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La zanzara



Di Eva Luna Mascolino

Se osservato senza occhiali, il giardino di Villa dei Leoni era per Youness Elmahi una chiazza indistinta di colore verde e giallo, attorno alla quale zampettava ogni specie di insetti: calabroni, formiche, cavallette, farfalle, scarabei e perfino lucertole, fra i rettili di piccola taglia.

Prima del suo trasferimento vicino ai boschi, Youness Elmahi aveva ristrutturato l’edificio da cima a fondo: la pavimentazione esterna era stata smantellata e rimpiazzata con mattonelle nuove, la porta della cucina era stata riverniciata e il davanzale supportato da una lastra di marmo, affinché non arrugginisse via via che vi si poggiavano sopra pentole e vettovaglie. Un imbianchino, inoltre, si era occupato delle colonne del terrazzo e un nipote di quest’ultimo aveva montato al suo posto la veneziana e i lampadari che durante l’inverno erano stati messi via.

Per ultimo, aveva predisposto che venisse cambiata la serratura di ogni uscio, che fosse data una ripulita al pozzo dal quale attingere l’acqua e che un giardiniere potasse i cespugli e i rami lasciati fiorire in libertà nel corso della primavera.

La meticolosità con cui stava amministrando Villa dei Leoni era una sorta di eredità incorporea di linea paterna, intercettata dopo che il genitore era morto a seguito di un incidente stradale, tre anni prima.

Sua madre non aveva resistito neanche a una settimana di vedovanza ed era impazzita di dolore già durante il funerale del marito, costringendo Youness Elmahi ad accompagnarla in una casa di riposo, dove sarebbe stata tenuta d’occhio e sedata all’occorrenza.

Fatta eccezione per il trauma legato al decesso e per una smorfia involontaria che le deformava i lineamenti fino a farla sembrare una maschera carnevalesca, sua madre si manteneva in salute ed era ancora una piacevole compagna di conversazione: quando il figlio le faceva visita smetteva di colorare e lo accoglieva a braccia aperte, arrendendosi raramente alla disperazione e nominando la buonanima solo quando la menzione era funzionale a qualche raccomandazione.

Tuo padre non avrebbe mai voluto che Villa dei Leoni cadesse nelle mani sbagliate, andava ripetendo. Prenditene cura.

Youness Elmahi lo faceva eccome, ma per tre anni dal lutto familiare si rifiutò di andarci personalmente, sebbene la madre non lo avesse neppure sospettato.

Il problema consisteva nel fatto che avere a che fare con Villa dei Leoni risvegliava in lui una serie di pulsioni legate a doppio filo con la morte del padre, dal momento che l’automobilista che lo aveva investito in pieno giorno, mentre l’uomo stava attraversando la strada a un incrocio, era stato dichiarato ubriaco dalle forze dell’ordine ma, a seguito di un processo piuttosto sommario, condannato a soli sei mesi di carcere, dopo i quali aveva ben pensato di festeggiare la ritrovata libertà acquistando una nuova casa. Benché non sapesse di Villa dei Leoni né dei relativi proprietari, aveva scelto di comprare un contado che si trovava all’ingresso del medesimo complesso presso cui la famiglia Elmahi trascorreva da una vita le vacanze. A quel punto, Youness Elmahi cominciò a imbattersi nel nuovo padrone di casa alle prese con i muratori tutte le volte in cui si trovava nei pressi della villa e, risoluto a non sottostare a una tale beffa del destino, si ripromise allora di ritornarci solo quando fosse riuscito a placare certi impulsi intestini.

Dovette ricorrere il terzo anniversario dalla perdita del padre affinché in Youness Elmahi si risvegliasse una pastosa nostalgia di quel luogo. Alla sua memoria riaffiorarono i pomeriggi da adolescente durante i quali si arrampicava sulle querce, le sere trascorse tra feste forsennate, le mattine arse di agosto e l’aria imperturbabile che a tratti sbriciolavano i pochi merli appostati dietro il muretto di terracotta.

L’immobile era la scatola della sua giovinezza, si diceva Youness Elmahi, e se era stato costretto a costeggiare il contado dell’assassino del padre pur di dare nuovo lustro alla villetta, tanto peggio: avrebbe rispettato le condizioni.

Il restauro e le pulizie erano state le primissime faccende cui aveva fatto fronte a quel punto.

Risoluto a soffermarsi lì per l’intera estate, aveva poi stilato una lunga lista di alimenti e prodotti da portare con sé – olio, sale, detersivi, dentifrici, spezie, acqua, piatti di plastica, carne surgelata, riso eccetera –, aveva caricato i pacchi della spesa in auto e aveva portato tutto a destinazione, lasciando le buste in soggiorno. Subito dopo, con un altro viaggio dalla città al complesso di villette nei pressi dell’autostrada, si era attrezzato di tovaglie, asciugamani, lenzuola, cinture, accappatoi, batterie per gli orologi, phon, scarpe, biancheria intima e camicie.

Aveva dedicato il resto della giornata a spolverare le mensole, lavare per terra e riordinare ogni cosa, finché a sera inoltrata non era passato alla questione disinfestazione.

Come sempre, infatti, la fauna del giardino si spingeva coraggiosamente oltre i gradini della veranda, allargando il proprio spazio vitale fin dentro casa. Youness Elmahi non riusciva a soffrire la presenza di animali nelle proprie stanze ed era soggetto a una fastidiosa allergia alle punture di insetto che gli procurava irritazioni, prurito e stordimento fisico. Pertanto, con l’avvicinarsi di luglio, la famiglia era solita installare ogni anno una zanzariera alle finestre e si premuniva con spray repellenti dall’azione di api, vespe, zanzare e cugine di secondo grado.

La prima sera delle proprie vacanze fuori porta, allora, Youness Elmahi aveva disinfestato le aiuole e la veranda come avrebbe fatto la buonanima del padre, riservandosi gli interni per l’indomani mattina. Aveva posizionato solo le zanzariere a incastro con gli infissi, dopodiché si era fatto una rapida doccia, aveva cenato con un paio di sandwich e si era coricato.

A quel punto, rigirandosi fra le lenzuola per via di una strana insonnia, aveva voluto assicurarsi che la bombola a gas fosse chiusa, le luci tutte spente e il cancello chiuso a chiave. Quando si era accertato che ogni cosa fosse in ordine, si era rimesso a letto e aveva provato ad addormentarsi, senza tuttavia riuscirci nemmeno stavolta.

Considerò che a disturbarlo era forse l’abat‒jour, a cui in città non era abituato, pertanto la spense e chiuse gli occhi nel terzo tentativo di riposare. Nel giro di qualche minuto, tuttavia, si ritrovò nuovamente con le palpebre spalancate e la mente vigile, quasi che un dettaglio all’apparenza invisibile lo tormentasse inconsciamente.

Spazientito, si mise in ascolto.

Dalla cucina proveniva il solito mormorio del frigorifero, oltre al fatto che pure la caldaia si lamentava sonoramente di quando in quando. Per il resto, però, era tutto nella norma: il motore dell’acqua taceva, la televisione era spenta e la presa dello stereo staccata.

Youness Elmahi si decise con rassegnazione a risolvere un cruciverba per ingannare la noia e stabilì che avrebbe interrotto la propria attività al minimo accenno di sonnolenza. Dopotutto, non vedeva altre soluzioni a quell’irrequietezza inconsueta e inevitabile.

Inforcò gli occhiali e impugnò la penna nera che teneva sempre sul comodino. Sfogliando il periodico, notò una griglia che non era stata ancora cominciata e si mise all’opera con grande zelo. Inserì in bella grafia tre o quattro parole in orizzontale, sbadigliò, prese a leggere la settima definizione verticale e in quella si fermò, tendendo le orecchie.

Dopo una trentina di secondi trascorsi nell’immobilità, dovette riconoscere di non essersi sbagliato: in casa, ormai chissà da quante ore, c’era davvero un intruso.

Appoggiò sul materasso penna e giornale e si alzò con cautela, riducendo il più possibile i rumori. Si avvicinò alla parete a cui era appoggiato lo schienale del letto e frugò con lo sguardo in su e in giù, a destra e a sinistra, al centro e lateralmente.

Finalmente, la trovò.

Una zanzara grossa quanto un’unghia e sprovveduta come tutte le proprie simili stava ronzando sopra l’abat‒jour ancora calda.

Youness Elmahi, incerto sul da farsi, pensò dapprima di spostarsi nella stanza degli ospiti fino all’indomani, chiudendo a chiave la porta dietro di sé affinché la zanzara non lo seguisse. Quando, tuttavia, si accorse conto di avere imperdonabilmente incastrato male la zanzariera alla finestra della propria camera, si rassegnò: durante il giorno dovevano essere entrate altre zanzare e ormai rifugiarsi altrove non sarebbe servito a niente. Urgevano una disinfestazione alle prime luci dell’alba e una buona dose di pazienza fino a quell’ora, niente di più.

Se avesse avuto un’indole diversa, Youness Elmahi si sarebbe forse sbarazzato della zanzara schiacciandola con un qualunque oggetto in suo possesso. Essendo, invece, di un animalista convinto, che al massimo faceva ricorso a misure preventive pur di evitare il contatto diretto con mostriciattoli alati, Youness Elmahi preferì accettare la situazione per com’era, anche a costo di essere punto e di dovere ricorrere a pomate e antistaminici per di riprendersi dai malesseri.

Presa questa decisione, spostò penna, rivista e occhiali sul comodino, si infilò sotto le lenzuola e si abbandonò alla stanchezza, dimenticando perfino che in una delle villette del complesso si stava assopendo anche l’omicida del padre.

Quando riaprì gli occhi, il sole era sorto già da un pezzo.

Preoccupato di avere dormito più del previsto, balzò in piedi e spalancò le persiane, poi si diresse in fretta in cucina per controllare l’ora e per cucinare una colazione veloce. Nel frattempo, realizzò di aver dormito di sasso fino a poco prima e se ne meravigliò, tanto più che gli erano tornati in mente il ronzio della zanzara avvistata in camera da letto e il timore di essere punto nel sonno.

Per scrupolo, verificò quindi di non avere la pelle arrossata e i suoi accertamenti non lo fecero imbattere effettivamente in alcuna puntura. Rimase piuttosto sorpreso e si affrettò a mangiare un uovo strapazzato, perché di lì a poco gli sarebbe toccato sistemare la zanzariera rimasta fuori posto e disinfestare l’interno della villa.

La procedura fu semplice e veloce: nel giro di un’ora e mezza porte e persiane vennero spalancate nuovamente, ormai immuni dalla presenza di ospiti indesiderati.

Solo quando ritornò presso il proprio capezzale per cambiarsi e riordinare la camera, Youness Elmahi notò una chiazza rossa sul guanciale e constatò con orrore di avere schiacciato la zanzara involontariamente mentre dormiva.

Disgustato da sé stesso, si girò e rigirò il cuscino fra le mani, tirando via la fodera e domandandosi se il povero animale avesse avuto qualche possibilità di scamparla. Sebbene una parte di sé volesse crederlo, Youness Elmahi sapeva che sarebbe stato pressoché fantascientifico e tentò di rassegnarsi all’idea del misfatto compiuto.

Si diresse in veranda per prendere una boccata d’aria, ma non sentì spirare nemmeno un alito di vento.

Tanto più ripensava a quell’unico esemplare che aveva abbattuto, tanto più si stizziva. Non riuscendo a costruirsi un alibi neppure volendolo, iniziò ad aggirarsi lungo le diagonali della veranda e a sbuffare col naso.

Sperò squillasse il telefono, con il desiderio di ascoltare una qualunque voce amica scagionarlo con una risata – di propria iniziativa non avrebbe composto nessun numero, perché questo avrebbe significato volere cercare un conforto immeritato da parte di terzi –, ma il telefono rimase muto fino a mezzogiorno.

Nel frattempo, Youness Elmahi spazzò via il fogliame dal terrazzo e dal terriccio, annaffiò alcuni arbusti e versò in una ciotola dei croccantini per i gatti randagi che andavano a trovare i proprietari delle villette giornalmente. Con un paio di quei felini Youness Elmahi aveva stretto un’amicizia decennale, tant’è che aveva chiamato uno di loro Abramo e due dei suoi mici Isacco e Giacobbe. Fra i due Giacobbe era il più pestifero, Isacco il più incline assetato.

Trascorse una decina di minuti in loro compagnia, dopodiché si piazzò ai fornelli prima del solito pur di non rimanere vittima delle proprie preoccupazioni. Già da ore, infatti, si sentiva assillare da un ronzio fittizio, forse riconducibile al proprio senso di colpa e che, dunque, si stava sforzando di ignorare.

Preparò un risotto ai funghi e della carne alla brace che gustò con sincera soddisfazione, bevve d’un fiato due bicchieri di vino rosso e poi lavò i piatti smanioso, determinato a concedersi una dormita finché ci fosse riuscito.

Andò in camera da letto intorno alle quattordici e chiuse la porta a chiave dall’interno, come a volersi rifugiare in quei pochi metri quadrati di certezze mentali. Rivolse una preghiera di perdono alla zanzara che aveva privato della vita e, nonostante non fosse un credente, ebbe la sensazione che le sue parole fossero giunte a destinazione senza indugio, forse per via telepatica o forse grazie a una vera e propria intercessione divina.

Incoraggiato da questa sensazione e placato nell’ossessione interiore che fino a quell’istante non gli aveva concesso tregua, giurò a sé stesso che da quel momento sarebbe stato più prudente e che non sarebbe stato responsabile di nessun altro incidente, in stato di veglia o di incoscienza che fosse.

La precauzione sacerdotale, comunque, non sortì l’effetto desiderato.

Youness Elmahi aveva appena cominciato a russare che un brusio lo fece ridestare.

Girandosi dall’altro lato, ebbe l’impressione di avere schiacciato con un violento crack! qualcosa contro il proprio bacino e, sobbalzando, si trovò circondato da chiazze di sangue sul letto, sul pavimento, sui mobili e sulle pareti.

Un rumore sempre più insistente gli disturbava il respiro e lo portò a menare le braccia nel vuoto, come a volere scacciare tre, sette, dodici, diciotto insetti in una sola volta. Trattenendo a stento le lacrime, Youness Elmahi si alzò e corse verso la porta, che però era ancora serrata. La chiave stava dentro a un cassetto orlato di rosso cui, naturalmente, non osò avvicinarsi.

Fece per coricarsi, autoconvincendosi di essere sotto l’effetto del vino rosso, quando nuovi insetti parvero sbucare dalla finestra, da dietro i pilastri, da sotto il materasso.

Non riusciva a vederli da nessuna parte, eppure ne percepiva il battito d’ali e il frusciare assordante. Sembravano soffiare contro tre diversi amplificatori, motivo per cui Youness Elmahi si mise in ginocchio sul capezzale e urlò forsennatamente contro di loro fino a quando, nel tentativo di allontanarli, non cadde all’indietro, scivolando dal letto e sbattendo la testa per terra.

Proprio allora il telefono si mise a squillare.

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