• Reader for Blind

Abuso

Aggiornato il: mar 30


di Luigi De Rosa

Ho messo in scena i miei traumi, e milioni di uomini ci si sono masturbati sopra.

L'ho fatto per anni, davanti a luci abbaglianti così bollenti da non farti respirare.

Lo sto facendo ancora adesso.

Lui mi guarda serio, sulla sedia di fronte alla mia. Indossa una sfavillante giacca bianca, con dei gemelli argentati e una cravatta rosso fuoco. La pelle contrasta con la lucentezza del tessuto, e sembra meno nera perché illuminata dalle luci calde dello studio.

Le sue mani inanellate mi ricordano la mia prima gang bang.

Erano in sei. Indossavano solo cappelli di natale. Tutto cominciava con un primo piano in cui dichiaravo di amare la cioccolata e mi leccavo le labbra.

Incrocia le gambe e ascolta con rispetto le mie parole.

Disturbato, pietrificato, imbarazzato senza mostrarlo.

Malgrado tutto proceda secondo i piani.

Ascolta la mia vita che procede senza freni verso l'inferno. Una discesa dritta verso il disastro.

Ascolta mia madre che mi abbandona per l'eroina. La mia voce che si rompe quando ricordo che l'unica cosa che il mio cervello da bambina riusciva a pensare era perché, perché. Ascolta il primo compagno della mia madre adottiva che mi tocca e mi costringe a guardare porno in televisione a sei anni, il secondo compagno che mi scatta foto mentre lavo i piatti o esco dalla doccia, che mi ubriaca e mi costringe a ballare lap dance o strip-tease, che mi chiede di mostrargli le tette o di simulare un orgasmo, di provare costumi o intimo davanti a lui.

Ascolta tutto e registra, perché sono la sua puttana e tutto deve andare come previsto.

Sono una vacca rigonfia di ascolti da mungere.

Non sembra provare piacere, eppure so che lo prova.

Lo sento nell’aria. Lo vedo nel pulviscolo che ondeggia fra noi, abbagliato dai fari televisivi.

Già mi vedo allungare la mano sulla sua patta, stimandone il gonfiore prima di farmelo davanti a tutto lo studio.

Gli occhi sconvolti delle madri fedeli strabuzzanti come fossero pesci appena pescati l’esito della trasmissione mandato a puttane da una puttana Gesù che corre via in lacrime la sua passione inutile perché non posso essere salvata.

Mi guarda negli occhi, e io lo fisso come sono stata abituata a fare con la telecamera.

Ce ne sono tre attorno a noi. Grossi enormi scarafaggi che inquadrano la vita con piccoli occhi rossi che lampeggiano.

Dietro di loro, la massa indefinita del pubblico che sale lungo i gradini dello studio. Donne, uomini, ragazzi e ragazze. Tutti ipnotizzati dalle mie parole, commossi, sconvolti, in attesa della catarsi finale, della risoluzione della sinfonia atonale della mia vita.

L'uomo che mi sta davanti è un famoso televangelista. I suoi fedeli sono più di 300.000, e stanno aspettando in diretta che attraverso di me venga il Signore.

Finisco di raccontare la mia infanzia piena di gioia e lui mi dice che il suo cuore è a pezzi, che la mia storia è triste e insopportabile, ma anche dimostrazione di come la Grazia possa scendere su di noi in qualunque occasione, perché Gesù dona sé stesso senza giudicare, senza chiedere niente, quando meno ce lo aspettiamo.

Qualcuno nel pubblico annuisce. Altri piangono.

Il pastore mi chiede di andare avanti. Ci guardiamo per un istante, sapendo entrambi che è un momento fondamentale.

Voglio che il Buio più totale scenda sullo studio, per poi portare la Luce a te e a tutti.

Passo a me persa fra droga e alcol quasi ogni giorno, trascinata da chissà quale forza o quale tiranno lungo viali stremati dal sole, in ristoranti di lusso, locali di vetro e cemento dove si sente solo odore di vodka, appartamenti arredati in stile minimalista, fra distributori di benzina grandi come campi da football e giardini di palme e cactus. A me che indosso gli occhiali da sole per ripararmi dalla luce californiana, il corpo levigato, plasmato dalla palestra, dalle creme, dalle lampade, dai piccoli interventi di rimozione dei nei e dei peli, nuda e sperduta in enormi stanze di ville diverse ogni settimana, ogni mese, con grandi piscine e lunghissimi divani neri, televisori al led da 90", vetrate da cui si vede il deserto, quadri d’arte contemporanea, soprammobili lucenti, letti vuoti, pulitissimi. Ville dove non vive nessuno, set per storie di incesto e tradimento, luoghi dove il potere ti assorbe come pece e fa del tuo corpo quello che vuole, per quanto tempo vuole. Passo a raccontare di me, ventiduenne scopata in ogni buco e posizione da ogni uomo o donna possibile, a volte senza nemmeno rendermene conto, a volte godendo e agitandomi come una donnola. A loro che mi dicono godi di più, muovi più veloce la bocca, simula più piacere, sorridi, grida Dio più spesso perché solo lui ti resta da invocare. Solo lui potrebbe salvarti adesso. Sarà lui l’ultimo ad abbandonarti. A me in lacrime circondata da altre ragazze messe peggio di me che cercano di consolarmi con cocaina e soldi, con discorsi sull’autoconsapevolezza e l’indipendenza economica, mentre mi cullo da sola sperando di morire, di scomparire, di venire assorbita dal materasso o di annegare nella bottiglia di tequila che mi fissa e dice stringimi, tanto succederà comunque. A me che mi risveglio stordita e vulnerabile ogni mattina chiedendomi dove mi trovo, cosa sta per succedere, chi dovrò incontrare.

A me che metto in scena il passato. Osservata da ricchi patrigni pelati mentre mi aggiro per casa, che nella scena successiva mi beccano nuda in piscina e me lo mettono nel culo. Scoperta a guardare porno di nascosto da fratellastri arrapati. Sommersa dal piacere mentre mi scopo il compagno di mia mamma assieme a lei. A me impacchettata in costumi da urlo e lingerie trasparente che osservo me stessa sputare i traumi e trasformarli in sesso sfrenato, in spettacolari movimenti corporei, in finzione da manuale illuminata da abbaglianti luci al neon e ripresa in 4k, confidando che il dolore prima o poi passi, che la ripetizione smagante e meccanica di un pompino possa far sparire l'alito merdoso che infesta i miei incubi. Che la penetrazione diventi improvvisamente completezza, pienezza. Che le scene lesbo si trasformino in amicizia e tenerezza tenerezza tenerezza.

Parlo di tutto questo in diretta televisiva, e i fedeli godono, si disperano, percepiscono il loro cuore che si rompe e il loro spirito che si eleva, perché più grande è il peccato, più profondo e intenso sarà il perdono del Signore.

Piangono per me e per il mio dolore, empatizzando con la mia storia, con la mia solitudine. Sentendosi fortunati. Sentendosi diversi e schifati ma al tempo stesso pronti a salvarmi, ad aiutarmi a uscire dalla melma di sperma in cui stavo per annegare volontariamente.

Termino il mio racconto e so che siamo al climax. Il televangelista in smoking è pronto a venire, il Signore è pronto a venirmi addosso con tutti i suoi fedeli festanti.

E finalmente mi chiede: come sei uscita da questo inferno?

Lo guardo sorridente come una bambina, e taccio.

So cosa devo raccontare. Basta qualche altra parola, e tutto terminerà con un tenero battesimo. Con il perdono e il nuovo inizio.

Ma non riesco a proseguire. Riguardo lui e tutti loro, le telecamere voraci che divorano la mia immagine, la mia storia, la mia vita devastata a soli ventidue anni, tutti pronti e in attesa di penetrarmi un'ennesima volta.

Osservo i suoi capelli ispidi. Il suo respiro che aumenta per la tensione. Il lieve sudore che impregna la sua fronte nera.

Il pastore insiste, cerca di richiamare il mio rapporto con Dio, ma non rispondo perché mi accorgo di quanto potere in realtà possiedo.

Di quanto forse ne ho sempre posseduto.

Di quanto la protagonista sia sempre stata io.

Sì, state guardando me. Sperate che vi risolva la vita, senza aver sentito neanche una minima parte del mio dolore. State aspettando che mi spogli e che metta in scena il mio dramma, trasformandolo nel vostro piacere.

Ma il mio corpo non diventerà quello che volete. Non più.

Sorride. Comprende il mio disagio, il mio imbarazzo. Parla ai fedeli al posto mio, dichiarando che la fede in Dio può salvare chiunque, che io ho un posto nel mondo, una storia con uno scopo, e che nessuno può avere il diritto di sminuirmi o giudicarmi.

E così sia.

Lo scarafaggio 2 zooma sul mio viso perfetto. Sulle mie labbra carnose e rosa, sui miei capelli lisci e lucenti, sul mio naso armonioso e sulle mie sopracciglia simmetriche.

Zooma sui miei occhi verde smeraldo cercandomi l'anima.

Vorace. La saliva che gli impregna la bocca, come a ogni persona presente in studio.

L'occhio che cerca di definire ogni mia parte, di abusare di nuovo la mia bellezza.

Zooma su me che mi alzo in piedi e che dico

NO SPEGNETE TUTTO.


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