• Reader for Blind

Pilone


di Nicola Olla

A quest'ora della notte la statale è buia e sgombra dalle altre macchine. Gli abbaglianti illuminano l'asfalto con fasci di luce bianca, i catarifrangenti arancioni appaiono dal buio come centinaia di occhi felini, mentre la striscia tratteggiata al centro della carreggiata è una lunga mitragliata a salve che appare e scompare, appare e scompare, appare e scompare.

Il mio umore è quello che è dopo una serata passata a compatirmi in compagnia di un amico depresso quanto me e molte birre. I pensieri mi occupano la testa senza lasciarmi un attimo di pace, come se avessero paura di essere dimenticati. Ma non sono pensieri che si possano dimenticare.

Stavo così bene fino a qualche mese fa, prima di conoscere Fata, prima di trovarla così intelligente, così bella, così simpatica, così attraente…

Vivo con Paola da quasi otto anni, stiamo insieme da una vita e siamo sempre stati felici. Credo di averla amata per otto anni. O quasi. Chi non ha mai avuto dei periodi di crisi? Arrivano per tutti, basta farli passare, cedere a un piccolo compromesso e avanzare di un passo verso la maturità del rapporto di coppia. Verso una vita stabile. Anche se non avevamo più la passione di un tempo, avevamo un quotidiano appagante, sereno, senza troppi scossoni e con la giusta dose di svago. La macchina, la casa, i fine settimana fuori, le cene nei locali aperti da poco, gli aperitivi con gli amici. E il sesso? Non troppo frequente, ma molto soddisfacente. Serve altro? Forse un figlio, ma quello abbiamo sempre detto che prima o poi arriverà. Invece è arrivata Fata.

Come spiegare quello che è successo? Una bomba. Bellissima e devastante. Ho perso la testa nell'esplosione. Il mondo intorno è diventato noioso e insignificante al suo cospetto, inadeguato alla luce che emana. Quando mi sono accorto che anche lei provava qualcosa per me quell'esplosione si è propagata amplificando la sua potenza, sgretolando la vita come la conoscevo.

Non vuole un'avventura, dice che ne ha avuto abbastanza di uomini che si approfittano di lei. E ora se la voglio non mi posso nascondere, se mi tirassi indietro mi disprezzerebbe. Eppure, non posso rinunciare a lei, ne ho un bisogno fisico, l'ho abbracciata ed è come se da quell'abbraccio non ci fossimo mai sciolti. Quando dormo abita i miei sogni, quando mi sveglio abita la mia testa.

Ma c'è anche Paola: come faccio a lasciarla? Siamo stati insieme per una vita, non sono nemmeno sicuro di essere capace di cavarmela senza di lei. E la farei soffrire. La farei soffrire tanto. Mi odierebbe, penserebbe che sono uno stronzo e che in tutti questi anni non l'ho mai amata. Ma non è vero. È solo adesso che non la amo più, non posso. Non posso più amarla.

E adesso il mio umore è quello che è, mentre percorro la statale a una velocità troppo alta, con un tasso alcolico troppo alto e con lo stereo ad alto volume ma non troppo, perché la musica non è mai troppo alta. Continuo a pensare a quello che dovrei fare e sono così assorto che se qualcuno mi vedesse dall'esterno potrebbe pensare che stia risolvendo chissà quali enigmi, invece i miei pensieri non vanno da nessuna parte, fanno lo stesso giro da giorni e non risolvono nulla.

Sono paralizzato dall'indecisione.

Forse è proprio a causa del mio umore di questa sera, che è quello che è, che mi sembra d'intravedere una soluzione. La soluzione è un pilone. Lo vedo da lontano, illuminato dai fari nella sua austerità di cemento armato, duro e immobile come una roccia, e da quel momento il tempo sembra rallentare. La macchina continua la corsa alla stessa velocità, ma la mitragliata della linea di mezzeria rallenta così tanto che sembra di procedere a passo d'uomo. Guardo il pilone e sento i pensieri fluire più lucidi e indirizzarsi compatti vero una decisione: mi ci devo schiantare.

Mentre la macchina lo punta a una velocità sufficiente per accartocciarsi e diventare una tomba di metallo, nella mia testa il tempo continua a rallentare. Vedo il pilone e vedo le lamiere avvolgerlo come in un abbraccio, vedo un mazzo di fiori bianchi, ne sento il profumo misto alla puzza di fertilizzante chimico, vedo una bara caricata su un carro funebre e portata in chiesa (non lo fate, vi prego, sono ateo!), vedo Paola piangere sconsolata e pensare di aver perso l'uomo migliore del mondo, vedo Fata tentare di nascondere con enormi occhiali da sole, neri come il lutto, le lacrime calde che le scorrono sulle guance e pensare di aver perso l'uomo della sua vita. Sento l'amore di entrambe, forse scaturito dalla tristezza, amplificato dal senso di perdita, sublimato dallo stereotipo romantico della donna inconsolabile ma comunque amore vero, quello che forse Paola non provava più e che Fata, dopo l'infatuazione iniziale, non avrebbe mai provato. Vedo tutto questo e vedo avvicinarsi l'oggetto che lo permetterà.

È grazie al pilone che verrò amato. È grazie a lui che non dovrò fare una scelta. Lo guardo e lo ringrazio. Quasi lo amo. La luce dei fari ora è più vicina e dalla nuova angolazione sembra che il cemento armato risplenda di luce propria, illuminato dall'interno come un Cristo benedicente in un quadro del Seicento. Sono in estasi davanti a lui, è così liberatorio sapere che risolverà tutti i miei problemi che mi sembra persino bello.

Bello come un pilone.

Dovrebbe diventare un modo di dire, un complimento da fare alle ragazze: sei bella come un pilone di cemento armato. Qualcuno dovrebbe scriverci una poesia.

Premo ancora sull'acceleratore, inclino il volante verso destra e la macchina comincia ad avvicinarsi al ciglio della strada, allontanandosi dalla linea centrale che ora ricomincia a mitragliare più veloce, lasciando sempre meno tempo tra me e il pilone, meno tempo ai miei pensieri di scorrere, meno tempo alla mia vita che diventa più corta. Forse, a causa dell'adrenalina che mi scorre copiosa nelle vene, anche i miei pensieri accelerano, acquistano velocità che diventa frenesia quando i due pneumatici di destra oltrepassano il ciglio della strada e cominciano a calpestare l'erba umida di rugiada. Il mio cervello è attraversato da puri impulsi elettrici che viaggiano fulminei e si riducono a scarni concetti: il pilone, lo schianto, il parabrezza in frantumi, il sangue, il dolore, la morte, la mancanza di Fata, la fine di tutto, la mancanza di Fata, il paradiso che non esiste, la mancanza di Fata, l'inferno che non esiste, la mancanza di Fata, la mancanza di Fata, la mancanza di Fata. Niente. Non avrò più niente. Non la bacerò, non la toccherò, non le parlerò mai più. Sarò salvo dal suo disprezzo e dall'odio di Paola, ma non avrò più niente dalla vita, morirò da accidioso. Il pilone è vicino, le ruote slittano, la macchina sbanda ed è un attimo capire che non voglio più morire, voglio solo le labbra di Fata. Giro il volante ma la sterzata è troppo brusca, sento la macchina che non risponde e mentre faccio un testacoda mi chiedo come facciano i piloti di rally a non finire fuori strada. Prima di avere un aspetto, l'ospedale è un dolore. Apro gli occhi e vedo Paola.

«Ti devo lasciare», le dico.


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