• Reader for Blind

Il bolo sospeso

Aggiornato il: feb 27

di Paola Curia

La donna allo specchio mi sorride, le piaccio.

Mi avvicino, la scruto, le sfioro i capelli paglia e fieno. Proseguo accarezzandole il viso.

Il margine destro della mandibola fa spessore sotto la pelle biancastra, il massetere si contrae a intermittenza come se prima o poi volesse sputarmi addosso il bolo sospeso tra lingua e palato. Accentua un sorriso, le piaccio di sicuro. Poi il mio indice freddo indugia sulle sue labbra viola e la smorfia svanisce. Ha freddo, mi dico. Provo pena per lei, è più magra di me, la invidio. A un tratto gli abbaglianti di un’auto penetrano il vetro della finestra alle mie spalle e centrano in pieno lo specchio, l'immagine riflessa viene colpita e affondata. Lei non c'è più. Dissolta. Mi volto per guardare dritto nei fanali l'improbabile assassino. Nessuno. Dissolto anche lui. Mi rivolto di scatto e lei è di nuovo lì che mi fissa e continuo a provare pena, è più magra di me, un poco la invidio. Qualcuno da dietro le cinge le scapole ossute:

«coraggio è ora di andare», sussurra.

Lei ha qualcosa in bocca, continua a masticare nervosamente ma il bolo resta sospeso, non scende. Allarga le narici come se dovesse starnutire. Prima di voltarsi lascia cadere lo sguardo, è una richiesta di aiuto, leggo fra le righe ma non capisco. M'immedesimo e rompo il silenzio. Ricompare a sorpresa l'abbagliante sulla superficie unta del vetro. L'immagine è più nitida adesso. Lei mi somiglia, è solo più magra, o forse no.

Quindi quella sono io?, mi chiedo schifata. Smetto di masticare, sento mani ruvide sulla schiena curva, sono troppo magra. L'operatore sanitario insiste, «è ora di tornare in camera», mi dice.

Spegne le luci. Gli abbaglianti dell'auto, la cornice dorata e quella ragazza spariscono come per una crudele magia. La stanza è vuota, gelida, lui mi cinge, lo specchio non riflette, sono troppo magra, e il bolo sospeso non scende. Nella camera accanto non ci dorme più nessuno. Maya è tornata a casa due giorni fa, mi hanno detto. Probabilmente non sentirò più parlare di lei perché chi entra in questo tunnel non ha amici, qualche conoscente, pochi contatti. Si è soli per paura di colmare quel vuoto che ci opprime e dal quale non si ha più tanta voglia di uscire. Francesca invece è ancora qui, sorridente come sempre, si porta dietro a fatica il carrello con la flebo che s'infila dritta nel braccio destro.

«Buchi qui prego, sono mancina. Lasci libera la parte del cuore», aveva detto all'infermiere carino che più in là avremmo ribattezzato “Big Jim”.

Francesca ne era innamorata, lei era innamorata di tutti a dir la verità: del dottor Casali, di Nuccio il giardiniere, di Franco il segretario, di me. Sì, anche di me.

«È il tuo modo di sorridere, di nascondere lo sguardo sotto la frangetta storta che mi attrae. Le tue spalle bianche, le labbra sottili che bacerei per tutto il giorno, anche subito se vuoi... Tu che ne pensi?».

La domanda mi lascia basita, perché in realtà sembra essere una richiesta. Io lo vorrei ma temo che non siano cose buone da fare queste. Il corpo che mi contiene ha perso tutto. Se non fosse che la peluria sulle guance è rada, direbbero che sono un maschio: «Un maschio magro, senza culo, senza muscoli con le dita delle mani fin troppo affusolate… allora forse è una femmina».

Nessuno capirebbe, nessuno intuirebbe il dolore androgino di chi perde il desiderio di sopravvivere. Io, Francesca non la bacio. Per rispetto. Per quella sorta di pudore che mi obbliga a dormire con la vestaglia legata stretta in vita per timore che, da sotto le lenzuola di flanella, possano trasparire le mie cosce carnose. Chi vive come me richiede libertà di movimento sena paure di alcun genere, una sorta di potere decisionale come quello che opero sul cibo, quel pasto cadenzato che non colmerebbe il vuoto scavato dentro dal tarlo dell'anoressia. Francesca continua a fissarmi, attaccata alla sua flebo mi sorride, io ho paura, mi sento persa in questo gioco erotico in cui non ho un determinato ruolo. Fluttuo tra la sopravvivenza e il desiderio di morte, tra l'ultimo boccone e l'abbuffata punitiva. Lei mi fissa come se aspettasse una risposta, io mi distraggo contando i secondi che battono chiassosi sul pendolo crocifisso al muro. «Allora, mi baci o no?»

«Perché dovrei?» rispondo, fingendomi disinteressata.

Lo stomaco brontola e io tiro dentro il ventre flaccido per zittirlo e per punirmi nuovamente. Spedizione punitiva contro il mondo, come se al mondo interessasse qualcosa di me. Privazione carnale del piacere, castigo religioso contro me stessa, perché io vorrei baciarla, ma temo di poter crollare, temo di poter trovare la cura al mio disagio. Le dico che preferirei mangiare due bomboloni alla crema piuttosto che accostare le mie labbra alle sue. Francesca sorride e poi scoppia a piangere, l'ho ferita. Mi volto. Le lacrime le rigano il viso emaciato come due binari che segnano la strada.


Un tragitto breve anche per loro, un percorso che parte dal recondito desiderio di assecondare la mia fame d'amore, un sentiero che attraversa solchi di punti neri e poi arriva proprio lì, a destinazione, su due lembi di pelle rosa che ancora tremano. Rimangono in bilico, su quell’ambigua fessura mobile che non riesce più a sorridere, alla soglia d'ingresso di un mondo proibito dove neppure il cibo ha più il permesso di sostare e quel bolo, amalgamato per dispetto e per disperazione, non scende, resta lì, sospeso come il desiderio baciarla, di accarezzarle il viso scarno. È lo stesso sentimento che provo adesso, un forte desiderio che ferisce e mi stravolge, che mi striscia sottopelle e al tempo stesso mi consola.

«Quindi non ti piaccio?»

«Non è che non mi piaci è che non ci ho mai pensato.»

«Pensato a cosa?»

«A baciare qualcuno.»

«Non dirmi che non hai mai limonato!»

Francesca è allibita, mi guarda con gli occhi sgranati fissandomi il labbro inferiore, forse arrossisco e poi sorrido.

«No, cioè non so. Da bambina mio cugino ci ha provato, a baciarmi intendo, ma poi è arrivato mio padre e gli ha tirato un calcio nel culo. Stai buono ragazzo o ti sbatto fuori di casa a suon di schiaffi, non permetterti mai più di avvicinarti a lei!Poi mi prese per un braccio e mi tirò, sbraitando, fin dentro casa.» "Ma che esagerazione! Per un bacetto innocuo tra bambini.»

Francesca sorride sarcastica perché lei non sa. Non potrebbe capire, non so se dirglielo o meno. Borbotto qualcosa ma lei continua a ridermi in faccia come se fossi esagerata quanto mio padre. Francesca non sa che quel cugino non era mio coetaneo. Lui era dodici anni più grande di me e io, allora, di anni, ne avevo soltanto otto. “lo posso toccarti perché sono tuo parente, abbiamo lo stesso sangue e poi ti voglio bene, mi piaci, sei davvero molto bella”, mi lusingava e io mi sentivo una regina, non capivo il male oscuro che ogni giorno insinuava nella mia mente vulnerabile. Francesca non sa, ma vorrei dirglielo, vorrei urlarle in faccia, magari vicino alle labbra livide, che la violenza subita ti rimane dentro per tutta la vita, che l’eco del dolore penetra fino al più profondo dei visceri e se non pensi a gesti estremi, allora ti attacchi a qualcosa che puoi controllare facilmente, come la fame, come il desiderio di quel cibo che è al tempo stesso smania d'amore e di odio incondizionato. Così ho deciso di non mangiare più.

Di smettere di nutrire quel corpo che sarebbe diventato preda facile di approcci sessuali, vittima sacrificale come le labbra di Francesca in quel momento, così esposte e provocanti, eppur propense ad accontentare chiunque pur di ottenere in cambio il premio pattuito. «Cioè, non ho mai limonato sul serio, ma non penso mi possa piacere.» «Ma se non lo hai mai fatto sul serio, come fai a sapere che non ti piace?» In effetti io non sapevo nulla, avrei voluto intuirlo prima per poter reagire adesso, per poter affrontare l'ennesimo dilemma che si presentava di fronte a un'anima offesa come la mia, un’anima che zoppica lungo il cammino torrido che le è stato assegnato. Quindi mi trascino fino a lei, fino a Francesca che continua a stupirsi del fatto che io non abbia mai limonato. Mi avvicino sempre di più e le sfioro i capelli stopposi, simili ai miei, poi scendo sulle spalle ossute, un po' più giù, fino al petto che non ha mai visto un seno dignitoso. Soffermo la mia mano sul suo cuore. Batte forte, troppo forte; per riprendere fiato si blocca, resta sospeso, come quel bolo che anche adesso non scende, immobile, come il mio palmo che le schiaccia il capezzolo roseo, come le labbra che, eccitate, attendono il verdetto: ingoiare o sputare, accettare o rinunciare. Rinunzio! Echeggia la voce sottile di mia madre nel vuoto della cattedrale durante la professione di fede, ma io scelgo la quaresima, il digiuno, io non mangio, io non amo, io non so da che parte stare. Forse la bacerò o forse no. Fisso quella ragazzina e noto la somiglianza. Il margine destro della mandibola fa spessore sotto la pelle biancastra e il massetere si contrae a intermittenza come se prima o poi volesse sputarmi addosso il bolo sospeso tra lingua e palato, ma il bolo adesso non è più cibo masticato nervosamente, non è più l'impeto sessuale di mio cugino, non è più il suo desiderio di abbracciarmi lasciandomi percepire il risveglio delle sue emozioni. Il bolo adesso è la mia voglia di essere libera, la possibilità, che mi viene offerta solo adesso, forse la mia ultima occasione. Non sorride più Francesca. Intuisce che i pensieri mi braccano, quindi mi tende la mano e le punte gelide delle nostre dita viola si sfiorano, non s’intrecciano perché il mio pudore non me lo perdonerebbe mai. Francesca mi sorride, le piaccio. Mi avvicino, la scruto, le sfioro i capelli paglia e fieno. Proseguo carezzandole il viso, poi il mio indice freddo indugia sulle sue labbra viola e la smorfia svanisce. Ha freddo, mi dico. Provo pena per lei, è più magra di me, la invidio. A un tratto gli abbaglianti di un’auto penetrano il vetro della finestra alle mie spalle e centrano in pieno lo specchio, l'immagine riflessa viene colpita e affondata. Lei non c'è più. Dissolta. Mi volto per guardare dritto nei fanali l'improbabile assassino. Nessuno. Dissolto anche lui. Mi rivolto di scatto e lei è di nuovo lì che mi fissa e continuo a provare pena, è più magra di me, un poco la invidio. Vorrebbe baciarmi, sta per dirmi qualcosa ma qualcuno da dietro le cinge le scapole ossute, “coraggio è ora di andare”, sussurra. Lei ha qualcosa in bocca, continua a masticare nervosamente come faccio anch’io ma il bolo resta sospeso, non scende. Mi alzo io e si alza lei, smetto di masticare io e smette pure lei, sento mani ruvide sulla schiena curva, sono troppo magra. L'operatore sanitario insiste, “Francesca è ora di tornare in camera”, mi dice. Spegne le luci e tutto si dissolve, lo specchio smette di riflettermi, mi alzo e lo seguo docile come un animale impaurito. Nel lungo corridoio i neon frizzano elettricità da tutti i pori e quel friggere di luci mezze fulminate mi riportano e lei, alla sua voracità di sentimento e penso che non ho avuto neanche il tempo di salutarla. Domani tornerò in quella stanza, lei sarà di nuovo lì ad aspettarmi dentro la bella cornice dorata, in quel mondo ovattato dove nessuno potrà ascoltare i nostri segreti. Parleremo ancora e ancora cercherò il coraggio di dirle tutta la verità. Le chiederò scusa per come le ho risposto, per l’indifferenza con cui, per troppo tempo, ho affrontato il suo amore.

Magari domani darò una svolta alla mia vita. Sputerò il bolo lontano dalla bocca, vomiterò quella rabbia e quella desolazione di cui solo Francesca e io siamo attendibili testimoni. Poi l’abbraccerò forte e poi ancora più forte, per farle capire che non siamo sole, che siamo l’una l’immagine speculare dell’altra e forse, se il mio pudore me lo permette, la bacerò.

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