infranse gli strumenti dei musici imperiali. Paralizzò la mano del borseggiatore, e quella del sacerdote. Non ci fu un singolo paio d’occhi in tutta Babele che non si spalancasse sul beffardo azzurro del cielo, e che non rimanesse squartato dal ferro rovente dell’alta Torre in fiamme. Il silenzio trapassò tutti come un milione di frecce infuocate piove su un esercito di fantocci, di inutili statue di sale, di debole argilla. Quanto a noi, rimasti nel ventre squarciato dell’edificio, ci volle più di un istante, prima che trovassimo il coraggio di fuggire.

Il cuore della città cessò di battere per minuti interminabili, quando la Torre crollò.

Il fragore di rovine in fiamme esplodeva alle nostre spalle, mentre l’ondata di polvere e uomini e urla e bestemmie in un milione di lingue diverse invadeva le strade paralizzate della città di Babele.

Alcuni uomini furono trascinati fuori da cumuli di roccia rovente, perdendo gambe e braccia. Ad altri, il terrore aveva tolto molto di più, pur lasciando loro un corpo intatto. Molti rimasero intrappolati sulla sommità della torre in fiamme, così vicini al Sole, e al Dio che avevamo pensato di poter raggiungere. Con orrore, li vidi scegliere la morte.

I loro corpi attraversarono l’aria in voli interminabili, lunghi come la lama di un coltello avvelenato. Raggiungevano il suolo già privi di vita. E vidi le lacrime di madri e fanciulle versate su pozze di sangue nella sabbia. Udii l’eco terribile di tombe vuote, e di risate sguaiate, risate di stolti che credevano di esser diventati liberti, sfuggiti all’ombra della Corporazione.

Calò un rigido autunno, presagio d’un lungo inverno crudele.

In quei mesi non ci furono fuochi, né feste, a Babele. Noi ex schiavi ci eravamo dispersi, forti di una presunta libertà pagata col sangue, e con la notte. Ce l’avevano tolta, e ora era stretta nel pugno d’acciaio di cupi miliziani. Corpi d’impiccati dalle terrazze un tempo fiorite, cani randagi che predavano carcasse per le strade deserte, ingombre solo di pattuglie e sciacalli. La fiamma di Babele, molle letto di lussuria, si era spenta in un inferno freddo di terrore.

Chi aveva fatto crollare la torre? Molti sospettavano un sabotaggio voluto dalla regina di Calah, da sempre invidiosa del maestoso splendore del progetto. Da tempo, d’altronde, si sussurravano parole di guerra contro quella città.

La voce del popolo rincarò la dose. Se Calah era il mandante, si disse, Ziffar doveva essere il sicario. Molti erano i mori di quella remota terra che da sempre lavoravano alla costruzione della Torre. Non sarebbe stato difficile, per loro, appiccare il rovinoso incendio. Gli ex schiavi dalla pelle scura iniziarono a essere notati, additati per strada, e, infine, condannati al patibolo.

Ma il terrore dell’accusa di tradimento gravava su chiunque, e l’isteria cieca della folla e della milizia troppo spesso si lasciava alle spalle una scia di sangue innocente.

Per via dei tatuaggi della Corporazione, che non potevo nascondere, non mi era consentito di lasciare la città. Decisi, pertanto, di sfuggire ai molti che imputavano il disastro agli uomini per unirmi a coloro che chiamavano in causa Dio.

Gli idoli adorati in Babele erano settecentosettanta. I fedeli che si prostrarono di fronte a essi dopo il crollo, infiniti. Molte statue e molte fedi erano state ripulite dalla polvere dopo anni d’abbandono. La città passò mesi in ginocchio, a pregare per il perdono, perdono che aveva indotto la superbia degli uomini a edificare il mostro di pietra. Si definì la Torre come oltraggio ai cieli, si ammise l’infima natura dell’uomo, che meritava soltanto di dormire sulla nuda roccia del deserto, di non distaccarsi di una sola spanna dalla polvere e dal fango in cui era stato gettato.

La paura e l’orrore mi indussero a credere. Spesi i miei ultimi soldi per un sacro talismano di stoffa, chiamato Zindoq, e a lungo pregai affinché l’ira di Dio non colpisse di nuovo la città di Babele. Forse il cielo non avrebbe avuto rispetto della mia meschinità; ma quanto agli uomini, almeno loro avrebbero avuto maggiore pietà di uno schiavo convertito.

Il lungo inverno scioglieva le sue ultime nevi dalle più intricate guglie dei palazzi. Nuovi fiori sbocciavano dal fango gelido.

Coi mesi, i tatuaggi della schiavitù erano sbiaditi, e la fetta di cielo un tempo occupata dalla Torre aveva cessato di apparire vuota. Nonostante la lunga penitenza, desiderai trascorrere una serata in uno dei peccaminosi casini che andavano riaprendo le proprie porte ai clienti. La sala, che ben conoscevo, era arredata con lo stesso fasto antico. Il grande specchio d’argento mi rimandò le note di un canto un tempo familiare. Vidi il riflesso di occhi neri, che cantavano in una lingua sconosciuta. Riconobbi Ahmadu, ma non la sua musica; il suo poetare mi arrivava alle orecchie, ma non al cuore, che non lo comprendeva più.

Il trovatore vestito di stracci mi sorrise; ma io non ricambiai. E non ci volle molto prima che quattro guardie, fatta irruzione nel locale, trascinassero fuori lui e le sue urla soffocate. Mentre lo portavano via, notai che portava al collo un Zindoq non diverso dal mio.

Un gracchiare ebbro sostenne con disprezzo che l’odore del moro mal si sposava con i paradisiaci profumi della casa di piaceri. Le risate sghignazzanti delle prostitute furono ancora meno velate delle loro grazie; ma io, irritato, me ne andai.

Lungo la via, incontrai un nugolo di storpi e di lebbrosi. Appresi che tornavano dalla città santa di Quazar; che i sacerdoti avevano banchettato sulle loro offerte, e pisciato sulle loro preghiere.

Lungo la via, incrociai un manipolo di soldati laceri e sanguinanti; chi non era rimasto appiedato cavalcava a testa bassa. Marciavano battendo bandiera nera. Proclamarono che la guerra contro Calah era perduta, e che il Principe era morto in battaglia.

Lungo la via, conobbi un uomo senza testa. Le guardie spiegarono che gli era stata tagliata perché colma di menzogne. Aveva aizzato il popolo contro la Corporazione, sostenendo che essa traeva vantaggio dalla decadenza di Babele. Aveva spergiurato che era la Corporazione a possedere i luoghi di culto e i bordelli, a vendere armi all’esercito e a metter mano alle casse imperiali per edificare la Torre – o per ricostruirla da zero dopo un incidente remunerativo. Ora, però, quella testa era stata recisa e gettata in pasto ai porci, e per sempre avrebbe taciuto.

La via, infine, mi riportò alla tomba di molti sogni, al silenzioso deserto dove un tempo riecheggiava il vociare di un cantiere, dove un tempo svettava la Torre.

Chi fece crollare la Torre? Alcuni puntano il dito contro un singolo uomo; altri contro una città, un popolo, una corporazione. Altri ancora, contro l’umanità intera.

Io non lo so. Non sono che un pellegrino del peccato, un poco di buono che merita le sue catene. Allo stesso modo, forse, tutti noi meritavamo il crollo della nostra Torre, affinché potessimo tornare di nuovo qui, a costruirla dalle fondamenta.

Sentii il vento soffiare sui cumuli informi di pietra. Il tempo stava cambiando. Non ero certo che la nuova Torre sarebbe stata migliore della precedente; non ero nemmeno sicuro che una nuova Torre fosse necessaria a Babele e all’umanità. Eppure, in qualche modo, desideravo soltanto tornare a essere un uomo tra gli altri uomini, uno schiavo che sconta la sua pena al pari di tutti gli altri. Se questa pena era la vita, desideravo scontarla fino all’ultimo giorno.

Strinsi la terra tra i pugni. Una scheggia d’acciaio fra i ruderi mi rimandò un riflesso a me noto: era Ahmadu, lacero di sangue e stracci. E capii che erano mie le mani sanguinanti, mio il volto reso livido dalle cinghiate delle guardie, mia la pelle scura che mi rendeva sospetto di tradimento. Riconobbi Ahmadu, riconobbi me stesso.

Mi rialzai in piedi, abbracciando con gli occhi il tempo a venire: potevo vedere per miglia e miglia e miglia, fino ai confini del cielo, e l’universo aveva la forma di un eterno serpente che si morde la coda.

Infine, tolto di tasca lo Zindoq, me lo legai attorno alla fronte, come l’ultimo dei luridi stracci. Nel pallore di un’alba d’Aprile, gli uomini riemergevano dall’oscurità malvagia di vicoli angusti, raccogliendo i vecchi arnesi abbandonati a terra. Insieme, tornammo a fluire verso il luogo a cui appartenevamo. L’unico posto che ci appartenesse.

Ancora una volta, ricominciammo a edificare la Torre.

Postfazione

di Elia Gonella

Hector Luis Belial moriva dieci anni fa: odierebbe questo anniversario e chiunque intendesse celebrarlo. Fortunatamente, nessuno ne ha la minima intenzione. Perfino io, mio malgrado erede e curatore (fallimentare) della sua opera, me ne sarei scordato. Se non fosse stato per il lettore che, qualche tempo fa, mi ha scritto per chiedermi dove potesse trovare il racconto intitolato Babel. L’aveva letto nel 2009, uno dei librini pubblicati dal premio Subway (anch’esso defunto); e gli sarebbe piaciuto rileggerlo. La richiesta mi ha più stupito che commosso: qualcuno si ricordava di Belial. Non per questo aprirò il suo famigerato baule di inediti e abbozzi, sui quali, anzi, garantisco che continuerà a posarsi la meritata polvere. Tuttavia, riproporre questo racconto, che a suo tempo ispirò addirittura una canzone, non mi sembra un affronto troppo grave alla memoria del suo bizzarro e misconosciuto autore.


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