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Sussex Gardens

Aggiornato il: 6 giorni fa

Nell'aprile del 2019 esce per Battaglia Edizioni "I racconti di Rainwater Pond" di Billy Roche, una raccolta di tredici racconti potentissimi ambientati intorno allo stagno di Rainwater, nel sudest dell’Irlanda. Attraverso le vicende dei personaggi, l'autore racconta la quotidiana semplicità della vita che si svolge in cottage sparsi nei campi o in un piccolo villaggio che «è niente più che un accumulo di case tra il verde dei pascoli e la città di Waterford».

Autore: Billy Roche

Titolo: I racconti di Rainwater Pond (Tales from Rainwater Pond)

Editore: Battaglia Edizioni

Traduzione di: Beatrice Masi

Progetto grafico: Giulia Tudori

Data di pubblicazione: 18 aprile 2019

Prezzo di copertina: 17,00€

Link diretto: https://www.battagliaedizioni.com/libro/i-racconti-di-rainwater-pond/


Oggi, per gentile concessione dell'editore, condividiamo con voi uno di questi racconti, dal titolo "Sussex Gardens".


Questa mattina mi sono svegliato con gli occhi stanchi e incrostati e – indovinate un po’? – un altro rumore si è aggiunto al chiasso notturno. Era il suono di un martello pneumatico, o di una sega elettrica, una vibrazione quasi sorda che mi ha fatto venire in mente immagini di polvere, di scintille e di luridi scarponi da lavoro. E intanto il baccano della strada era ancora vivo: voci lontane, il traffico, le sirene degli antifurto, i clacson delle macchine e chi più ne ha più ne metta. Sono rimasto sveglio quasi tutta la notte, a essere sincero; cioè, pensavo che a un certo punto sarebbero tutti andati a casa a rimboccarsi le coperte, ma così non è stato: il frastuono è continuato tutta la notte… un costante andirivieni; alla fine sono riuscito a prendere sonno, ma a quel punto era quasi l’alba.

La camera è piuttosto fredda questa mattina. Forse avrei dovuto lasciare il termosifone acceso ieri sera. In ogni caso, mi trovo nella squallida camera di un bed and breakfast nel quartiere di Sussex Gardens, proprio all’angolo di Paddington Station; è una stanzetta angusta, con un bagnetto, una doccia e un lavandino minuscolo, e ho a malapena lo spazio per muovermi. A dirvela tutta mi sento un po’ come Gulliver che inciampa ingombrante, mentre sbatte su tutti gli oggetti e li fa cadere a terra, e sono addirittura costretto a infilarmi i pantaloni da sopra il letto. E chissà dove sono le mie scarpe! Sono arrivato ieri sera con il traghetto. «Buonasera, signor Shannon» mi ha detto la ragazza quando sono sbarcato. «La stavamo aspettando» ha annunciato, neanche fossi ospite all’Hotel Hilton!

«Sono all’hotel dei lillipuziani» ho detto ad Angie quando ha risposto al telefono. In realtà volevo parlare con mia figlia, ma era già andata agli scout.

«Cristo santo, le manchi tantissimo» mi ha detto Angie con un tono da martire. «Dovresti inviarci una cartolina» e, anche se gliel’ho promesso, so che non lo farò; d’altronde cosa potrei scriverci? Vorrei che fossi qui.

Avrei potuto mandare la piccola a casa di mia madre mentre ero via, ma la bambina ha cominciato a piangere sentendo che dovevo partire e Angie, che in quel momento si trovava lì, si è offerta di stare con lei e io mio sono sentito costretto ad accettare.

«Quindi?» ha chiesto Angie finiti i convenevoli.

«No» ho risposto io, «non ancora. Credo di andare domani mattina»

«Che senso ha?» ha commentato Angie. «Voglio dire, cosa stai aspettando?»

«Non lo so» le ho detto. «A quanto pare la sera non lavora»

«E chi te lo ha detto?»

«Un tipo che conosco» le ho risposto, ma era una stronzata; l’unica cosa che mi aveva detto quel tale era che lei lavorava qualche volta in un posto chiamato The Dog and the Bone, su Goldhawk road. «Credo faccia le pulizie» ho aggiunto.

«Le pulizie?» ha risposto Angie con la voce incredula.

«Sì» ho detto. «O forse prepara il pranzo o qualcosa del genere… comunque vado domattina presto, o al massimo dopo pranzo».

Vorrei davvero poter dire che Angie è una persona del tutto disinteressata, ma non è così; ma dopo tutto chi lo è? Nessuno; ognuno ha i propri interessi, io ho i miei e lei ha i suoi, non c’è tanto da discutere: è quasi impossibile che non sia così.

Mi alzo da letto, faccio una doccia, mi rado la barba e vado giù nel seminterrato a fare colazione, circondato da turisti yankee, tedeschi e australiani. Mi mettono a un tavolo in un angolo, faccia al muro: non che la postazione di fianco alla finestra sarebbe stata molto meglio, ma perlomeno avrei potuto osservare l’esercito di piedi che marcia sotto la pioggia. Le cameriere sono tutte straniere, forse studentesse. Lavorano malvolentieri, fanno rumore senza preoccuparsene, puliscono i tavoli e li apparecchiano di nuovo; niente a che vedere con la Londra di una volta: un tempo le persone erano più gentili, e il servizio di gran lunga superiore. Tutto era… come dire… migliore.

Venimmo qui per la nostra luna di miele, Helen ed io, più di vent’anni fa. Lei era giovane, piena di vita e molto misteriosa, allo stesso tempo. Anch’io ero giovane, nonostante mi sentissi vecchio: avevo dodici anni in più di lei, ed Helen non perdeva occasione per ricordarmelo: «Te avrai… fammi pensare… sessant’anni! Quando io ne avrò solo quarantotto. Ci pensi?». Andammo insieme a teatro, alle gallerie d’arte e al cinema. E mangiammo sempre fuori, al ristornate o al bar. E lei non conosceva nulla mentre io mi comportavo come se sapessi tutto… la abbracciavo nei taxi… e fermavo i tassisti con un gesto da uomo di mondo… «taxi!» dicevo… e poi salivamo e scendevamo dalla metropolitana, leggevamo la mappa mentre lei mi guardava corrucciata e preoccupata. E ora so, per certo, che quello sguardo non significava affatto quello che credevo, ma significava una cosa completamente diversa.

In quegli anni era come se vivessi in un’altra dimensione: mi svegliavo nel mezzo della notte e la trovavo lì, accanto a me, le baciavo la schiena nuda e sapevo, nel mio cuore e nella mia anima – lo sentivo dal profondo – che stavo vivendo di tempo rubato, insieme a lei. Una notte, al pub, dopo aver bevuto qualche gin tonic, cominciò a urlarmi addosso senza nessun motivo apparente – era il penultimo giorno della nostra luna di miele e mi colse completamente alla sprovvista. Mi urlò contro, mi insultò in ogni modo, e mise a nudo, per la prima volta, la mia inesperienza. E poi scappò via verso l’hotel senza di me. La mattina dopo si comportò come se non fosse accaduto nulla, e devo dire, a malincuore, che questo comportamento con il tempo divenne un’abitudine.

Cammino per Paddington Station, sotto il suo soffitto a cattedrale. I taxi mi corrono a fianco, salgono sulla rampa e si allontanano; i loro clacson pungenti si uniscono all’orchestra rumorosa di porte che si aprono e si chiudono, fischi e annunci: chiamata per Slough, Maidenhead, Reading, Bristol Parkway, Newport, Cardiff Central, Bridgend, Port Talbot, Neath e Swansea. Cambio a Swansea per il treno verso Fishguard Harbour… due innamorati si baciano e si tengono per mano vicino le transenne. Mi ricordano quei vecchi film inglesi in bianco e nero che guardavo quando ero ragazzino: Addio amore... addio!

Mi dirigo verso la linea metropolitana, salgo degli scalini ripidi alla fine della stazione e poi scendo giù verso i treni. La metro è lì ad aspettarmi quando arrivo, il conducente sta guardando fuori dal finestrino, ha il cappello piegato da un lato e sorride; sembra quasi mi saluti con l’occhiolino mentre salgo sul vagone; forse anche lui ha una parte in questa faccenda. Io sto cercando Ramey Savage. Dovrà pur guadagnarsi il pane in qualche modo, questo è certo – magari lavora in un chiosco o passa tutto il giorno in qualche squallido ufficio con i piedi sulla scrivania. Mi piacerebbe proprio sapere dove Helen ha incontrato quel buono a nulla la prima volta: alla sala da biliardo, forse? Al centro scommesse? O magari al Banjo Bar? Ramey Savage è anche in quella fotografia appesa sopra al caminetto di casa… lui è nascosto dietro a tutti, con la cravatta snodata e le maniche arrotolate: era la riunione della band The Loch German. Io sono seduto al tavolo che abbraccio Helen e sembro il gallo nel pollaio. Lei è come una regina di ghiaccio imbevuta di gin che guarda dritto in camera e dice sottovoce «portatemi via di qui».

Mi urlò contro anche quella sera, mentre tornavamo a casa. «Un vero uomo sa quello che vuole» ringhiò, «un vero uomo sa di che cosa ha bisogno». I passanti avevano notato la scena, e se la sarebbero ricordata a lungo, per mia vergogna. Ho analizzato quella fotografia un milione di volte, in cerca di qualche segno, di qualche indizio. Avevano ballato insieme anche quella sera? Me lo chiedo spesso. O forse avevano parlato, magari quando ero al bar. Non mi domandate perché mi importa così tanto ma… vorrei solo sapere di più, ecco tutto. Vorrei avere dei dettagli.

Alla fermata Ladbrook Groove sale sulla metropolitana un artista di strada, un musicista africano vestito in pompa magna. Il musicista ha uno strano strumento a corde che strimpella mentre canta nella sua lingua. Ching ching ching ching cha ching cha ching. È dall’altra parte del vagone, accanto a un uomo che sembra un bulldog e canta dritto nella sua faccia “idiotica”. Tento di decifrare il significato della canzone: Hai la faccia da bamboccio (Ching). Hai la faccia che sembra un culo (Cha). La tua testa assomiglia a una rapa (Ching). Hai gli occhi come due tulipani (Cha)… oh uomo che somigli a un bulldog da dove salti fuori? Poi, l’uomo-bulldog lascia cadere degli spicci nel cappello del musicista, che si dirige verso di me cantando un motivetto simile. Solo Dio sa cosa sta dicendo sul mio conto: tua moglie è scappata con un coglione… o qualcosa di simile. Ching ching ching ching cha ching cha ching.

Forse non avrei mai dovuto comprare quel cottage vicino al Newton’s Cross. Helen odiava quel posto, come forse immaginate; non faceva altro che lamentarsene e diceva che si sentiva tagliata fuori da tutto laggiù. Forse pensava che stessi cercando di… non so… tenerla sotto controllo. Ma lei si era sempre rifiutata di imparare a guidare, e cosa potevo farci io? La bambina però adorava quel posto, le piaceva tantissimo correre per il vialetto, andare allo stagno e fermarsi sulla spiaggia di ciottoli a guardare il treno che passava, e a dar da mangiare ai cigni. Helen, d’altro canto, sosteneva che le facesse venire i brividi, e posso capirla: ci sono dei posti che non piacciono a tutti, e lei odiava quel luogo. Nell’ultimo periodo però, poco prima che andasse via, aveva iniziato ad andare allo stagno per conto suo. Sono tormentato dall’immagine di lei che se ne sta in piedi sulla sponda, e che guarda l’acqua scura persa nei suoi pensieri negativi contro di me. A volte mi chiedo se non si dessero appuntamento là, di nascosto, lei e lui; e facessero l’amore nascosti tra l’erba alta senza che io li vedessi. Angie dice che è inutile rimuginare sulle cose del passato, ma non posso farne a meno.

«Quanto ancora hai intenzione di aspettarla?» mi aveva chiesto Angie un giorno, con le mani sui fianchi. «Vogliamo fissare una data?»

«Sì, se vuoi» avevo risposto. «Che te ne pare il dodici novembre dell’anno che non verrà?» avevo replicato io, e, diciamocelo, non era proprio quello che lei voleva sentirsi dire.

Ching ching ching ching cha ching cha ching… questo motivetto mi perseguita mentre mi affretto su per Goldhawk Road verso il The Dog and the Bone.

«…e chi ha mai detto che è tua?» mi disse Helen una volta, quando tirai fuori l’argomento della bambina. «Voglio dire, so per certo che è mia» aveva detto ridendo, «ma tu sei sicuro al cento per cento che sia tua?». Be’, se la metti su questo piano, la questione non è facile! Ching ching ching ching cha ching cha ching…

Entro in una squallida caffetteria dall’altra parte del The Dog and the Bone, ordino una tazza di tè e una doughnut alla marmellata. Mi siedo vicino la finestra dove riesco e vedere l’entrata del bar. La cameriera esce da dietro al bancone dove è andata a riempire le bottigliette di salsa. Intanto un camionista piega il giornale e lo infila nella tasca del giaccone impermeabile. Sul tavolo, lo zucchero è messo in una sorta di bussolotto, simile a una saliera. Fuori un postino passa per il marciapiede opposto e lascia cadere una lettera dentro al locale The Dog and the Bone, mentre io cerco di immaginarmi Angie e la bambina, mano nella mano, che attraversano i binari. Fa attenzione, penso io. Non esagerare… ching ching ching ching cha ching cha ching…

A questo punto Ramey Savage si sarà stufato di lei, sarà scappato con i suoi gioielli e i suoi ultimi risparmi e l’avrà lasciata sola in una sudicia stanzetta con tre settimane di affitto in ar­retrato. Penso che avrà bisogno di qualcuno che si prenda cura di lei da qui in avanti, di qualcuno che… le stia vicino. Ching ching ching ching cha ching cha ching… ching ching ching ching cha ching cha ching.


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