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L'ultimo maledetto

di Valerio Valentini

Prefazione al romanzo: Il primo Dio di Emanuel Carnevali (D Editore 2018)

«McAlmon pubblicò il libro di Emanuel, che nessuno ricorda più, uno dei migliori esempi di un libro, un libro che è tutto di un uomo, un uomo giovane, superbamente vivo. Condannato. Quando penso a ciò che si pubblica e si legge e si loda e, regolarmente, si premia, mentre un libro così resta sepolto sotto un mucchio di cadaveri, giuro di non voler più avere successo, sono disgustato, tornano le vecchie tentazioni. Che cos’altro può fare un libro per un uomo?»

Così il poeta William Carlos Williams ricorda il suo amico e collega venuto “dall’altra parte dell’oceano”, Emanuel Carnevali, facendone un ritratto e parlando del suo romanzo autobiografico Il primo Dio come una cosa sola, inscindibile. Ma per poter analizzare l'opera di Emanuel Carnevali non si può prescindere dal contesto storico in cui l'autore si muove; ci troviamo nell’orbita del “modernismo americano” movimento che, nei primi due decenni del secolo scorso inventava letteralmente una nuova poesia e dava voce alle istanze rivoluzionarie che premevano con forza alle porte della *genteel tradition (tradizione cortese), ovvero un gruppo di letterati e gente di cultura aristocratica che avevano interesse a conferire al costume americano una maggiore scioltezza. In seguito, alla fine della prima guerra mondiale, il termine venne usato in senso dispregiativo, tanto che nuovi scrittori e gente di cultura si adoperarono per sovvertire disinteressarsi totalmente da tale associazione. Ebbe parte in tutto ciò anche Emanuel Carnevali, considerato il «poeta maledetto» dell’immigrazione italiana negli Stati Uniti, accostato spesso ad Arthur Rimbaud e Dino Campana ch vive una vicenda esistenziale, sin dall’inizio tormentata per poi emigrare allora sedicenne, (era il 1914) e raggiungere un continente sconosciuto, una lingua e una natura umana che scoprirà aliena e affascinante. , Ma partiamo dalla nascita e dall'infanzia, periodo che segnerà, a tutti gli effetti, la produzione letteraria di quello che viene considerato uno degli scrittori italiani più sottovalutati del novecento ma anche uno degli ultimi poeti “maledetti” americani. Manuel Federico Carlo Carnevali nasce a Firenze nel 1847 da Tullio Carnevali e Matilde Piano, che, quando lui venne al mondo, già risultavano separati. L’infanzia di Emanuel si contraddistingue per due gravi problemi; uno legato alla sua salute (evento che meglio farà capire il rapporto fra il poeta e la malattia) e che determina il trasferimento dello stesso, della madre e della zia, dalla città, alla campagna fiorentina che lasceranno lo stesso dopo pochi anni, in seguito alla morte del nonno materno che fino a quel momento aveva provveduto al loro mantenimento. Così Emanuel, sua madre e sua zia, si vedono costretti a lasciare la toscana per la regione piemonte, in seguito a Cossato, cittadina che, un tempo veniva definita la Manchester italiana, per via delle diverse fabbriche presenti. Trasferimenti e abbandoni segneranno le, già precarie, condizioni della madre che si aggrava anche a livello psichico e che comincerà ad abusare di morfina fino a morire di tetano:

Mia madre - ricorda Carnevali - è una stella fulgente nella mia memoria: una santa. Per 11 anni mi nutrii della sua miseria, della sua malattia e del suo dolore.Poi mia madre morì e dopo un anno vidi la faccia di mio padre, il quale mi mise subito in collegio…”

La zia Melania, che Emanuel evocherà più tardi in Tale one, tiene con sé il bambino e diventerà la sua confidente e la responsabile dell’educazione del suo spirito: «Fu lei a fare di me un poeta», scriverà Carnevali, nove anni dopo il trasferimento a Cossato. Emanuel resta a vivere prima con lei e in seguito con un padre brutale che non conosce, una figura che lo perseguiterà tutta la vita e che segnerà un forte impatto su quella che sarà, a tutti gli effetti la scrittura di Carnevali, in particolar modo ne: Il primo Dio. Un rapporto di amore e di tormento che è evidente in tutta la prima parte del romanzo autobiografico del poeta. Essenziale al fine della vita e della narrazione del poeta e dello scrittore Carnevali, il passaggio in cui lo stesso vince una borsa di studio al celebre collegio Marco Foscarini diVenezia. Qui trascorre quasi due anni ma, forse in seguito alla sua amicizia particolare con un collega, è rispedito a casa: «Nel convitto mi innamorai di un ragazzo più giovane di me di un anno […]. Quando lo tenevo per mano ero felice; quando gli camminavo a fianco, nell’ora di libertà, ero al settimo cielo […]. Alla fine i superiori si accorsero che c’era qualcosatra me e Giovanni […]. Fui espulso […] Importante è anche il rapporto, non del tuttp pacifico, con il critico letterario e narratore Adolfo Albertazzi, discepolo di Carducci. In questo rapporto forse c’è, in embrione, il ridestarsi degli interessi letterari di Carnevali. In seguito a questa espulsione e a un rapporto con il padre sempre più logoro Emanuel decide di partire a soli sedici anni per gli Stati Uniti. Carnevali comincia da emigrante la sua parabola intellettuale scontrandosi subito con la realtà di una metropoli ben diversa dai piccoli paesi di provincia in cui aveva vissuto fino a quel momento, ma anche e soprattutto dall’immaginario di quelle città così spaventose che molto spesso lui indica come il periodo “nero” della sua vita:

«Questa, dunque, era New York. Questa era la città, di cui avevamo tanto sognato e questi erano i favolosi grattacieli. Provai una delle più grandi delusioni di tutta la mia vita infelice. Quei famosi grattacieli altro non erano che enormi scatole che si ergevano davanti a noi, oppure di lato, terribilmente futili, spaventosamente poco importanti […]»

Egli cercò, nella maniera un po’ esuberante e a tratti totalmente narcisistica di attrarre su di sé l’attenzione dell’èlite culturale americana, alla quale fece sentire la sua voce di poeta di un altro mondo ma finendo con il desiderare di diventare altresì un poeta americano:

Voglio diventare un poeta americano perché, nella mia mente, ho ripudiato i modelli italiani di buona letteratura. Non mi piace Carducci, ancor meno D’Annunzio, degli autori americani ho letto, piuttosto bene, Poe, Whitman, Twain, Harte, London, Oppenheim e Waldo Frank. Credo nel verso libero. Mi sforzo di non essere un imitatore.”

Carnevali però, che si era sentito straniero in Italia, cova, in America, un ancor maggiore senso di estraneità che va ben oltre le motivazioni pratiche di un qualsiasi emigrante. Le sue sono ragioni di ordine estetico ed etico: la cultura americana non è, secondo Carnevali, onesta e vera, perché deriva da un’etica inumana e schiacciante. La realtà delle grandi città e della grande meccanizzazione ha ucciso la volontà, nel suo senso nicciano, ma soprattutto ha ucciso la vita vera. Ultima conseguenza di questo corollario tragico è l’inevitabile sofferenza del poeta che, non avendo più a disposizione la vita di cui scrivere è costretto a un’esistenza ancora più grama. Così, in seguito, bruciando le tappe, dopo una voracissima iniziazione letteraria da autodidatta e l’apprendimento del nuovo idioma attraverso la lettura d’insegne pubblicitarie e cartelli stradali, conosce e frequenta i maggiori poeti d’America, fra cui Ezra Pound, Willia Carlos Williams, Sherwood Anderson, Robert McAlmon. Essi apprezzano la novità di quella sua scrittura che è insieme la lingua dell'esilio e la sua nuova “identità” e si lasciano provocare per tre anni dall’esplosione di entusiasmo e ira del giovane straniero che diventerà per un breve intervallo di tempo, “la disturbatrice cometa” delle lettere americane. Di lui tutti ricordavano il suo modo imperioso e narcisistico, la sua necessità di farsi sentire, il grido alla Rimbaud: pronto a perdersi e soccombere pur di non rinunciare alla sua estetica. Il dorato e vivace mondo che ruotava attorno alle Little Magazines di New York e Chicago e ai nuovi “ismi” del modernismo letterario e che, pur denunciando la crudeltà della realtà metropolitana, non poteva certo viverne al di fuori, si imbatte in colui che per Williams diventerà: «il poeta nero, l’uomo vuoto, la New York che non esiste».

Emanuel non cede a questa tentazione, non ha l’indole del compromesso, e rimane solo, solo con la sua illusione di importanza della genuinità e verità nelle espressioni. Sono, le sue, parole che si basano su un’osservazione diretta della realtà. Emanuel non ha filtri, non si rifà a consuetudini, a tradizioni: la sua poesia è limpida, la prosa essenziale, la sua narrazione è vissuta parola dopo parola. I suoi testi esprimono la consapevolezza che i luoghi comuni della vita, della propria storia, per quanto essa sia piccola e irrisolta, possano contenere un sogno, un ideale, visioni di salvezza. Su questo si basa la fiducia nell’espressione artistica. Carnevali è efficace nell’indicare la necessità di una via d’uscita ma non nell’indicare quale essa sia, quale sia quella percorribile. Dopo aver chiuso le sue pagine si ha infatti l’impressione di un’ardente ma radicale incompiutezza: il sogno è appena sfiorato, il talento rimane una promessa, il coraggio senza obiettivo sicuro. Quando nel 1922 si ammalò di encefalite letargica (infiammazione dell’encefalo da virus sconosciuto: allora era una malattia pandemica e mortale al 40%, oggi è quasi del tutto scomparsa), tornò in Italia e cominciò a girare per sanatori. Non guarì. È lì che cominciò a scrivere: “Il primo Dio” esprimendo parte autobiografica della sua vita, dura cruda, una narrazione senza mezzi termini alternata a passi di una poetica potente ma allo stesso tempo dolce, una forma allucinata, e, come lo stesso poeta ammetterà, folle, malata di una «malattia enorme, primordiale» che avanzava in lui «con un remoto e graduale crescendo di suoni e di una religiosità legata al campo dello sforzo umano, Pur avendo una posizione religiosa ferma e ammettendo di non credere in Dio ma credere in Cristo in quanto persona, essere umano.

«Non ho mai creduto in Dio, nemmeno da bambino, e quando pronuncio la parola “Dio”, si tratta solamente di un simbolo sentimentale. In un modo o nell’altro Dio non ha trovato posto nel mio spirito»

Carnevali non l’abolisce mai, bensì l’affianca alla fiducia nell’animo umano. Non è Dio, per quanto grande e immenso ad essere male per il poeta, ma tutta la divinità che lo circonda, e che ha danneggiato la stessa, soprattutto la figura di Cristo. Per questo Carnevali afferma di credere «in tutte le distorte e strane e disperate tracce di divinità che i giovani, al loro passare, lasciano nel mondo» A un certo punto è lo stesso uomo a farsi Dio per Carnevali, perché il poeta è il figlio di Dio. Ecco come si esprime:

«Ora credevo fermamente di essere l’Unico Dio. Ma nessun dio fu mai più umile di me, nessun dio face mai sbagli peggiori, nessun dio fu mai così brutto come me. Nessun Dio mi aveva mai soddisfatto come questo dio improvvisamente concepito, e nessun dio mai scaturì tanto spontaneamente alla vita, e nessun dio desiderò mai con tanta passione i colori del mondo. […] Urlavo a squarciagola la mia pazzesca formula della divinità, ripetendo che io ero, per me stesso e per tutti gli uomini, il Primo Dio, l’Unico Dio»

Con il romanzo Il primo Dio, Carnevali fa rivivere New York e Chicago al loro massimo splendore: quel riverbero che va sotto il nome di “mito americano” e che Carnevali traduce in disincanto, ben prima che tanta letteratura se ne occupasse.

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