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Mele marce

Aggiornato il: feb 27

di Matteo Parmigiani

Non avevamo una vera ragione per farlo. Eravamo solo alla disperata ricerca di un diversivo per ammazzare il tempo, come sempre durante le vacanze. Agosto poi era il mese peggiore: lungo, noioso e pieno d’afa. Bastavano pochi passi in strada perché il caldo soffocante ti appiccicasse i vestiti alla pelle.

Rafo a quel tempo era il mio unico amico. L’avevano soprannominato così per comodità; Raffaello suonava un po’ troppo altolocato, soprattutto per un piccolo paesino sperso nella pianura padana, dove la gente a malapena parlava italiano. Era più grande di me ma l’avevano bocciato e quindi avevamo passato il terzo anno d’istituto tecnico in classe insieme. Compagni di banco e di cella, come diceva sempre. Era anche l’unico, oltre a me, a non essere partito per le vacanze estive. Il padre diceva d’essere un muratore ma in realtà era solo un disoccupato a cui piaceva alzare il gomito. La madre invece era scappata di casa qualche anno prima lasciando marito e figlio soli, a marcire lì in paese. Non si trovavano certo nelle condizioni di fare vacanze. Mio padre invece era operaio alla centrale elettrica e gli avevano rifilato le ferie a settembre. Così ci trovammo soli e intrappolati. Di tanto in tanto scendevamo al fiume a fare il bagno, ma alla lunga anche quell’attività risultò noiosa.

Fu Rafo a darmi l’idea. Era tarda mattinata, di un lunedì credo, stavamo stravaccati sui gradini in marmo che dalla piazza portano al sagrato della chiesa quando lo vedemmo passare: il carro della frutta. Un vecchio trabiccolo trascinato da un mulo, che ogni due giorni faceva il giro dei paesi. Il proprietario lo caricava sempre al limite del possibile e girava conducendo l’animale a mano e strillando per richiamare l’attenzione delle casalinghe. Anche quel giorno il carro era stracolmo: casse di meloni, sacchi di legumi, limoni, banane e ceste di mele. Rafo mi urtò il gomito e lo indicò con un cenno. Non ci perdemmo in chiacchiere. Stava sfilando davanti a noi quando saltammo in piedi e ci avviamo a passo svelto. Lo raggiungemmo fischiettando con le mani in tasca come due che passano per caso. Rafo era più leggero di me; aumentò il passo e dandosi una spinta, ci saltò sopra. Il fruttivendolo sentì dei rumori e si voltò. Dal fondo del carro gli sorrisi mentre Rafo si nascondeva tra le ceste.

«Vuoi compare qualcosa?» mi gridò l’uomo, fermando mulo e carro.

«No», risposi.

«Allora allontanati.»

Alzai le mani al cielo in segno di scuse e mi distanziai di qualche metro. Il carro riprese a camminare e, tenendomi sempre a qualche metro di distanza, ricominciai a seguirlo. Dalle ceste cominciarono a volare mele e banane. Cadevano sulla strada mentre il carro avanzava. Io dietro le raccoglievo. Poi volò un sacco di iuta; quello che ci voleva. Raccolsi il sacco e cominciai a infilarci tutta la frutta che raccattavo. Vedevo le braccia comparire tra le ceste e lanciare roba. Un melone volò a pochi centimetri da me, non riuscii a prenderlo e si sfracellò a terra. Una mela, lanciata alla cieca, per poco non mi colpì in pieno viso mentre zigzagavo per raccogliere ogni frutto gettato dal carro che avanzava imperterrito. Poi tutto si fermò di colpo. Una donna aveva avvicinato il fruttivendolo e stava trattando sul prezzo di due angurie. Mi nascosi dietro l’angolo di una casa a osservarli. L’uomo lasciò le briglie del mulo e andò dietro al carro a prendere le angurie. Lo vidi immobile per qualche istante a osservare il carico. Probabilmente si stava domandando se il carico fosse stato sempre così misero. Lei lo raggiunse e lo sollecitò. Il fruttivendolo prese le due angurie, le pose in un sacco e le diede alla donna che se le caricò in spalla e si avviò verso casa. L’uomo tornò dal mulo e il carro ripartì. Sbucai dall’angolo dove mi ero riparato e ricominciai a seguirlo. La frutta riprese a volare sulla strada dopo qualche secondo. Continuavo a raccogliere ogni cosa che Rafo lanciava così il sacco cominciò a farsi pesante. Decisi di caricarlo in spalla ma dovevo continuamente fermarmi e riporlo a terra per aprirlo. Pensai che potesse essere abbastanza; dopotutto il bottino che avevamo sarebbe bastato per mesi. Rafo invece non ne voleva sapere di smettere, continuava a lanciare frutta. «Rafo, basta!», provai a gridare. Nulla. Il rumore delle ruote sulla strada copriva la mia voce. Un casco di quattro banane venne lanciato in aria, fece una parabola e cadde colpendomi una spalla, prima di finire a terra.

«Rafo!», gridai più forte. Il fruttivendolo si voltò di scatto e vide un braccio sbucare tra le ceste e scaraventare una mela al cielo. «Chi c’è lì?», urlò fermando il carro. Rafo non rispose. Rimasi immobile anche io, col cuore in gola. «Vieni fuori, brut cancher!», intimò l’uomo sfilando un bastone da un cassetto nella parte davanti del carro. «È armato!», gridai quando lo vidi. Rafo saltò in piedi e l’uomo cercò di colpirlo mancandolo di pochi millimetri. Sentii il bastone fischiare nell’aria. Rafo scagliò con forza un’arancia contro il mulo colpendolo sulla natica destra. Questi si mise a ragliare e scattò in avanti e di lato facendo ballare tutto il carico. Il fruttivendolo, di fianco al mulo, venne sbalzato a terra e Rafo si gettò in strada trascinando gran parte delle ceste che si rovesciarono. «Via!» gridò, correndo nella mia direzione. Il fruttivendolo si alzò e vedendo la sua merce per strada cominciò a bestemmiare nella nostra direzione. In preda alla rabbia scagliò il bastone che mi mancò per pochi millimetri colpendo il muro alle mie spalle. Mi voltai e cominciai a correre anche io trascinandomi il sacco. «Lascialo perdere e corri», esclamò Rafo superandomi. Non volendo darla vinta al fruttivendolo, che nel frattempo si era messo a rincorrerci, mi caricai il sacco sulle spalle e, tenendolo con le mani, cominciai a correre fino a farmi scoppiare i polmoni.

Ci dividemmo e io presi i campi verso il fiume. Il fruttivendolo seguì me. Correndo col sacco in spalla lo sentivo imprecare e ansimare. Fosse stato qualche anno più giovane mi avrebbe facilmente raggiunto. Mi inoltrai nella boscaglia che divideva la riva del fiume dai campi coltivati. L’uomo decise che non ne valeva la pena di inseguirmi fino a lì, si fermò, bestemmiò e tornò indietro. Non sentendomelo più alle calcagna mi arrestai per riprendere fiato. Scesi fino alla riva e mi sciacquai la faccia nell’acqua fredda. Ci misi un po’ a rallentare il respiro. Mi sedetti poggiando la schiena al tronco di un grosso cipresso. Presi una mela dal sacco e l’addentai. Era amarognola e acquosa, probabilmente ancora acerba. La gettai nel fiume e mi misi a scavare una buca ai piedi del grosso albero. Presi il sacco e lo coprii con della terra e dei sassi, poi mi avviai verso il paese. Imboccai la strada principale che portava alla piazza. Rividi quel maledetto ortolano intento a discutere animatamente con due carabinieri e un terzo uomo che non conoscevo. Loro non si accorsero di me e, velocemente, mi nascosi riparandomi dietro al muro di una casa. Mi aveva visto in faccia e mi stava sicuramente descrivendo alle guardie. Lanciai un’altra occhiata, lui, ancora più concitato, gesticolava come un matto. Non ero più al sicuro: mi avrebbero preso. Percorsi la strada in senso opposto e raggiunsi una cascina che io e Rafo usavamo come nascondiglio, soprattutto per fumare di nascosto. Era fuori dal paese e nessuno ci avrebbe scoperto. Entrai nel fienile e mi arrampicai sui covoni. Ero quasi in cima quando una mano mi afferrò e mi trascinò in alto. «Mi sa che stavolta siamo nella merda», mi disse Rafo.

«Ho visto i carabinieri in Paese.»

«Cazzo!» «Già. Fottuto fruttivendolo.»

«Non possiamo uscire allo scoperto. Dobbiamo stare rintanati per un po’.»

Lo fissai e annuii. Lui sapeva sempre quale fosse la cosa migliore da fare. Passammo la notte nel fienile. All’inizio fu divertente; scherzavamo e ricordavamo vecchie storie. Presto però la fame e la stanchezza si fecero sentire. Diventammo nervosi e irascibili. La sua voce cominciò a irritarmi e decisi di dormire. Il giorno dopo ci svegliammo e senza dirci nulla e ci avviammo verso il Paese. Non ci parlammo per tutto il tragitto. Ci limitammo a un breve cenno di saluto quando ci dividemmo. Poi, ognuno prese la propria strada. Appena misi piede in casa mia madre si mise a strillare. Aveva passato la notte in apprensione non vedendomi tornare. La punizione fu un giorno di reclusione in camera mia. Ero talmente stanco che appena toccai il letto mi addormentai.

Mi svegliai nel tardo pomeriggio e scesi per la cena. A tavola nessuno disse una parola; la tensione era palpabile e io mi limitavo ad alzare di tanto in tanto gli occhi dal piatto incrociando lo sguardo severo di mio padre. Finita la cena tornai in camera. Restai nascosto in casa per tre giorni attendendo che la situazione si acquietasse. Uscii il venerdì di buon mattino e m’incamminai verso il fiume. Raggiunsi il cipresso e trovai la buca dissotterrata: il sacco era stracciato, la frutta sparsa tutta intorno e invasa dai vermi. Presi una mela e la guardai: aveva la buccia raggrinzita e cominciava a diventare nerastra. La lanciai nel fiume. Cercai tra gli altri frutti ma non c’era nulla che si fosse salvato. Mi alzai e mi avviai verso il paese.

Mi rimanevano poco più di quattro settimane e dovevo inventarmi qualche cosa di nuovo per imbrogliare il tempo, ma ero certo che ce l’avrei fatta. In fondo l'estate sarebbe finita, prima o poi.

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