• Reader for Blind

Viva

di Rachele Salvini


Diedi l’anello a Fiona una sera di maggio dopo una passeggiata in centro a Parma, quando tornammo in Italia per il funerale di mia nonna.

Tante piccole rughe le esplosero intorno agli occhi. Non prese l’anello, ma le dita cominciarono a tremarle. Disse di nuovo che sarebbe morta.


Mia nonna mi aveva dato l’anello quando avevo venticinque anni e vivevo ancora a Parma, un anno prima che partissi per Londra per andare a vivere con Fiona. Nonno era morto da un pezzo, e mia nonna diceva che presto sarebbe toccato a lei.

Mia nonna sapeva benissimo che tipo fossi. Un giorno mi aveva beccato mentre uscivo dalla doccia di casa con questa tipa mai vista, una spagnola che avevo conosciuto la sera prima. Nonna era entrata in casa, senza che me ne accorgessi, per lasciarmi un vassoio di lasagne. Mi aveva guardato, io l’avevo guardata, aveva sorriso a Carmen (Consuelo?), e aveva preso la porta – non prima di aver lasciato le lasagne sulla credenza.

Non ne avevamo più riparlato. Quando andai a trovarla il giorno dopo non disse una parola al riguardo, e io non ebbi il cuore di dirle che avrebbe dovuto darmi un colpo di telefono prima di presentarsi in casa. Non dissi niente. Non avrei saputo spiegarle che non ricordavo nemmeno come si chiamasse la tipa e che fosse una studentessa Erasmus spagnola conosciuta per caso, con cui avevo intrattenuto una breve conversazione a tema alcol prima che finissimo a letto. Non avrei saputo dirle che, cinque minuti dopo la sua triste ma doverosa dipartita, me l’ero dimenticata. Archiviata.

Quindi rimasi zitto e mangiai la pasta al pomodoro senza fiatare, guardando un quiz con Fabrizio Frizzi e commentando le pubblicità.

Qualche tempo dopo, però, mia nonna pensò bene di farmi sedere al grosso tavolo di noce dove un tempo mio nonno leggeva il giornale. Aprì con calma la cassaforte nascosta dietro un quadro macchiaiolo. La campagna si spandeva a colpi di pennello alle sue spalle.

«Nonna ti deve dare una cosa» cominciò, parlando in terza persona come faceva in ogni momento solenne.

Me lo mise sotto il naso. Era un filo d’oro intarsiato intorno a una pietra turchese.

«Nonna, è bellissimo, ma se i miei amici mi vedono con questo mi prendono per il culo fino alla fine dei miei giorni», cercai di sdrammatizzare.

«Questo anello è per una persona speciale», disse.

Una speciale? Avevo venticinque anni. I miei compagni di corso mi chiamavano il piallatore internazionale perché ero l’unico del gruppo a saper parlare l’inglese abbastanza bene da attaccare bottone con le studentesse Erasmus. Gli altri erano esperti in modelle e ballerine, donne sposate, diciottenni, cose così. Nessuno di noi aveva mai pensato di saperne qualcosa di ragazze speciali. Non ero sicuro di cosa volesse dire, ma sicuramente non si adattava a una di cui ti dimentichi non appena esce da casa tua.

“Speciale” può voler indicare tante cose: per esempio, una tipa strana, che durante i temporali se ne va sul lungomare sui pattini a scommettere se sarà trascinata via dai cavalloni o presa in pieno da un fulmine, perché è viva, ma sa di dover morire.

Tipo Fiona.

Insomma, quel giorno me ne andai con questo anello chiuso in una scatolina di velluto blu nella tasca dei jeans. Dopo essere andato a trovare nonna, presi la macchina, tornai a Parma e mi diressi al concerto del gruppo di un amico.

Parcheggiai, mi piegai per nasconderla sotto il sedile del passeggero e non ci pensai più, poi mi sbronzai e me ne dimenticai completamente. La lasciai in macchina per giorni, fino alla sera in cui incontrai Fiona. Entrò in macchina con me, e se lo ritrovò tra i tacchi.

Fiona era alta. Avevo dovuto tirare indietro il sedile per farle spazio. Indossava un vestito lungo nero, una collana blu e le scarpe col tacco celesti, tutto in tinta coi capelli – azzurri, corti, ritti verso il cielo. Ne sembrava orgogliosa, e mi avevano fornito un’ottima frase d’apertura. Avevo aspettato che lasciasse il suo gruppo di amiche per andare a fumare fuori dal locale.

«I dig the haircut, Hades», le avevo detto. Avevo immediatamente capito che non fosse italiana. C’era qualcosa nel suo viso, nel modo in cui i suoi zigomi incontravano l’incavo dei suoi occhi, che la faceva sembrare nordeuropea.

Lei aveva alzato lo sguardo dalla sua borsa, appoggiata al muro, con la sigaretta in bocca. «What?» aveva chiesto. Le avevo allungato il mio accendino e lei si era avvicinata per lasciare che le accendessi la sigaretta. «I’d rather speak Italian.»

Anche lei aveva capito che fossi italiano, probabilmente per l’accento.

«Mi piacciono i tuoi capelli», ripetei. «Sembri Ade in Hercules della Disney».

Sapevo che qualsiasi ragazza, internazionale o meno, si sarebbe sciolta davanti a una citazione Disney. E come previsto, andò in porto. Si mise a ridere. Fumammo la sigaretta e fu subito chiaro che saremmo andati a casa insieme. Fiona era arrivata a Parma da Londra da due mesi. Studiava chimica farmaceutica. Non avevo bisogno di sapere altro.

Quando Fiona si trovò la scatolina con l’anello tra i tacchi delle scarpe azzurre, io stavo facendo retromarcia. «Cosa è quello?» chiese, nel suo italiano stentato.

Sul momento non capii a cosa si riferisse. Poi la vidi sporgersi in avanti per afferrare la scatolina. Gliela presi dalle mani velocemente e me la ficcai dietro la schiena. «Niente».

Per un attimo ripensai a mia nonna e al suo questo anello è per una persona speciale.

Una volta a casa, mentre Fiona era bagno, ficcai la scatolina di velluto nel contenitore di latta degli spiccioli e dei preservativi.

Fiona diceva che sarebbe morta. Il che è ironico, perché era molto più viva di me. Ogni giorno saltava fuori con qualcosa di nuovo – una canzone da farmi ascoltare, un nuovo bar di Londra dove andare a bere, una cittadina inglese da esplorare nel weekend. Una nuova sfumatura di azzurro di cui colorarsi i capelli.

Due settimane dopo che ci trasferimmo a Londra, mentre ce ne stavamo sul suo divano a sgranocchiare patatine e bere birra scozzese davanti alla televisione, lo disse per la prima volta. Era sdraiata, con la testa appoggiata alla mia gamba destra. Non ricordo di cosa stessimo guardando.

«Io morirò», disse solennemente.

«Anch’io» risposi, lanciandomi in bocca una patatina.

Si alzò a sedere. «Presto» disse, seria. «Morirò presto», e il suo viso si contorse come se qualcuno le avesse appena tirato una pallonata in faccia.

Rimasi con la patatina a mezz’aria.

«No che non morirai», risposi. «Cosa ti salta in mente?»

I suoi genitori erano insieme e stavano bene. Erano sani, Fiona li adorava. Suo padre lavorava in banca in una cittadina appena fuori Londra, e sua madre era maestra. Una famiglia normale. Una volta tornati a Londra, Fiona aveva trovato lavoro in farmacia, mentre io facevo un tirocinio per un’agenzia pubblicitaria. Stavamo bene. Tutto – la laurea, il trasferimento, la ricerca di lavoro – era sembrato facile, perché eravamo innamorati.

Ma Fiona pensava di morire.


Quando mia nonna morì, Fiona pianse più di me.

Al funerale, ogni singolo membro della mia famiglia si alzò per andare a salutare la bara mentre io me ne stavo in piedi come un coglione. Non sapevo cosa fare. Non ero mai stato a un funerale in vita mia. Non avevo mai avuto una ragazza ossessionata con la morte.

Vidi la mia famiglia baciare la bara, toccarla piano, salutarla con un cenno.

Fiona si fiondò sulla bara e l’abbracciò, i capelli azzurri sbiaditi contro i fiori bianchi. Non aveva mai conosciuto mia nonna. Sapeva solo che le volevo bene, e che avevo pianto quando l’avevo saputo, tra le mura del nostro appartamento a Londra. Non mi ero permesso di piangere altrove.

Ma adesso Fiona singhiozzava, le spalle che tremavano, le ginocchia che sfioravano appena il pavimento della navata.

Sapevo che tutti stavano guardando lei, o me. Sapevo che dovevo fare qualcosa. Ma prima di avvicinarmi per toccarle la spalla e sussurrarle di alzarsi, la fissai per una manciata di secondi.

Fiona era viva.


Dopo il funerale, trovai l’anello in camera mia, nella scatola di latta degli spiccioli e dei preservativi.

Fiona aveva pianto così tanto da imbarazzare mia madre, che aveva cercato di distrarsi mettendo in ordine i vestiti e le fotografie di mia nonna. Aveva provato a tirare su di morale Fiona chiedendole se volesse provare una vecchia pelliccia di ocelot, o se volesse vedere le foto di quando ero piccolo. Fiona aveva scosso la testa ed era andata a fumare sul balcone. Quando l’avevo raggiunta, le sue mani tremavano così forte che non era neppure riuscita ad accendersi la sigaretta.

Le passai l’accendino, come la sera in cui ci eravamo conosciuti.

Decisi di darle l’anello quella sera stessa, lontano dalla morte che si respirava in casa mia.

Fu una decisione impulsiva. Avevo appena trovato l’anello, mi ero ricordato della sua esistenza dopo più di un anno. Sembrò il momento giusto.

Fiona porta ancora il mio anello. Ogni settimana la vado a trovare all’istituto, una bellissima villa nel Kent. Mi metto d’accordo con i suoi genitori sugli orari, perché non voglio incrociarli. So che non hanno modo di sapere che vedo altre donne, ma ho paura che mi guardino in faccia e mi leggano dentro.

Quando vado a trovare Fiona, mi siedo accanto a lei, in giardino, con i picchi e gli scoiattoli che stridono come in un film Disney. I capelli le sono tornati biondi, ma ogni tanto, quando c’è il sole, riesco ancora a vedere le striature verdi della tinta azzurra sbiadita. Le leggo libri in inglese, e mi prende in giro per il mio accento ancora troppo italiano. Poi la bacio e guido per un’ora fino a Londra. A volte devo fermarmi e appoggiare la fronte contro il volante, a occhi chiusi.

Ogni mattina prendo la metropolitana e leggo l’Evening Standard, con la faccia troppo vicina a uomini d’affari di cui non so il nome ma di cui posso contare il numero di capelli bianchi.

Sulla metro penso a Fiona che si sta svegliando. Immagino l’infermiera che la convince a prendere le medicine, mentre io cerco di convincermi che Fiona tornerà a essere viva. Penso a mia nonna, al fatto che non abbia mai conosciuto Fiona.

Scendo dal tunnel della metro sotto il cielo di Londra, e sento il mondo vibrarmi intorno, vivo.

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