• Reader for Blind

Andrà meglio

Aggiornato il: 12 apr 2019



di Elena Ramella

Guardò il fiume che scorreva sotto di lei, torbido, melmoso e fangoso. Si appoggiò al parapetto del ponte, incrociò le braccia davanti al petto e sotto ai gomiti, attraverso la giacca, sentì il freddo del ferro arrugginito. Era una delle prime giornate autunnali; il cielo era di colpo diventato grigio e pesante e un vento freddo aveva iniziato a soffiare con insistenza costringendola ad abbassare lo sguardo e a fissarsi la punta delle scarpe mentre camminava in fretta.

Rimase immobile a guardare davanti a sé. Rami, fronde e tronchi sottili ormai marci galleggiavano nell’acqua come vecchi cadaveri in decomposizione. Gli alberi sulle sponde secche non avevano più foglie e si piegavano tristi sul letto d’acqua. Chiuse gli occhi; alle sue spalle le macchine continuavano a scorrere nel traffico dell’ora di punta, i semafori continuavano a cambiare colore, i clacson suonavano a intervalli regolari, i pedoni aspettavano ad attraversare. Eppure, c’era silenzio, un silenzio pesante e soffocante fatto di smog e di solitudine: nessuno parlava e tutti guardavano per terra mentre camminavano.

Un brivido umido le corse lungo la schiena, arrivando dritto dietro alla nuca; si strinse più forte il cappotto intorno al corpo e quando sospirò una nuvoletta uscì dalla sua bocca.

Riprese a camminare, attraversò la strada, il vento le sfregiò il volto, le scompigliò i capelli, i marciapiedi erano un saliscendi, pieni di crepe e di insidie. Raggiunse l’entrata dell’ospedale; le porte automatiche si aprirono quando avvertirono la sua presenza lasciandola entrare in un atrio bianco, vuoto e pieno dell’odore dei disinfettanti. Si fermò davanti all’ascensore, premette il pulsante rosso, attese. Guardò i numeri dei piani scorrere davanti ai suoi occhi, nel silenzio. Le porte si aprirono su una piccola sala d’attesa bianca con qualche scomoda sedia di plastica rossa. Prese il corridoio di sinistra, trovò immediatamente la camera seguendo la voce di sua nonna che non smetteva di parlare con qualcuno.

«Nonna! Eccomi!»

«Ciao cara!». Tese le braccia verso di lei; era semisdraiata a letto, con un lenzuolo risvoltato all’altezza delle anche a coprire le gambe. L’avevano operata a un ginocchio la sera precedente; mentre lei era in quel locale a guardarsi nello specchio sua nonna era sotto ai ferri.

«Come stai?»

«Eh, insomma.»

Il suo viso, che una frazione di secondo prima si era illuminato, si fece rigido e contratto in una smorfia di dolore.

«Hai male?»

«Sì, tanto.»

Vide due lacrime bordarle le palpebre mentre sua nonna si mangiucchiava il labbro inferiore.

«Non ce la faccio più a stare qui», continuò.

«Coraggio, porta pazienza, vedrai che andrà meglio.»

Che parole stupide, si disse. Diciamo sempre che andrà meglio, poi non va mai niente meglio.

«Non si possono neanche aprire le finestre. Sono chiuse, sigillate. Qui dentro c’è puzza di morte.»

Effettivamente era vero, c’era puzza di morte. Ed effettivamente era vero, le finestre non avevano le maniglie.

«Io voglio andarmene. Io chiedo a tuo nonno di portarmi via di qui.»

La crisi stava per arrivare. Lei si sedette sulla sedia di plastica accanto al letto, le mise una mano su un braccio. In quel momento entrarono sua madre, suo padre, e suo nonno. Sua nonna li guardò tutti con uno sguardo tra il torvo e il disperato.

«Chiama l’infermiere, ho male. Voglio un’altra flebo.»

«Te ne hanno appena fatta una mamma…»

«Non importa. Che venga qui allora a sistemarmi le bende.»

Sua madre si sporse dalla porta, fece un cenno con una mano a un infermiere che stava passando in corridoio, lui si fermò, entrò, si avvicinò al letto.

«Cosa succede?» chiese con un sorriso.

«Ho male.»

Sembrava la voce di una bambina.

«È normale signora, è stata operata solamente ventiquattro ore fa. Andrà meglio.»

Ecco, l’aveva detto anche lui, pensò. Andrà meglio. È sempre così. Vale per le ferite chirurgiche come per quelle della mente.

Sua nonna non disse nulla, si girò offesa nel letto e non guardò più nessuno. Tutti restarono in silenzio e nessuno si mosse. Dopo qualche minuto, si voltò verso di loro, e con un’espressione disperata e isterica disse «portatemi a casa.»

«Non possiamo» risposero sua madre, suo padre e suon nonno quasi contemporaneamente.

«Allora io prendo un taxi!»

Si tirò su a sedere nel letto, con fatica. Allungò una mano verso il comodino di plastica con le ruote dove erano appoggiati un cellulare, una bottiglia d’acqua, un pacchetto di cracker e uno specchietto da borsa.

Tutti fecero un movimento convulso verso il comodino.

«Ma non scherzare!»

«Sì io adesso chiamo un taxi e mi faccio portare via da qui!»

«Mamma, stai calma, ragiona.»

Anche quella era una cosa che si diceva spesso. Ragiona, dicevano.

Lei forse un po’ la capiva quella sua nonna che voleva scappare da una stanza bianca, opprimente, senza pareti. L’avrebbe voluto fare anche lei. Si immaginò sua nonna che afferrava un paio di stampelle, saliva in ascensore, sbucava nell’atrio e usciva dalle porte automatiche con addosso una vestaglia di flanella rosa e i capelli scombinati, senza che l’infermiera la notasse. Se la immaginò alzare un braccio e fermare un taxi che passava in fretta, come se fosse sulla Fifth Avenue di New York. E poi dove sarebbe andata? Di sicuro si sarebbe fatta riportare a casa. Fuga dall’ospedale, fuga da Alcatraz, nonna ricoverata scappa dall’ospedale, ritrovata a casa sua. Avrebbero scritto così su qualche giornale gratis da poche pagine?

«Andrà meglio», disse a sua nonna appoggiandole una mano sul gomito. Poi si alzò e uscì in corridoio.

«Tutto bene?»

Si voltò, era suo padre.

«Sono solo un po’ stanca.»

«Vuoi tornare a casa?»

«Forse…»

«Vado a salutare la nonna.»

Prese la giacca, si mise in spalla la borsa.

«Mi raccomando» disse prima di uscire, rivolta a tutti quanti e a nessuno in particolare, forse anche a sé stessa. «Mi raccomando.» Mi raccomando cosa? Non litigate? Non lasciatele prendere un taxi e andare via? Controllatela? Fatela sorridere? Rendetele le ore di noia meno pesanti? Raccontatele una barzelletta? Uscì con suo padre, l’aria era fredda e umida esattamente come quando era arrivata. Si sentì debole e stanca, spossata e svuotata. Salirono in macchina, accesero la radio, non dissero nulla per tutto il viaggio, ma quel silenzio era piacevole e riposante. Chiuse gli occhi mentre erano fermi al semaforo di un incrocio che conosceva come le sue tasche. Conosceva quanti secondi passavano dal rosso, al verde, all’arancione.

«Andrà meglio.» Lo aveva detto anche a lui. Una promessa che non era riuscita a mantenere.

Quando si svegliò erano già arrivati sotto casa. Entrò in camera galleggiando. Si spogliò, buttò i vestiti della sera prima nella cesta della roba sporca e si buttò sotto la doccia.

«Andrà meglio.»


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