• Reader for Blind

Cigni

di Elena Ramella

«Poi un giorno abbiamo trovato il corpo del cigno sul bordo del laghetto, col collo spezzato e un rivolo di sangue raggrumato sulle piume bianche del petto.»

«Ma perché?»

«Dicono che qui, di notte, ci siano delle faine.»

«Le faine aggrediscono i cigni?»

«A quanto pare.»

Entrambi si voltarono e fissarono in silenzio la superficie piatta e verdognola del laghetto. Un solo cigno, non molto grosso, col collo ripiegato su se stesso come quegli asciugamani che gli hotel di lusso annodano e lasciano sul letto, andava avanti e indietro lentamente.

«E lui, ora? Come fa, da solo?»

«Fa.»

Lui, dopo quella risposta laconica di lei, non disse più nulla.

Pensò al collo spezzato del cigno. Al ghigno della faina. Non ricordava di aver mai visto una faina in vita sua.


«Sapevi che quel lavoro era importante per me.»

«Non esiste solo il lavoro nella vita.»

«No, ma era importante. Davvero non capisci?»

Lei è seduta dall’altra parte del tavolo, con le mani appoggiate sul bordo. Lui vede che le sue dita sono leggermente strette, come se si stesse aggrappando alla tovaglia. Per non vacillare, per non cadere, per non mollare la presa.

«Non sai dare il giusto peso alle cose. La tua gerarchia di valori è su un altro piano.»

«Un piano che non è il tuo, evidentemente.»

«Siamo sfalsati.»

Lui l’ha amata. E forse la ama ancora. Guarda quegli occhi grandi, le pupille dilatate, il luccichio della fiammella della candela che si riflette nell’iride scura. Sotto quell’aria di spavalderia e fermezza è un animale braccato. Immobile.

La ascolta parlare con quel tono da avvocato che contrasta con i lineamenti morbidi del suo viso. Non è lei.

«Ascoltami.»

Ma mentre lui sta pensando, pensando a lei, a lui, a loro, a quello che hanno passato insieme, mentre lui cerca di mettere ordine tra le cose successe negli ultimi mesi, lei ha trovato il coraggio e la forza di alzarsi e andarsene.

Combatti o fuggi.

A un certo punto, in un punto esatto di quel minuto trascorso, lei non ce l’ha più fatta a combattere. L’ha guardato e non ha capito cosa gli passasse per la testa. Ha capito che è una battaglia persa. E allora anziché rimanere immobile, congelata, nella speranza che lui non la veda, che non la accusi, senza pensare alle sue colpe, fugge.

Lui rivolge lo sguardo verso l’esterno dopo essersi guardato dentro e lei non c’è più.


L’unica volta che aveva visto una faina era morta, sventrata e svuotata, ma bellissima intorno al collo della pelliccia di sua nonna.

L’ermellino era troppo caro. La faina sarebbe andata bene, avrebbe fatto bella figura comunque, aveva pensato il nonno davanti alla commessa della pellicceria.

Dove l’aveva portata, poi, quella sera? Dopo che lei aveva spacchettato la sua faina lucente e se l’era messa intorno al collo insieme alla parure di gioielli? «Dove stiamo andando?»

«Ho due biglietti per uno spettacolo a teatro. Sorpresa.»

Lei lo guardò di traverso tra i fasci di luce dei lampioni e dei semafori. Gli guardò il collo, lì dove la pelle era più sottile e bianca, quasi trasparente, lì dove, la mattina, quando si svegliava, affondava il viso per respirare il suo odore, e allora sentiva il battito del suo cuore.

Quella sera le aveva regalato un piccolo pendente tempestato di pietre nere, alcune opache, altre brillanti.

«Perché nero?», gli aveva chiesto.

«Perché fa pendant coi tuoi capelli» le aveva risposto, passandole una mano sulla nuca e poi dietro al collo per agganciarle la catenina sottile.

«Ma non abbiamo nulla da festeggiare. Il tuo colloquio è anche andato male…»

«Non fa nulla.»

«Ma quel lavoro…»

«Non è nulla.»

In realtà era felice che non lo avessero preso. Con un contratto fisso sarebbe stato in giro per il mondo quattro giorni su sette. Ogni giorno in una città diversa. Per poi tornare a casa, nel weekend, se tutto andava bene, annientato dal jet lag e dalla stanchezza. E lei? Cosa avrebbe dovuto fare lei?

Si era vergognata del suo egoismo.

E della sua falsità nel mostrarsi dispiaciuta per una cosa che in realtà la rallegrava, una cosa che andava contro i sogni e le ambizioni di suo marito. Ma quando era troppo era troppo.

Il cartellone appeso ai pannelli fuori dal teatro era inequivocabile. Strabuzzò gli occhi.

«Il lago dei cigni

«Il lago dei cigni» ripeté lui, quasi per darle una conferma di quello che stavano per vedere.

«Due biglietti, in platea.»

Lei gli buttò le braccia al collo.

Pensò al corpo del cigno morto che aveva trovato da ragazzina, un mattino, sul bordo del laghetto di montagna dove passava le vacanze estive insieme ai suoi nonni. Le piume bianche incrostate di sangue e il lungo collo sinuoso spezzato e accartocciato su sé stesso.


«Le faine aggrediscono i cigni?»

«A quanto pare.»

La faina con gli occhi sbarrati nel vuoto e un sorriso accennato sul muso che pendeva dal collo di sua nonna.

Le accarezza con la punta delle dita il pendente di pietre nere che le ha regalato.

Sa che è la loro ultima sera insieme.

Ma come hanno fatto ad arrivare a quel punto?

Lei allunga il collo verso la sua guancia mentre lo abbraccia per l’ultima volta. Quel collo. Il suo collo.

Dove abbiamo sbagliato?

Io quel lavoro lo volevo, ma non lo volevo davvero.

Il problema non è quello.

E allora dov’è? Dov’è stato il problema?

Non lo so.


Poi era sceso il buio. Dopo il tramonto i pensionati e le famigliole avevano fatto ancora una passeggiata per digerire e per conciliare il sonno.

Poi era sceso il buio.

L’aria era diventata più fredda, gli alberi solo più sagome scure che ondeggiavano lentamente contro il cielo nero.

Era uscita dalla tana appoggiando le zampe sulla terra umida e lasciando dietro di sé una scia di impronte scure.

I cigni dormivano sulla sponda del laghetto, accanto a una pietra, sotto le foglie di un salice piangente, con i colli ripiegati e annodati, i becchi affondati nelle piume bianche, gli occhi neri chiusi, nel silenzio della notte.

Si era appostata. Aveva fissato i cigni. Aveva sentito il loro odore, l’odore dell’acqua ferma del laghetto, l’umidità, la montagna.

Si era avvicinata. Li aveva ascoltati respirare, quasi impercettibilmente. Non aveva saputo resistere.

Aveva guardato il loro collo. Un cigno era più grosso dell’altro. Uno doveva essere la femmina, l’altro il maschio. Ma era andata a caso. Si era sentita spingere da dentro.

Con un salto era atterrata con le zampe sulla schiena del cigno che aveva immediatamente spalancato le ali. Nel sollevare il collo, lei lo aveva morso. Il becco si era aperto in due, il sangue aveva iniziato a scorrere.

Lei era scappata ma non era tornata nella sua tana. Aveva corso, corso, fino allo sfinimento, fino a raggiungere il cuore della pineta, dove gli alberi erano altissimi sopra di lei e le stelle luminose nel cielo trasparente.

Aveva cercato di riprendere fiato.

Avrebbe almeno potuto mangiarlo, quel maledetto cigno.

Cosa l’aveva ucciso a fare?

Poi era collassata a terra.

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